Era il 3 luglio 1985 quando Ritorno al futuro approdava nelle sale cinematografiche statunitensi. Quarantun anni sono un lasso di tempo enorme, eppure, come la DeLorean di Doc Brown, il film di Robert Zemeckis sembra aver attraversato le ere senza invecchiare di un giorno. Furono quaranta furono le case di produzione che rifiutarono la sceneggiatura prima che qualcuno decidesse di crederci.
Un’idea nata da un annuario scolastico
Tutto cominciò da una domanda semplice, quasi ingenua. Lo sceneggiatore Bob Gale, durante una visita ai genitori a St. Louis, trovò l’annuario scolastico del padre e si ritrovò a fissare la foto di quel ragazzo che non aveva mai conosciuto. «Sarei potuto essere suo amico se fossimo stati nella stessa classe?». Da quel lampo di intimità generazionale nacque una delle storie più amate della storia del cinema.
Gale portò l’idea a Robert Zemeckis, e insieme cominciarono a scrivere una sceneggiatura che per quattro anni venne sistematicamente respinta. La Disney la giudicò troppo audace per via della sottotrama in cui Marty McFly viene corteggiato dalla propria madre, mentre gli studios specializzati in commedie spinte la trovavano troppo casta. Un paradosso a sua volta: un film che parlava di paradossi temporali non riusciva a trovare una casa perché era… troppo originale.
E poi c’era il titolo. Back to the Future. Il dirigente della Universal Sid Sheinberg lo trovò insensato e propose di cambiarlo in Spaceman from Pluto (Uomo dello spazio da Plutone). Steven Spielberg, che avrebbe prodotto il film, rispose con ironia, fingendo di credere che fosse uno scherzo. Il titolo rimase. E meno male.
Il casting che poteva cambiare tutto
Se il titolo fu un colpo di fortuna, il casting fu una vera e propria sfida contro il tempo. La prima scelta per il ruolo di Marty McFly era Michael J. Fox, già star della serie televisiva Casa Keaton. Ma gli impegni televisivi rendevano impossibile la sua partecipazione. Così il ruolo venne affidato a Eric Stoltz.
Stoltz girò per sei settimane. Sei settimane di riprese, scene già montate, un set che aveva preso forma intorno a un attore che, semplicemente, non funzionava. Il suo approccio al personaggio era troppo drammatico, «un po’ più shakespeariano, un po’ più tragico», come avrebbe raccontato in seguito Michael J. Fox. Il film, concepito come una commedia brillante, rischiava di diventare tutt’altro.
La produzione si trovò in un vicolo cieco. E allora accadde l’impossibile: mentre ancora giravano con Stoltz, Zemeckis e Gale cominciarono a trattare segretamente con Fox. Steven Spielberg temeva che se avessero interrotto le riprese prematuramente, l’intero progetto sarebbe imploso. Così Stoltz continuò a recitare senza sapere di essere già stato sostituito. Quando la notizia emerse, la stampa parlò di una «produzione problematica» e di un «disastro». Il film, dicevano, era un gran casino.
Fox entrò in un set già avviato, con scene girate con un altro attore, senza alcun legame con ciò che lo precedeva. Eppure, come Marty McFly che si ritrova catapultato in un passato che non conosce, Fox si buttò a capofitto. E il resto è storia.
Per il ruolo di Doc Brown, furono considerati Jeff Goldblum e John Lithgow prima che la scelta cadesse su Christopher Lloyd. E nella prima versione della sceneggiatura, Doc aveva uno scimpanzé come animale da compagnia, idea poi felicemente scartata in favore del cane Einstein.
La DeLorean e il frigorifero che non fu
La macchina del tempo doveva essere un frigorifero alimentato da un test nucleare. L’idea venne abbandonata per un motivo che oggi suona quasi commovente nella sua ingenuità: gli autori temevano che i bambini, vedendo il film, potessero tentare di imitare la scena chiudendosi nei frigoriferi. Si optò quindi per la DeLorean DMC-12, un’auto che all’epoca era già un fallimento commerciale ma che sarebbe diventata uno dei simboli più iconici della storia del cinema.
E poi ci sono i dettagli, quelli che solo chi ama il film conosce. All’inizio della pellicola, il centro commerciale si chiama Twin Pines Mall. Quando Marty, nel 1955, abbatte uno dei due pini nella proprietà del signor Peabody, nel futuro il nome cambia in Lone Pine Mall. Un dettaglio che pochi notano al primo visione, e che rende il film un gioco infinito di scoperte.
Un successo che sfida le leggi della gravità
Il 3 luglio 1985, Ritorno al futuro arrivò in 1.420 sale americane. Nel primo weekend incassò 11,1 milioni di dollari, diventando il campione d’incassi del weekend del Giorno dell’Indipendenza. Alla fine del suo ciclo, il film aveva accumulato 212 milioni di dollari solo negli Stati Uniti e 383 milioni in tutto il mondo, risultando il maggior incasso assoluto del 1985.
La critica fu entusiasta. Il film vinse l’Oscar al miglior montaggio sonoro e due David di Donatello, per il miglior produttore straniero (Steven Spielberg) e la migliore sceneggiatura straniera. Nel 2007 venne scelto per essere conservato nel National Film Registry della Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti, un riconoscimento riservato ai film di «significativa importanza culturale, storica o estetica».
Un’eredità che attraversa le generazioni
Ma i numeri, per quanto impressionanti, raccontano solo una parte della storia. Ritorno al futuro non è stato semplicemente un successo commerciale: è diventato un fenomeno culturale. Ha inaugurato un genere, quello delle commedie sui viaggi nel tempo, e ha stabilito uno standard per la fantascienza accessibile a tutti.
La sua influenza si è fatta sentire nel cinema degli anni Ottanta e Novanta, e continua a riverberarsi nelle opere contemporanee. Stranger Things, Avengers: Endgame, Dark e Rick and Morty sono solo alcuni esempi di narrazioni che devono qualcosa all’impostazione dinamica e giocosa del viaggio nel tempo introdotta da Zemeckis. Rick and Morty, in particolare, nasce come parodia diretta e dichiarata del capolavoro di Zemeckis, con i suoi protagonisti che sono una reinterpretazione grottesca e adulta del duo Doc Brown e Marty McFly.
Anche la politica ha reso omaggio al film. Il presidente Ronald Reagan, che nel 1985 era alla Casa Bianca, citò Ritorno al futuro in un discorso. E quando nel 2015, l’anno in cui è ambientato Ritorno al futuro – Parte II, il mondo intero celebrò la data del 21 ottobre come il giorno in cui Marty e Doc arrivavano nel futuro, fu chiaro che quel film aveva vinto una battaglia più grande di qualsiasi incasso: era entrato nell’immaginario collettivo per sempre.
Quel 21 ottobre che non c’era
C’è un altro paradosso, forse il più bello di tutti. Il film uscì il 3 luglio 1985 e la storia che racconta inizia il 25 ottobre 1985. Quando Marty McFly viene per la prima volta coinvolto nelle avventure della DeLorean, è proprio quella mattina. Il primo viaggio nel tempo avviene nella notte tra il 25 e il 26 ottobre. E la storia si chiude il 27 ottobre, al termine del terzo film. Tre giorni, tre film, quarant’anni di amore incondizionato.
Ritorno al futuro è tornato nelle sale per il suo quarantesimo anniversario, in versione restaurata in 4K. Il 21 ottobre dello scorso anno, ormai diventato il Ritorno al Futuro Day mondiale, i fan di tutto il mondo si sono riuniti per celebrare un film che non ha mai smesso di parlare a generazioni diverse. E Michael J. Fox, che a 29 anni ricevette la diagnosi di Parkinson mentre era all’apice della carriera, ha salutato gli appassionati con un messaggio semplice e commovente: «A tutti i fan di Ritorno al futuro un felice 40esimo anniversario».
Ritorno al futuro ci ha insegnato che il tempo è relativo, che le scelte hanno conseguenze, che l’amicizia può attraversare qualsiasi epoca. Ci ha insegnato che non esiste un destino scritto, ma che possiamo sempre, come Marty, tornare indietro e cambiare le cose. O forse, semplicemente, ci ha insegnato che a volte il futuro migliore è quello che costruiamo partendo dal passato.
Quarant’anni dopo, la DeLorean continua a viaggiare. E noi, spettatori di tutte le età, siamo ancora lì, a guardarla scomparire tra le fiamme, sperando che torni.
Roberto Greco