Sanità e farmaci in Sicilia: tra spesa in crescita e nuove sfide di governance. Intervista a Federico Cosenz

Con acquisti pubblici delle strutture sanitarie pari a 1.443 milioni di euro e una spesa convenzionata pro capite di 185,1 euro, la Sicilia affronta la sfida della tenuta dei bilanci sanitari. Il professor Federico Cosenz illustra le priorità di governance regionale, dal coordinamento degli acquisti all'appropriatezza prescrittiva

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Con un volume di acquisti diretti da parte delle strutture sanitarie pubbliche siciliane che ha raggiunto i 1.443 milioni di euro, arrivando a rappresentare il 48,3% dell’intera spesa farmaceutica regionale, e una spesa pro capite pesata per l’assistenza convenzionata pari a 185,1 euro (contro una media nazionale di 177,2 euro, con un incremento del +5,6% rispetto al 2024), la governance farmaceutica in Sicilia si trova a un fondamentale punto di svolta. A tracciare le linee guida per coniugare tenuta dei bilanci e diritto alla cura è Federico Cosenz, professore Ordinario di Economia delle aziende sanitarie all’Università degli studi di Palermo, che riassume così la sfida principale: «La sostenibilità si costruisce eliminando le prescrizioni inutili e assicurando quelle necessarie, anche per finalità di prevenzione». I dati di riferimento emergono dal recente quadro tracciato dall’“Osservatorio Nazionale sull’impiego dei Medicinali. L’uso dei farmaci in Italia. Rapporto Nazionale Anno 2025. Roma: Agenzia Italiana del Farmaco, 2026”. Di seguito l’intervista integrativa sulle prospettive di riforma, i divari territoriali e la gestione dell’appropriatezza prescrittiva.

Gli acquisti delle strutture sanitarie pubbliche rappresentano la quota principale della spesa farmaceutica siciliana (1.443 milioni di euro, il 48,3% del totale). Dal Suo punto di vista, quali sono gli strumenti di governance e le riforme più urgenti per garantire la sostenibilità economica di questo specifico comparto sul territorio regionale?

«La sostenibilità richiede anzitutto una programmazione capace di formulare e adottare politiche e strategieche colleghino efficacemente risorse disponibili, bisogni assistenziali e risultati di salute. Occorre anche precisare che gli acquisti delle strutture sanitarie pubbliche comprendono medicinali utilizzati in ospedale e farmaci distribuiti ai pazienti per le terapie domiciliari, direttamente o tramite le farmacie per conto delle aziende sanitarie. La loro governance riguarda quindi l’intero rapporto tra ospedale e territorio. Indicherei tre priorità. La prima è programmare gli obiettivi legati ai fabbisogni a partire dai pazienti già in trattamento, dai nuovi casi attesi e dall’introduzione di nuove terapie. Il finanziamento basato prevalentemente sulla spesa storica deve essere accompagnato da una valutazione prospettica dei bisogni sanitari e dell’impatto economico dell’innovazione. La seconda è rafforzare il coordinamento regionale degli acquisti: gare tempestive, confronto dei prezzi effettivamente praticati, utilizzo delle opportunità offerte da equivalenti e biosimilari secondo appropriatezza clinica, controllo delle scorte e delle relative scadenze. Il risultato va misurato in termini di costo del trattamento e di continuità delle forniture, oltre che in termini di prezzo della singola confezione. La terza consiste nell’integrare i dati di prescrizione, acquisto, dispensazione ed esito. Per i trattamenti ad alto costo occorre verificare l’eleggibilità dei pazienti, la continuità terapeutica e, dove previsti, il corretto funzionamento dei registri e dei meccanismi di rimborso. Un riferimento concreto è il decreto regionale n. 1262 del novembre 2025, che dal 2026 disciplina l’aggregato rendicontato attraverso il flusso F, assumendo come riferimento l’importo riconosciuto nel 2024 incrementato dell’1,25%. Lo stesso decreto richiede di programmare i trattamenti tenendo conto dei pazienti in carico e di quelli attesi, evitando interruzioni. La mia valutazione è che questa responsabilizzazione economica debba essere affiancata e supportata da una verifica continua dell’adeguatezza delle risorse alla casistica. Il rispetto del budget deve procedere insieme alla garanzia dell’accesso alle cure».

La spesa lorda pro capite pesata per l’assistenza convenzionata in Sicilia (185,1 euro) è sensibilmente superiore alla media nazionale di 177,2 euro, con una crescita del +5,6% rispetto al 2024. Quali dinamiche strutturali, demografiche o di erogazione dei servizi spiegano, a Suo avviso, questa discrepanza così marcata rispetto al resto del Paese?

«Il differenziale merita attenzione, ma va quantificato correttamente: 185,1 euro contro 177,2 significano 7,9 euro in più per abitante pesato, circa il 4,5%. La Sicilia si colloca comunque sotto la media del Sud e delle Isole, pari a 196,2 euro. Anche l’incremento annuo del 5,6% va confrontato con la crescita nazionale del 5,0%. Un punto metodologico è fondamentale: parliamo di spesa pro capite “pesata”, cioè già corretta per la struttura demografica secondo il metodo utilizzato dall’AIFA. L’invecchiamento, pertanto, non può essere invocato da solo per spiegare lo scostamento. La ponderazione non esaurisce, però, le differenze nei bisogni: prevalenza e gravità delle malattie, multimorbilità e condizioni sociali richiedono ulteriori analisi. I dati mostrano inoltre che il divario non è uniforme tra le categorie terapeutiche: per i farmaci cardiovascolari, la spesa pro capite pesata è di 60 euro in Sicilia contro 54,3 in Italia; per gli antinfettivi sistemici, è di 13,2 contro 10,5 euro; altre categorie, come i farmaci del sistema nervoso, presentano invece valori inferiori alla media nazionale. Questo suggerisce di concentrare l’analisi su aree terapeutiche e percorsi assistenziali specifici. Vanno poi considerate le modalità di distribuzione: una diversa ripartizione dei medicinali tra convenzionata, distribuzione diretta e distribuzione per conto può modificare la spesa osservata nel singolo canale. Il confronto deve quindi includere l’intera assistenza farmaceutica. Sul piano organizzativo, ritengo prioritario verificare in che misura la continuità tra specialisti, medicina generale e servizi territoriali incida sulle prescrizioni. Una presa in carico frammentata può favorire duplicazioni o rinnovi senza rivalutazione. Tuttavia, i dati aggregati disponibili non consentono di attribuire a questo fattore una quota precisa del divario siciliano. Lo scostamento è un segnale da approfondire, non una misura automatica di spreco».

L’aumento della spesa territoriale appare fortemente trainato dai volumi di consumo, che si attestano a 1.216,2 DDD/1000 abitanti die, in crescita del +3,4%. Quali strategie di governance della spesa convenzionata ritiene prioritarie per conciliare l’appropriatezza prescrittiva con la gestione di una domanda di consumo in costante aumento?

«I consumi della convenzionata raggiungono 1.216,2 dosi giornaliere per mille abitanti, contro 1.148,2 in Italia, con una crescita del 3,4% rispetto all’1,0% nazionale. È un segnale rilevante, ma la DDD è un’unità statistica: non misura né il numero di pazienti curati né l’appropriatezza delle singole prescrizioni. Inoltre, per attribuire con precisione l’aumento della spesa ai volumi occorre distinguere l’effetto delle quantità da quello dei prezzi e della composizione delle terapie. La priorità è trasformare il monitoraggio economico in una revisione clinica delle prescrizioni. Il decreto regionale n. 782 del giugno 2026 offre strumenti concreti: individua sei categorie terapeutiche, prevede obiettivi per i prescrittori, report trimestrali per i medici e verifiche mensili da parte delle ASP. Interviene sui farmaci per la secrezione acida, sul sistema renina-angiotensina, sui modificatori dei lipidi, sugli antibiotici sistemici, sugli antinfiammatori e sui medicinali per le patologie respiratorie ostruttive. A mio avviso, questi strumenti devono sostenere il confronto tra medici di famiglia, specialisti e farmacisti, tenendo conto delle caratteristiche dei singoli pazienti. Le verifiche devono riguardare indicazione, durata, dosaggio, duplicazioni e rispetto delle condizioni di rimborsabilità. Per gli assistiti con molte terapie, è particolarmente importante la revisione periodica dei farmaci e la riconciliazione dopo una dimissione ospedaliera. Occorre intervenire contemporaneamente sull’eccesso e sull’insufficienza del trattamento sanitario. Migliorare l’aderenza a una terapia necessaria può aumentare il consumo di farmaci e, al contempo, contribuire a prevenire complicanze e ricoveri. Per questo proporrei di affiancare agli indicatori di spesa misure extracontabili di aderenza, continuità assistenziale, sicurezza ed esiti clinici. Il decreto distingue opportunamente gli scostamenti economici dalle inappropriatezze documentate. È una distinzione da preservare nell’attuazione: gli obiettivi devono orientare la verifica, mentre le decisioni sul singolo trattamento devono restare fondate sul bisogno clinico. La sostenibilità si costruisce eliminando le prescrizioni inutili e assicurando quelle necessarie, anche per finalità di prevenzione».

Mario Catalano