Rifiuti, al Sud la solita maglia nera

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La fotografia scattata da Utilitalia sul ciclo di rifiuti in Italia rappresenta un Paese che sta correndo, ma lo fa nel modo peggiore. Affidando il 18% dei rifiuti alle discariche, a fronte del tetto del 10% fissato da UE per il 2035

E’ stato pubblicato lo studio “Rifiuti urbani, fabbisogni impiantistici attuali e al 2035” di Utilitalia, realizzato sulla base dei dati Ispra relativi al 2024. Da un’analisi dello studio, emerge che sono oltre 29 milioni le tonnellate di rifiuti urbani prodotti in Italia nel 2023. Con un incremento dello 0,7% rispetto al 2022. Questo significa che sono 496 chili, in media, i rifiuti da ogni cittadino: 531 nel Centro e poco meno di 500 nel Sud. Numeri che sembrano stabili ma che, in realtà, fanno emergere un problema che non è più definibile emergenziale, ma strutturale. Il problema, quindi, non è il rifiuto in sé ma il sistema nazionale dei rifiuti che dimostra di essere disomogeneo oltre che inefficiente. Con il risultato che il viaggio dei rifiuti attraverso l’Italia lascia alle sue spalle milioni di tonnellate di rifiuti scartati.

Lo dimostra il fatto che, come riportato nello studio di Utilitalia, nel 2023 sono 3,8 milioni di tonnellate di rifiuti che sono state trattate in regioni diverse da quelle in cui sono state prodotte. L’equivalente di un viaggio “della speranza”. La quantità maggiore, poco più di 2 milioni di tonnellate, sono state spostate da Centro e Sud verso il Nord della penisola. Il motivo è semplice: è là che si concentrano la maggior parte degli impianti, ossia di compostaggio, digestione anaerobica e recupero energetico, necessari per la chiusura del ciclo. Questo movimento crea sia danni ambientali – la stima è 50.000 tonnellate di Co2 – sia economici, visto che genera un extra costo di 75 milioni di euro. Che è pagato dai cittadini del Centro e del Sud.

La solita Italia a due velocità

Il Nord è sempre più vicino agli obiettivi previsti dall’UE al 2035, ossia 52,7% di riciclaggio e 12,5% di smaltimento in discarica, ed è dotato di impianti di termovalorizzazione. Le “prime della classe” risultano essere Lombardia ed Emilia-Romagna, hanno già superato i target europei previsti.

Il Centro Italia manda a spasso per la penisola circa 1 milione di tonnellate – il 16% dei propri rifiuti – e ne smaltisce in discarica quasi il 30% del totale. Per il Sud peninsulare la situazione è peggiore: sono 1,64 milioni le tonnellate esporte (27%), mentre in discarica ne è conferito ben il 31,5%. La Sicilia, pur in lieve miglioramento, registra il solito forte deficit impiantistico. E le sue discariche, sempre secondo Utilitalia, hanno una vita residua che stimata di un anno.

La fotografia rappresenta un Paese che sta correndo, ma lo fa nel modo peggiore. Affidando il 18% dei rifiuti alle discariche, a fronte del tetto del 10% fissato da UE per il 2035.

Rifiuti organici, senza impianti la situazione è in sofferenza

Il 38,3% della raccolta differenziata è rappresentato dai rifiuti organici, pari a 7,25 milioni di tonnellate. Ma un quinto del totale, poco meno di 1 tonnellata e mezzo, sono trasportati da una regione all’altra. Ancora una volta è il Nord ad accogliere in gran parte questi rifiuti, 1,2 milioni di tonnellate provenienti dal Centro e dal Sud. Ciò che resta, circa 200mila tonnellate sono movimentate nella macroaree di appartenenza. Unica eccezione la Sardegna, in cui si registra il maggior equilibrio. Per il resto, ancora una volta Nord e parte del Centro, sopperiscono alle deficienze strutturali del Sud.

Impiantistica, non c’è stato il miracolo Pnrr

Sembrava la panacea per tutti i mali. Invece, nonostante un leggero miglioramento, l’Italia è ancora al palo. Entro il 2028 si prevedono 22 nuovi impianti per il trattamento dell’organico, 11 al Nord, 10 al Sud e 1 in Sardegna. La maggior parte di questi sarà dedicata a processi integrati aerobici e anaerobici, più efficienti e sostenibili. Manca però il recupero energetico delle frazioni non riciclabili. Per raggiungere gli obiettivi europei serve un numero maggiore di nuovi impianti al fine di coprire una capacità complessiva di 2,4 milioni di tonnellate all’anno. Un fabbisogno che, dopo l’entrata in funzione del termovalorizzatore di Roma e dei due nuovi impianti previsti in Sicilia, potrebbe ridursi del 50%. Il progetto riguardante la Capitale permetterà di eliminare circa 24.000 viaggi di camion all’anno e quindi di ridurre di 8.000 tonnellate le emissioni di CO2 producendo energia sufficiente per circa 200.000 famiglie.

Discariche a rischio emergenza (atavica)

L’analisi del ciclo di vita delle discariche italiane, sempre secondo lo studio di Utilitalia, indica che la loro capacità residua è in esaurimento. I dati indicano che al Nord si stiomano 4-5 anni di autonomia, al Centro 3-4 anni, nel Sud peninsulare circa 6-7 anni, in Sardegna 5-6 anni e in Sicilia circa 1 anno. Sono 5,2 milioni le tonnellate di rifiuti urbani che nel 2023 sono finite in discarica trattate in impianti TMB di altre regioni. Il rischio, indica Utilitalia, è di trovarsi nuovamente in una situazione di emergenza strutturale, soprattutto nel Mezzogiorno, se non si accelereranno i progetti di impiantistica e la riduzione del conferimento in discarica.

Obiettivo europeo ancora lontano

L’UE ha fissato obiettivi precisi per il 2035. Il riciclaggio effettivo dovrà essere pari al 65% e il conferimento dei rifiuti in discarica non potrà superare il 10%. Oggi l’Italia si attesta ad un 50,8% di riciclaggio e ad un valore quasi doppio, 16–18%, di smaltimento in discarica. Ridurre le distanze territoriali e definire investimenti in impianti moderni e distribuiti equamente sul territorio nazionale, rischiamo non solo di non centrare i target europei ma di subire nuove procedure – che si sommano alle precedenti – di infrazione. Nel 2022 le multe Ue hanno superato i 50 milioni di euro.

L’Italia tra due modelli

Il rapporto di Utilitalia fotografa le due Italie. Un Nord che chiude quasi integralmente il ciclo dei rifiuti, esportando tecnologia e modelli di gestione e dall’altro un Centro-Sud frammentato, con pochi impianti e una forte dipendenza da discariche e trasferimenti interregionali. La sfida dei prossimi dieci anni sarà colmare questo divario con una pianificazione nazionale coerente, investimenti mirati e governance unificata. Senza queste scelte, appannaggio della politica, l’Italia non riuscirà a trasformare i rifiuti da costo ambientale a risorsa economica e industriale. E ad entrare a pieno titolo nei principi dell’economia circolare europea.

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