Randagismo a Palermo: tra gestione dell’emergenza e assenza di prevenzione

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Tra segnalazioni dal territorio e risposte istituzionali, il dibattito sulla gestione del randagismo a Palermo mette in luce criticità strutturali, scelte amministrative e una domanda ancora aperta su prevenzione, sicurezza e responsabilità pubblica.

Ilrandagismoa Palermo continua a rappresentare una frattura aperta tra istituzioni e società civile. Una frattura che non riguarda soltanto la presenza dicani vaganti sul territorio, ma il modello stesso con cui il fenomeno viene affrontato, emergenziale o strutturale, riparativo o preventivo.

Secondo attivisti e volontari che operano quotidianamente in strada, la gestione attuale tenderebbe a intervenire solo quando il problema è già esploso. Il Comune, sostengono, sarebbe oggi orientato a recuperare quasi esclusivamente animaliferiti, aggressivi o in condizioni sanitarie critiche, lasciando invece sul territorio cuccioli, femmine non sterilizzate e cani “di quartiere”. Una scelta che, nel medio periodo, finirebbe per produrre l’effetto opposto a quello dichiarato, la formazione di branchi e l’aumento del numero complessivo di animali vaganti.

In alcune aree periferiche e di confine, come la zona diPagliarelli, questo meccanismo sembrerebbe ormai evidente. Segnalazioni reiterate parlano digruppi cresciuti nel tempo a partire da poche unità iniziali, veri e propri branchi, mai recuperate. Un processo noto a chi si occupa di randagismo, meno prevenzione oggi significa più emergenza domani.

A questa dinamica si sommerebbe, secondo i volontari, lasaturazione delle strutture comunali. I canili municipali, già sotto pressione, ospiterebbero animali che non necessitano di cure sanitarie ma che restano di fatto parcheggiati per mancanza di alternative. Questo ingolfamento renderebbe difficile l’ingresso di animali che, invece, avrebbero bisogno diassistenza immediata. In tali casi, ricordano, la normativa prevede la possibilità, e in alcuni casi l’obbligo, di ricorrere a convenzioni concliniche veterinarie private, soprattutto quando è necessaria un’assistenza H24 non garantibile all’interno delle strutture pubbliche.

Qui si inserisce uno dei punti più critici sollevati dal fronte animalista. Il ridimensionamento o la sospensione di alcuneconvenzioni esterne, come nel caso di una struttura privata diRegalbuto, avrebbe trasferito di fatto il costo delle cure sui volontari, costretti talvolta ad anticipare spese per ricoveri e terapie salvavita. Una situazione che, denunciano,non sarebbe sostenibile nel lungo periodoe finirebbe per scoraggiare l’impegno civico.

Dal lato istituzionale, però, la lettura è profondamente diversa. L’assessore al Benessere animaleFabrizio Ferrandellirivendica un cambio di passo rispetto al passato e respinge l’idea di una gestione puramente emergenziale. L’amministrazione rifiuta il modello dei cosiddetti“canili deposito”, dove gli animali finiscono per trascorrere l’intera vita lontani dalla città e dalle possibilità di adozione. La scelta di limitare i trasferimenti verso strutture private sarebbe quindi motivata dalla volontà difavorire l’adottabilità e il reinserimento degli animali in contesti familiari.

L’assessore Fabrizio Ferrandelli

Secondo l’assessorato, il Comune garantirebbe comunque interventi continui e immediati per i casi prioritari, come animali feriti, maltrattati o potenzialmente pericolosi. Nei casi meno critici si preferirebbe invece ilmonitoraggio sul territorio, anche grazie alla collaborazione con referenti di colonia e associazioni riconosciute. Una strategia che, nelle intenzioni, mirerebbe a evitare ingressi inutili in canile e a preservare gli spazi disponibili per le vere emergenze.

Sul tema delle sterilizzazioni, Ferrandelli riconosce le difficoltà operative.I veterinari dell’ASP sono pochi e operano su scala provinciale, non solo cittadina. Questo limita la capacità di rispondere rapidamente a tutte le richieste, soprattutto per quanto riguarda gatti e cani non immediatamente recuperabili. Nonostante ciò, l’amministrazione rivendica risultati importanti sul fronte delle adozioni, indicando per il 2025 numeri che supererebbero le900 unità, ottenuti anche grazie alla collaborazione con una parte del mondo animalista.

Resta però una distanza evidente tra numeri e percezione sul campo. Per chi opera nei quartieri, senza un piano strutturale di sterilizzazioni estese e continuative, la lotta al randagismo rischierebbe di restare incompleta. Per l’amministrazione, invece,la sfida è evitare che la risposta pubblica si trasformi in una gestione passiva del problema.

Nel mezzo, una città che continua a oscillare tra emergenza e prevenzione, e una domanda che resta aperta:quanto costa davvero non intervenire in tempo?

Samuele Arnone

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