Roberto, morto di carcere e burocrazia: il grido di un padre contro il sistema

La storia di Roberto è quella di un "invisibile" con una patologia psichiatrica accertata da oltre dieci anni. Oggi Ignazio Vitale non cerca solo giustizia, ma chiede come sia stato possibile che un ragazzo con una diagnosi psichiatrica sia stato lasciato solo in un momento di tale vulnerabilità

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«Papà, perdonami per tutti gli sbagli che ho commesso. Ti prometto che quando tutto si risolverà saremo una famiglia felice».È l’ultimo frammento di vita di Roberto Vitale,affidato a una lettera scritta pochi giorni prima di arrendersi,togliendosi la vita nel carcere di “Pagliarelli”,a Palermo, nell’agosto del 2022.Aveva 29 anni e una diagnosi di disturbo borderline della personalitàche, in quel contesto, si è trasformata in una condanna a morte.

Suo padre, Ignazio Vitale, ha deciso di rompere il silenzioper denunciare quella che definisce una«catena di errori e indifferenza»che ha portato alla fine di un ragazzo che, nonostante dei precedenti, «aveva un cuore grande e l’ingenuità di un bambino».

Una diagnosi ignorata

La storia di Roberto è quella di un“invisibile” con una patologia psichiatrica accertata da oltre dieci anni.«Quando seguiva le cure era una persona normalissima – ci racconta Ignazio – ma ogni tanto andava in crisi e finiva per essere sfruttato da chi capiva la sua fragilità».

L’arresto avviene nel maggio 2022 per unatentata rapina in una sanitaria di Ficarazzi. Un’accusa basata sulla parola di un testimone, per la quale Roberto non andrà mai a processo.Nonostante la patologia e le richieste legali, i domiciliari vengono negati.«Chiesi quantomeno di portarlo a Termini Imerese perché il carcere è più piccolo e la situazione più gestibile, sapevo che al “Pagliarelli” non avrebbe resistito – spiega il padre – ma la tragedia è scaturita dallamancata collocazione in una REMS(Residenza per l’Esecuzione delle Misure di Sicurezza n.d.r.)».

Il rimpallo burocratico

Qui la cronaca si tinge di assurdo. Secondo quanto riferito dal padre e dal legale della famiglia, larichiesta per un posto in una struttura protetta a Livornosarebbe stata inviata a un indirizzo errato dagli uffici competenti di Palermo. «L’avvocato ha dovuto chiamare personalmente Livorno per scoprire chenon era mai arrivata alcuna istanza– precisa ancora Vitale -. Al servizio sanitario di Palermo risposero che avevano sbagliato indirizzo.Nel frattempo, mio figlio marciva in cella». In tutti i casi,in REMS non ci sarebbero stati dei posti disponibili fino a settembre.

Intanto, dentro le mura del “Pagliarelli”,Roberto subiva lo stigma della sua malattia. «Gli altri detenuti gli dicevano che era pazzo elo rifiutavano in cellaracconta Ignazio– Ha dovuto cambiare diverse celle e alla fine,per farsi accettare dai compagni,Roberto ha compiuto l’errore fatale,cioè smettere di assumere i farmaci.Senza quel paracadute chimico, la sua mente è diventata una prigione più stretta di quella di cemento. Gli avevamo detto più volte di non cedere e di continuare a prendere le pillole,ma evidentemente è andata diversamente».

L’ultima telefonata

Il 28 agosto, una domenica torrida, Roberto chiama casa. Parla con il padre, con la madre, con la fidanzata. «Ci disse che ci saremmo visti martedì per festeggiare il mio compleanno. Invece,un’ora dopo arrivò quella chiamata, è stata una tragedia». In pratica ad allarmare la famiglia Vitale è stata la fidanzata di un detenuto, che ha detto loro di correre in ospedaleperché era successo qualcosa a Roberto.

In primis, la famiglia ha chiamato il carcere che inizialmente ha negato che ci fossero dei problemi. «Sarà stato unoscherzo di cattivo gusto, qui non è successo nulla» hanno risposto dal “Pagliarelli”, ma al pronto soccorso dell’ospedale Civico, la realtà era già stata scritta:Roberto si era ucciso usando un lenzuolo.Sono stati i suoi compagni di cella a tentare di rianimarlo.Dopo 18 giorni di agonia in rianimazione, il suo cuore ha smesso di battere.

Il peso della colpa

«Ho visto i filmati –conclude Ignaziosi vede Roberto che torna dalla telefonata, sta dieci minuti in sala comune, poi dice all’appuntato che non si sente bene e vuole andare in stanza.Dopo 20 minuti lo hanno trovato».

Oggi Ignazio Vitale non cerca solo giustizia, ma chiede come sia stato possibile che un ragazzo con unadiagnosi psichiatrica sia stato lasciato soloin un momento di tale vulnerabilità. «Perché nessuno ha vigilato? Perché lo hanno trattato così?». Domande che pesano come macigni su un sistema che,troppo spesso, confonde la detenzione con l’abbandono.

Sonia Sabatino 

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