La Sicilia resta prigioniera del “muro del 40%”: nonostante un timido segnale di ripresa, la tutela della salute nell’isola fatica a tradursi in una percezione di reale cambiamento per cittadini e cittadine, restando fanalino di coda in un’Italia che viaggia a due velocità. È questo il dato più significativo che emerge dal XIV Rapporto CREA Sanità 2026: un indice di performance che non riesce a scalfire la soglia critica del 40%, collocando la Regione in quella “zona rossa” dell’assistenza dove i progressi tecnici faticano a diventare benefici tangibili per chi vive il territorio.
La trappola della performance e il peso dei “fondamentali”
Per comprendere cosa stia accadendo nel sistema sanitario siciliano, occorre guardare oltre la superficie. Lo studio CREA non si limita a contare i posti letto, ma adotta una prospettiva multidimensionale che incrocia: “appropriatezza, equità, esiti, innovazione, sociale e dimensione economico-finanziaria”. In questo scenario, la Sicilia si trova in un paradosso: a livello nazionale si registra un “ritorno ai fondamentali clinici“, ovvero un’attenzione verso gli esiti (+6,9 punti percentuali di peso nel ranking) e l’appropriatezza (+3,2%), spesso a discapito dell’equità e della dimensione sociale, che arretrano significativamente. Per una regione come la Sicilia, dove il contesto socio-economico gioca un ruolo cruciale nella determinazione della salute, questo spostamento di priorità rischia di essere un’arma a doppio taglio. Se da un lato l’efficienza clinica migliora, dall’altro la capacità del sistema di farsi carico delle fragilità sociali sembra perdere terreno, schiacciata dalla carenza di risorse che preoccupa sempre più il management delle aziende sanitarie.
Il paradosso della percezione: il divario tra dati e realtà
Uno degli aspetti più originali dell’edizione 2026 del Rapporto è l’analisi della soddisfazione dei cittadini e delle cittadine messa a confronto con la performance oggettiva. Qui il dato siciliano è spiazzante: solo il 17,2% della popolazione isolana dichiara di aver percepito un miglioramento nei servizi del Servizio sanitario nazionale (Ssn) negli ultimi anni. Si tratta di una quota contenuta, che riflette una disconnessione profonda. Mentre i tecnici osservano una dinamica di miglioramento medio nel Mezzogiorno (+0,03% tra il 2019 e il 2025), la percezione dei siciliani e delle siciliane rimane tiepida. Questo fenomeno suggerisce che i progressi realizzati sono “invisibili” o forse non ancora sufficienti a colmare le aspettative di un’utenza che sconta anni di carenze strutturali. La sfida per la Sicilia, dunque, non è solo fare meglio, ma rendere i miglioramenti percepibili attraverso servizi che tocchino la quotidianità delle persone.
Luci e ombre nei servizi: il deserto dell’assistenza territoriale
Analizzando le singole aree assistenziali, emerge chiaramente dove il sistema siciliano tiene e dove invece crolla. Il punto di forza relativo è rappresentato dalla facilità nel reperire i farmaci, un ambito in cui il 31,1% dei siciliani e delle siciliane percepisce un miglioramento, dato in linea con la maturità organizzativa nazionale in questo settore. Anche l’assistenza ambulatoriale per la prevenzione mostra segni di vitalità, con una percezione di miglioramento che tocca il 20,5%. Tuttavia, quando si entra nel cuore delle case, lo scenario cambia. L’assistenza domiciliare e il supporto alle persone non autosufficienti sono i veri “buchi neri”: solo il 12,0% degli intervistati percepisce un miglioramento nell’assistenza al proprio domicilio e appena il 12,6% sente passi avanti nella gestione della non autosufficienza. Questi servizi territoriali rappresentano il principale punto di debolezza del sistema regionale e nazionale: sono aree caratterizzate da un’elevata variabilità infraregionale e da livelli di soddisfazione che spesso non raggiungono la sufficienza. In Sicilia, la carenza di una rete di cure intermedie solida (residenze, assistenza domiciliare, Long Term Care) rende la vita difficile alle famiglie, che si sentono abbandonate proprio nel momento del bisogno cronico.
Un sistema “maturo” solo nelle emergenze
C’è un altro dato che merita attenzione: la percezione sull’assistenza ospedaliera non programmata (pronto soccorso e 118), che in Sicilia vede una quota di cittadini e cittadine soddisfatti o fiduciosi nel miglioramento ferma al 15,7%. Rispetto alla media nazionale (18,6%), l’isola sconta una maggiore fatica nel gestire l’emergenza-urgenza, un settore che altrove è considerato più “consolidato” e capace di generare fiducia. Anche i ricoveri ospedalieri programmati (14,9% di percezione di miglioramento) indicano che il cuore del sistema ospedaliero siciliano sta ancora cercando una quadra tra efficienza e accessibilità. È la conferma che, mentre i servizi standardizzati e “industriali” (come i farmaci) funzionano discretamente, tutto ciò che richiede integrazione tra ospedale e territorio fatica a decollare.
La Sicilia nel labirinto del confronto nazionale
Allargando lo sguardo al resto della Penisola, la posizione della Sicilia appare ancora più complessa. L’indice di performance regionale oscilla in Italia da un massimo del 64% del Veneto a un minimo del 36% della Calabria: la Sicilia, pur essendo nel gruppo di coda con Puglia, Basilicata, Campania e Molise, resta ben distante dai livelli di tutela offerti nelle regioni del Nord e del Centro. Il Veneto e la Provincia autonoma di Trento guidano la classifica con livelli superiori al 60%, seguiti da Toscana, Friuli Venezia Giulia e Marche. Il dato interessante è che, nel periodo 2019-2025, le regioni che partivano più indietro (inclusa la Sicilia) hanno mostrato i miglioramenti più marcati, portando a una lieve riduzione del gap complessivo tra Nord e Sud. Tuttavia, questa “convergenza” è lenta e sembra dovuta più a una certa staticità delle regioni “top” — che hanno forse raggiunto limiti strutturali di miglioramento — piuttosto che a un balzo in avanti deciso delle regioni meridionali. Confrontata con realtà come l’Abruzzo e il Molise, dove oltre un quarto della popolazione (25,9%) percepisce miglioramenti nei servizi, la Sicilia (al 17,2%) appare ancora troppo lenta nel trasformare gli investimenti in qualità percepita.
Mario Catalano