Il 17 giugno gli Iron Maiden hanno portato il metal a San Siro per la prima volta nella loro storia, trasformando il tempio milanese del calcio nell’ennesima tappa di una carriera iniziata cinquant’anni fa. Nel frattempo, a Catania, un libro ha rimesso insieme trent’anni di storia musicale della città, quelli compresi tra il 1970 e il 2000. Oltre cento band raccolte in appendice, dagli Skulls ai Denovo, dagli Schizo agli Uzeda, fino a Carmen Consoli. Due immagini apparentemente lontane che raccontano però la stessa cosa: nel 2026 il rock italiano continua a riempire i calendari e a produrre memoria, ma sembra fare molta più fatica quando si tratta di raccontare il proprio futuro.
Che il genere sia ancora in salute lo dimostrano i concerti. Che sia invece un genere capace di guardare avanti, molto meno. Negli ultimi mesi il rock italiano ha riscoperto soprattutto il proprio passato, tra reunion, tour celebrativi e anniversari. I Litfiba sono tornati sul palco per celebrare i quarant’anni di 17 RE, mentre i Marlene Kuntz hanno costruito il loro 2026 attorno ai trent’anni de Il vile, dopo avere già riportato in tour Catartica. A febbraio la rivista Rockol si chiedeva proprio se il rock italiano fosse ancora in grado di produrre una nuova generazione di protagonisti, osservando come una parte sempre più consistente della scena sembri vivere della propria memoria.
Anche la vicenda dei Måneskin racconta bene questa contraddizione. La band che più di ogni altra, negli ultimi anni, aveva riportato una formazione rock al centro del mainstream internazionale si è fermata dopo il successo globale e ha lasciato spazio ai progetti solisti dei quattro componenti. Una reunion ipotizzata tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026 non si è concretizzata nei tempi previsti, mentre nei mesi successivi sono tornate a circolare voci su un possibile ritorno insieme, fino all’annuncio di Fiorello di una possibile reunion a Sanremo 2027. Al momento, però, non esiste ancora un annuncio ufficiale della band. Anche in questo caso, insomma, il futuro del gruppo continua a essere raccontato soprattutto attraverso il suo passato e attraverso l’attesa di un ritorno.
Il futuro della distorsione
Qualcosa, però, si muove. Semplicemente, spesso lo fa ai margini delle vecchie categorie. Roberta Sammarelli, bassista e fondatrice dei Verdena, è oggi coinvolta nei Sì! Boom! Voilà!, progetto che riunisce musicisti provenienti da esperienze diverse della scena alternativa italiana, mentre Carlo Corbellini dei Post Nebbia è tra i nomi della giuria del Rock Contest insieme alla stessa Sammarelli. Le Bambole di Pezza, formazione punk rock tutta al femminile, continuano intanto a pubblicare musica e a intercettare un pubblico giovane, dimostrando che esiste ancora uno spazio per una band costruita attorno a chitarre, batteria e identità collettiva.
Il dato più interessante arriva però proprio dal Rock Contest. Nel 2026 la manifestazione fiorentina è arrivata alla sua trentottesima edizione e, nonostante continui a chiamarsi Rock Contest, nel bando accoglie ormai una quantità di generi che va ben oltre il rock tradizionale: indie, alternative, elettronica, post-punk, dream pop, R&B, urban, jazz, world music, hyperpop e trap. Non è soltanto una scelta organizzativa, è una fotografia di quanto sia cambiato il significato stesso della parola rock. Un concorso che porta quel nome e che deve specificare di essere aperto anche all’hyperpop racconta meglio di molte analisi quanto i confini del genere si siano allargati, fino quasi a perdere la loro funzione originaria.
New generation
I ventenni, del resto, il rock lo ascoltano. Solo che raramente arrivano al rock italiano contemporaneo attraverso i canali che hanno formato le generazioni precedenti. Il 15 luglio i My Chemical Romance hanno portato il loro immaginario emo e alternative rock alla Visarno Arena di Firenze, mentre nel metal il ricambio generazionale passa sempre più spesso dall’affiancamento tra band storiche e formazioni più giovani. Gojira e Knocked Loose sono solo due esempi di gruppi chiamati ad aprire i concerti dei grandi nomi proprio per creare un collegamento con un pubblico che non ha necessariamente gli stessi riferimenti dei genitori.
E la porta d’ingresso, sempre più spesso, è il mondo videoludico. Il rapporto tra videogiochi e rock, per esempio, ha contribuito a far conoscere a una generazione gruppi e sonorità attraverso colonne sonore come quelle di Doom o Forza Horizon. Artisti come Yungblud hanno poi trasformato quella contaminazione in una proposta musicale precisa, mescolando punk, pop, elettronica e alternative rock e costruendo un linguaggio che non ha bisogno di scegliere una sola etichetta. Prima ancora del genere arriva l’attitudine; prima ancora del disco, l’immaginario.
La “Seattle italiana”
In Sicilia questa distanza tra passato e presente appare ancora più evidente perché il passato della scena rock è particolarmente ingombrante. Catania, soprattutto tra gli anni Ottanta e Novanta, è riuscita a costruire una scena capace di oltrepassare i confini italiani. Gli Uzeda sono stati invitati da John Peel a registrare le celebri Peel Sessions e sono diventati una delle pochissime band italiane a passare da quello studio, entrando poi nel catalogo della Touch and Go, etichetta americana fondamentale per la storia dell’underground rock di quegli anni. Prima ancora, i Denovo erano arrivati secondi al Festival Nazionale Rock di Bologna del 1982, alle spalle dei Litfiba. Intorno a queste esperienze è nata anche la definizione di “Seattle italiana”, un’etichetta efficace dal punto di vista giornalistico ma riduttiva se utilizzata per descrivere una scena che aveva sviluppato una propria identità prima ancora dell’esplosione del grunge americano.
È proprio per questo che il libro di Davide Spampinato, Trent’anni di musica ribelle a Catania. 1970-2000. Storie di ordinaria rockfollia, pubblicato nel 2021, è interessante ancora oggi. Non racconta soltanto una serie di band, ma restituisce l’idea di una città nella quale per decenni la musica ha rappresentato una vera infrastruttura culturale: locali, musicisti, festival, etichette, pubblico e una rete di relazioni che permetteva alle band di crescere e di influenzarsi a vicenda. Oltre cento nomi compaiono nell’appendice del volume, a dimostrazione di quanto fosse estesa quella scena.
Il presente è inevitabilmente più difficile da fotografare con la stessa chiarezza. A Catania, però, continuano a nascere progetti che si muovono dentro coordinate diverse da quelle della vecchia scena. La Classe Dirigente nasce nel 2024 dalle ceneri dei Nadiè e pubblica nel marzo 2025 Termini per una resa, mentre gli Helen Burns, nati tra Catania e Manchester, si muovono tra post-punk, alternative e shoegaze con The Rain Caller, registrato in Sicilia e pubblicato nel 2024. Sono percorsi che raccontano una scena meno compatta e meno facilmente riconoscibile, nella quale i musicisti possono vivere tra città diverse, registrare fuori dalla Sicilia e costruire il proprio pubblico senza necessariamente appartenere a una comunità musicale locale nel senso tradizionale del termine.
Ed è forse qui che si trova il problema principale del rock italiano contemporaneo, che non è tanto nel pubblico, quanto nei luoghi e nelle condizioni che permettono a una scena di trasformarsi in qualcosa di più grande della somma dei singoli artisti. Il One Day Music di Catania, nato nel 2009 con una forte impronta rock, oggi si sviluppa su più palchi e accoglie elettronica, urban e musica della scena locale. Non è necessariamente il segno di un tradimento della propria identità originaria. È il risultato naturale di un pubblico che nel frattempo ha cambiato abitudini, ascolti e riferimenti.
Il rock, insomma, non è morto e non sembra nemmeno destinato a scomparire. Continua a riempire gli stadi, a generare festival, a produrre nuove band e a trovare nuovi ascoltatori. Il problema è che non occupa più il centro dello spazio culturale che aveva occupato per decenni. Oggi convive con rap, elettronica, urban, pop e hyperpop, spesso contaminandosi con loro fino a rendere difficile stabilire dove finisca un genere e dove ne inizi un altro.
Samuele Arnone