Sentenza CGA n. 417/2025: “Una pagina di civiltà giuridica che restituisce dignità alle vittime della mafia”

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Restituita dignità alle vittime di mafia con sentenza pubblicata il 25 novembre scorso. Gli avvocati Ferrara e Ilardo: “Il Consiglio di Giustizia Amministrativa ha posto fine a un’intollerabile deriva burocratica”

“Con questa sentenza il Consiglio di Giustizia Amministrativa per la Regione Siciliana non si è limitato a fare giustizia per i nostri assistiti, ma ha scritto una pagina importante di civiltà giuridica che restituisce credibilità alle istituzioni e dignità alle vittime innocenti della criminalità organizzata”. Così gli avvocati Salvatore Ferrara e Umberto Giuseppe Ilardo commentano la sentenza n. 417/2025, con cui il CGA ha condannato il Ministero dell’Interno a dare integrale esecuzione al giudicato della Corte d’Appello di Caltanissetta in favore dei familiari di Michele Amico il tabaccaio assassinato nel 2003 per essersi opposto al racket delle estorsioni. Vittime innocenti di mafia divenute anche vittime di una burocrazia che ha negato, per quasi 10 anni, diritti previsti dalla legge e riconosciuti dai tribunali.
“Il Collegio presieduto dal Presidente Giovagnoli, estensore Di Betta, ha denunciato con fermezza quello che abbiamo sempre sostenuto: il Ministero ha utilizzato il formalismo burocratico come arma per negare diritti già riconosciuti con sentenza passata in giudicato”, spiegano i legali. “Il CGA ha parlato chiaro: costringere le vittime della mafia a un ‘interminabile percorso processuale’ per ottenere benefici che derivano automaticamente dalla legge e sanciti in una sentenza passata in giudicato costituisce una violazione dei principi costituzionali di effettività della tutela giurisdizionale e ragionevole durata del processo”.
Particolarmente significativo – sottolineano Ferrara e Ilardo – è il passaggio in cui la sentenza afferma che “l’Amministrazione non può invocare a proprio favore un difetto di specificazione determinato da un proprio modulo incompleto, né può utilizzare l’imprecisione terminologica del cittadino come strumento di esclusione del beneficio”.
“Questa pronuncia – concludono i legali – rappresenta un punto di svolta nel rapporto tra Stato e vittime della criminalità organizzata. Il CGA ha affermato che il riconoscimento dello status di vittima innocente ‘non si esaurisce in una somma di elargizioni, ma rappresenta il segno tangibile del vincolo che unisce lo Stato ai suoi cittadini quando subiscono le ferite della violenza criminale’. È un principio di giustizia sostanziale che ci auguriamo venga finalmente fatto proprio dalle amministrazioni, evitando ulteriori contenziosi, che aggiungono sofferenza a chi ha già pagato un prezzo altissimo”.
Il caso Amico non è l’unico e il costo di tali atteggiamenti espone a molteplici rischi: intasa inutilmente per anni le aule di giustizia, impegna l’Avvocatura dello Stato con costi per i cittadini in una lotta contro il dettato normativo e le sentenze, avvilisce le vittime e soprattutto fa perdere allo Stato spazi di fiducia conquistati faticosamente negli anni. Il rischio è di tornare indietro di trent’anni. E’ essenziale che i cittadini, in questi tempi in cui assistiamo alla recrudescenza del fenomeno del racket delle estorsioni, denuncino il malaffare sapendo di avere dall’atra parte uno Stato credibile.

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