Da Catania a Siracusa, un’iniziativa firmata Amici di San Patrignano Sicilia per prevenire le dipendenze e restituire ai ragazzi uno “spazio di tregua”
Si chiama “Ripensarsi, uno spazio di tregua per un racconto possibile” ed è il nuovo progetto promosso da Amici di San Patrignano Sicilia per combattere le dipendenze tra gli adolescenti. Un percorso lungo un anno, finanziato dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri – Dipartimento Politiche Antidroga, che coinvolge oltre mille studenti tra i 12 e i 17 anni nelle province di Catania e Siracusa, grazie alla collaborazione di scuole e amministrazioni locali.
L’obiettivo è creare un luogo, fisico e mentale, dove i ragazzi possano parlare, essere ascoltati e riscoprire sé stessi attraverso laboratori di teatro sociale, cinematografia, scrittura creativa, podcast, hip hop, attività sportive e naturalistiche.
Il progetto è stato presentato al Palazzo della Cultura di Catania, alla presenza dell’assessore comunale alle Politiche sociali Bruno Brucchieri, dei sindaci Marco Carianni, di Floridia, e Tiziano Spada, di Solarino, e di Pascal La Delfa, presidente dell’associazione Oltre le parole Onlus, con la cooperativa sociale Mosaico guidata da Claudia Pasqualino.
Incontriamo Eliana Chiavetta, presidente di Amici di San Patrignano Sicilia, per capire come nasce questa idea e che cosa significhi davvero “spazio di tregua”.
Di che cosa hanno più bisogno oggi gli adolescenti per trovare davvero quella tregua interiore e quanto incide il silenzio degli adulti sulle loro fragilità?
«I ragazzi hanno bisogno di credere più in loro stessi. Hanno bisogno di punti di riferimento veri, di esempi concreti, non di parole al vento. Noi adulti li abbiamo disabituati all’ascolto e al dialogo, e oggi paghiamo questa mancanza. Dobbiamo creare spazi non giudicanti, dove possano disconnettersi dai social e riconnettersi a sé stessi, ai loro sogni e alla vita reale. Una volta, un ragazzo accolto a San Patrignano mi disse: “Non mi mancava niente, ma mi mancava tutto.” È lì che ho capito quanto a volte dare tutto non significhi dare davvero».
Avete scelto di coinvolgere i ragazzi attraverso linguaggi creativi come teatro, cinema e musica. In che modo l’arte diventa strumento di prevenzione più efficace dell’educazione al rischio?
«Perché l’arte è libertà. Non è solo un laboratorio, ma uno spazio mentale. Quando un ragazzo scrive, canta, dipinge o registra un podcast, ritrova sé stesso. Lì può dire quello che sente, senza paura. Noi li accompagniamo con discrezione, aiutandoli a riconoscere le proprie fragilità e a trasformarle in forza. Il teatro sociale, l’hip hop, lo sport: tutto serve a farli sentire non obbligati a “fare”, ma liberi di “essere”».
Il progetto unisce associazioni, scuole e istituzioni. È possibile costruire un nuovo modello di comunità educativa territoriale partendo da esperienze come questa?
«Non è solo possibile, è necessario. Bisogna remare tutti nella stessa direzione, senza protagonismi. “Ripensarsi” non è l’ennesimo progetto, ma un affiancamento alla scuola, per aiutare chi rischia la dispersione scolastica e restituire ai ragazzi la curiosità, la passione, la speranza. Mi auguro che la politica sappia renderlo strutturale: noi abbiamo salvato tante vite, e ogni vita salvata vale più di qualsiasi burocrazia».
Dietro le statistiche ci sono volti. C’è un ragazzo, una donna o un uomo in particolare che lei ha incontrato nel suo percorso professionale che l’ha colpita, che ha segnato la sua crescita lavorativa?
«Tutti sono stati per me incontri di crescita professionale. Tanti casi in tutti questi hanno mi hanno dato tanto, principalmente la voglia di continuare a lavorare per vederli uscire da un tunnel. Ci sono diverse storie da raccontare».
Quella di un ragazzo di 15 anni, affidato a San Patrignano da una madre coraggiosa, accompagnato dai servizi sociali e dalla polizia municipale. Oggi, i suoi occhi “lucidi e splendidi” raccontano una rinascita: la Dott. ssa Chiavetta ci racconta che «ha capito che la vita può ricominciare».
C’è anche la storia di un uomo adulto, un padre, distrutto da un “male dell’anima” che lo ha spinto alla dipendenza per anestetizzare il dolore. «Quando riescono a rialzarsi, nei loro occhi rivedo la speranza» ci ricorda Chiavetta.
E poi quella di una giovane donna di Siracusa, precipitata dal balcone in un momento di allucinazione indotta dalla droga. È rimasta paralizzata, ma la sua storia è un monito per tutti. La dott.ssa Chiavetta infine dice: «La sostanza non distrugge solo chi la usa, ma intere famiglie».
Dott.ssa Chiavetta, se potesse lasciare un messaggio a uno dei ragazzi dei laboratori, quale sarebbe?
«Direi loro di immaginare un futuro possibile, perché la propria vita può sempre diventare un grande capolavoro. Prevenire significa offrire quella possibilità prima che la speranza si spenga. E noi continueremo a farlo, ogni giorno, accanto a loro».
“Ripensarsi” è un progetto che parla di umanità prima ancora che di prevenzione. E in un mondo dove i giovani spesso cercano risposte in un telefono, questo progetto restituisce la forza semplice e rivoluzionaria dell’ascolto.
Federica Dolce