Sanità pubblica, sistema in affanno: tempi d’attesa, visite impossibili e fuga verso il privato

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In Sicilia, come nel resto del Paese, molti pazienti necessitano di visite specialistiche, esami diagnostici o interventi non urgenti e devono attendere mesi, se non anni, prima di essere assistiti. Il risultato è che quasi un italiano su dieci rinuncia alle cure del tutto a causa di attese troppo lunghe

Negli ospedali italiani le liste d’attesa sono «una delle conseguenze più tangibili e gravi della crisi del sistema» sanitario. In Sicilia, come nel resto del Paese, molti pazienti necessitano di visite specialistiche, esami diagnostici o interventi non urgenti e devono attendere mesi, se non anni, prima di essere assistiti. Il risultato è che quasi un italiano su dieci (9,9% nel 2024) rinuncia alle cure del tutto a causa di attese troppo lunghe. Le disuguaglianze territoriali aggravano il quadro: al Nord rinunciano il 9,2% dei pazienti, percentuale che sale al 10,7% nel Centro e al 10,3% nel Mezzogiorno. In Sicilia, nota un rapporto medico, i ritardi hanno prodotto «danni irreversibili alla salute dei cittadini» e spinto molti a rivolgersi a strutture private.

Liste d’attesa e intramoenia: dall’emergenza alla privatizzazione di fatto

Le istituzioni hanno varato misure per accelerare i tempi di attesa, con investimenti straordinari e una nuova piattaforma nazionale per il monitoraggio. Tuttavia le soluzioni ufficiali spesso si misurano sulle statistiche più che sui reali bisogni dei pazienti. Il presidente della Regione Sicilia, Renato Schifani, ha recentemente annunciato che alla fine del 2023 le liste d’attesa nell’Isola sarebbero state ridotte dell’88,2% per i ricoveri programmati e del 92,7% per le prestazioni ambulatoriali. Secondo Schifani, questo risultato è stato ottenuto grazie a verifiche capillari sui pazienti “arretrati”, alla collaborazione di strutture private convenzionate e a ore di lavoro straordinario pagate più del normale.

Dietro questi numeri però si nasconde una realtà controversa. Molte prestazioni eliminate dalle liste ufficiali non scompaiono, ma vengono semplicemente erogate sotto forma di intramoenia (libera professione dei medici dentro l’ospedale pubblico) o in convenzione con cliniche private. Il meccanismo è previsto dalla legge: quando il servizio pubblico non riesce a rispettare i tempi massimi di legge, la struttura sanitaria deve attivare percorsi alternativi, ad esempio tramite visite intramoenia o in strutture private accreditate, con spesa a carico del Servizio Sanitario. In provincia di Trapani, ad esempio, il programma aziendale “Prestazioni garantite” ha permesso di recuperare l’81% degli appuntamenti arretrati fino a maggio 2025. Di queste richieste, 2.335 prestazioni sono state erogate entro quel periodo, mentre solo 40 casi sono passati attraverso l’intramoenia e 28 tramite extramoenia (strutture private). Questi numeri, comunicati dalla direzione ASP, mostrano da un lato l’efficacia parziale del piano (circa 2.335 esami eseguiti), ma dall’altro confermano che una piccola parte dei pazienti ha attivato l’intramoenia. Nonostante i rimborsi pubblici, 404 persone hanno rifiutato il percorso alternativo e tuttora 1.641 casi risultavano in gestione, probabilmente scoraggiate dai costi ancora troppo alti.

Critici e addetti ai lavori denunciano che questo ricorso all’intramoenia introduce una «privatizzazione di fatto dei tempi di cura». Secondo Marco Pingitore, dirigente psicologo dell’ASP di Crotone, in molti ospedali si è creato un «divario tra i tempi di accesso»: le prenotazioni SSN sono disponibili dopo molti mesi, mentre l’identica prestazione in intramoenia viene offerta in poche settimane. Questo fenomeno «rende il servizio pubblico la seconda opzione», sottolinea Pingitore, costringendo chi può a comprare la prestazione altrimenti negata dall’attesa pubblica. Il ministro della Salute Orazio Schillaci ha espresso la stessa preoccupazione: «La libera professione è un diritto, ha dichiarato, ma non può negare la prestazione pubblica». Se, come avviene spesso, l’attesa pubblica è di sei mesi e quella intramoenia di due settimane, è a rischio la garanzia di cura di tutti, afferma Schillaci. Per questo il governo ha ipotizzato persino la sospensione temporanea dell’intramoenia nei casi più critici.

Disparità regionali e mobilità sanitaria

Il problema delle liste d’attesa non è omogeneo su tutto il territorio nazionale. Nel Sud Italia e in alcune regioni come la Sardegna si registrano i tassi più elevati di rinuncia alle cure, sintomo di un forte disagio nell’accesso. La difficoltà locale alimenta anche la migrazione sanitaria: ogni anno migliaia di siciliani si recano al Nord per esami e terapie che non trovano in tempo nei nosocomi di casa. Secondo i dati Agenas, nel 2024 i conti della Regione Sicilia hanno subito un buco di 247 milioni di euro proprio per i costi sostenuti dalle regioni del Nord nell’assistere pazienti siciliani. È un deficit esorbitante, pari a oltre un quarto della Finanziaria regionale dell’anno scorso.

Uno dei casi più eclatanti è quello denunciato dall’Ordine dei medici di Palermo: nonostante abbia professionisti preparati, la città non vede la costruzione di un nuovo ospedale da decenni. Alcuni pazienti in cura a Treviso o Padova hanno addirittura suscitato lo scontro politico tra le Regioni: mentre un governatore del Nord ha definito «immorale» la fuga dei siciliani verso le sue strutture, esponenti locali replicano che l’emergenza dipende dalle inefficienze della loro Regione.

Oltre all’effetto economico, questa fuga verso il privato e verso altre regioni è un segnale di fallimento per il sistema sanitario pubblico regionale. La mobilità passiva (i costi che la Sicilia paga al Nord) continua a crescere: nel 2024 è peggiorata del 77% rispetto all’anno precedente. D’altronde, in Sicilia il rapporto medico/popolazione resta deficitario rispetto ai parametri nazionali e c’è carenza di pianificazione sul territorio. Un dirigente locale ha osservato come, senza strutture adeguate in provincia, il pronto soccorso sia spesso l’unica via percorribile anche per malati cronici, aggravando le liste d’attesa e gli accessi impropri.

Sanità in Sicilia: debiti, personale e ospedali in crisi

Dietro i tempi d’attesa si celano deficit cronici della sanità siciliana. La Corte dei Conti regionale ha più volte evidenziato che, se da un lato i conti finanziari danno segnali di miglioramento, dall’altro lo stato dell’organizzazione è «in crisi profonda». La sanità isolana è infatti «gravata da sproporzionate spese per il personale e da enormi debiti», con quasi nessuna azienda sanitaria in pareggio di bilancio. Attualmente l’Isola conta circa 50.000 operatori sanitari (medici, infermieri, ecc.), più del doppio rispetto ai dipendenti regionali e pari a uno ogni 100 abitanti, per un costo complessivo vicino ai 3 miliardi di euro l’anno. Questi numeri testimoniano un territorio caratterizzato da un’elevata densità di personale sanitario (soprattutto medico) ma da una rete ospedaliera obsoleta e disomogenea.

I reparti periferici spesso chiudono per mancanza di personale o rimangono drammaticamente sguarniti. Nel luglio 2025 è scoppiato lo scandalo dei farmaci contraffatti in un ospedale (il Papardo di Messina), segno di un’amministrazione debole e allo sbando. In molti presidi dell’Isola mancano radiologi, anestesisti, oncologi: il fenomeno della fuga dei medici grava su tutto il SSN. In Italia, negli ultimi anni migliaia di camici bianchi hanno lasciato il pubblico per il privato o l’estero: nel 2022 si sono dimessi volontariamente oltre 4.300 medici in tutta Italia. Se questa tendenza tocca in misura minore la Sicilia, localmente permangono gravi carenze di infermieri e specialisti, tanto che alcuni ospedali sono costretti a fare ricorso a personale inviato da altre regioni o a turni massacranti.

Il risultato è che il diritto alle cure, garantito dalla Costituzione, non viene ugualmente assicurato ovunque. I pazienti delle province più disagiate raccontano di viaggi della speranza, di esami rimandati e di lunghe liste che stritolano anche malati oncologici e cardiopatici. I ritardi nella diagnosi, evidenzia l’Anaao Sicilia, hanno già provocato «danni irreversibili» in alcuni casi. Intanto, per recuperare cittadini in pericolo non curati sul territorio, la Regione ha stanziato fondi straordinari e (come ricorda il ministro) attinge anche all’estero per assumere infermieri. Ma il bando permanente di medici specializzandi, l’aumento delle borse di studio e la realizzazione di nuove “Case della Comunità” sul territorio hanno finora solo in parte compensato il deficit di servizi in Sicilia.

Le voci dai territori

Le difficoltà delle liste d’attesa e la corsa al privato si riflettono nelle testimonianze raccolte fra cittadini e operatori. Pazienti intervistati descrivono un percorso a ostacoli: prima una visita di prevenzione rinviata di mesi, poi l’obbligo di pagare per avere lo stesso esame entro settimane. Un neurologo siciliano segnala che la paradossale situazione di oggi «sporca la fiducia nel servizio pubblico», perché chi può recupera da sé nei circuiti “a pagamento” quello che il pubblico non offre. Non mancano storie drammatiche: anziani in attesa di ricovero in ortopedia sopravvivono con dolore per mesi, malati di tumore affrontano secondo interventi a proprie spese perché il pubblico li rimanda.

I medici di base e i professionisti ospedalieri sentono la pressione acuirsi: turni massacranti, richieste di visite urgenti, aggressioni verbali. In Sicilia si segnala anche una «frequente omissione di denunce di illeciti» nella gestione dell’emergenza-urgenza, come recentemente rimarcato dalla Corte dei Conti. Sindacalisti ed esponenti della società civile organizzano manifestazioni di protesta: i malati cronici e i pazienti oncologici parlano di «lotteria delle prenotazioni» e chiedono l’intervento delle istituzioni. In diversi ospedali periferici la sospensione dei servizi chirurgici per mancanza di anestesisti ha portato i sindaci locali a chiedere interventi straordinari per non trasformare il Sud in una sanitaria “bassa assistenza”.

Proposte e responsabilità istituzionali

Di fronte all’emergenza, governo e regioni ostentano piani e finanziamenti. Il decreto-legge 73/2024, recepito con la legge 107/2024, ha previsto misure urgenti per ridurre i tempi di attesa, controlli più severi e incentivi al lavoro straordinario per medici e infermieri. Il ministro Schillaci rivendica anche la più grande manovra sanità di sempre (136,5 miliardi nel 2025) e ribadisce che «prima il pubblico, poi il privato convenzionato». Tuttavia, come denuncia lo stesso ministero, resta il paradosso che molte Regioni non abbiano ancora speso i fondi dedicati alle liste d’attesa. «Questo è il vero scandalo», commenta Schillaci, sottolineando che senza nuovi modelli organizzativi, più assistenza territoriale, case della comunità, infermieri nei quartieri, il problema non si risolverà.

Per quanto riguarda l’intramoenia, il governo tace (finora) sugli effetti concreti delle sospensioni temporanee, ma ha sottolineato che i fondi per assunzioni di 6.000 infermieri sono stati stanziati. Nel frattempo la discussione si sposta anche sul piano etico: associazioni di pazienti chiedono che venga garantito il diritto a curarsi entro i tempi di legge senza dover pagare. Il tema è diventato anche politico: la presidente della Regione Sicilia, puntando sui risultati ufficiali delle liste, tende a minimizzare le inefficienze; l’opposizione e i sindacati richiamano alla realtà dei fatti, registrando il malessere crescente dei cittadini.

In attesa di una svolta, molti pazienti rimangono sospesi tra il bisogno di cure e i limiti del servizio pubblico. Il dilemma resta aperto: assicurare a tutti un’assistenza tempestiva dentro il SSN, senza penalizzare chi non può permettersi il privato. E mentre le statistiche ufficiali parlano di drastica riduzione delle liste, nei corridoi degli ospedali il vero conto alla rovescia continua.

Roberto Greco

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