C’è una domanda che da anni aleggia sull’isola, come un vento che arriva dal mare e non trova mai risposta: quanta Sicilia stiamo perdendo senza accorgercene?
Guardo la mia scrivania. Davanti a me l’immancabile computer. Alla mia destra una copia cartacea dell’ultimo rapporto CNEL che riguarda “L’ATTRATTIVITÀ DELL’ITALIA PER I GIOVANI DEI PAESI AVANZATI”. A sinistra invece la stampa di una mail della Regione Siciliana che, con inevitabili toni trionfalistici, annuncia che il SICILIA EXPRESS raddoppia le corse per le feste. Schifani: “Più siciliani torneranno a casa”. Dovremmo essere contenti se non partissero. Non che, grazie a una prebenda, possano tornare a casa per le festività natalizie a basso costo. La Sicilia che resta e quella che parte. In fondo semplicemente un’isola davanti al suo specchio.
C’è una domanda che da anni aleggia sull’isola, come un vento che arriva dal mare e non trova mai risposta: quanta Sicilia stiamo perdendo senza accorgercene?
Non la Sicilia dei confini, delle mappe, delle coste. Quella, resta immobile. A parte l’emergenza climatica e la conseguente erosione costiera. La Sicilia che stiamo perdendo è un’altra: fatta di persone, di energie, di gioventù. È fatta di ragazzi e ragazze che salutano genitori, amici, strade che conoscono da sempre e prendono un volo per Milano, un treno per Bologna, per un futuro altrove.
Il nuovo rapporto del CNEL non racconta nulla che non sapessimo. Ma lo fa con la crudezza dei numeri: in poco più di un decennio la Sicilia ha perso 163 mila giovani. Una diaspora silenziosa, continua, che appare talmente normale da essere diventata quasi accettabile. Quasi fisiologica. Quasi inevitabile. Ma non lo è.
Un’isola che forma, investe, cresce. E poi lascia andare. Non c’è metafora che regga davanti a un dato: 44 miliardi di euro è il valore del capitale umano che la Sicilia ha trasferito al resto d’Italia. Non per scelta, ma per inerzia. Per una rassegnazione che negli anni è diventata sistema. La Sicilia educa, forma, sostiene.
Poi però consegna i suoi figli al Nord, come se fosse naturale, come se fosse scritto nel DNA dell’isola dover vedere i propri giovani partire per costruire altrove ciò che qui non riescono nemmeno a immaginare. È un paradosso che dovrebbe inquietare più di qualunque crisi politica: la Terra che più ha bisogno dei giovani è anche quella che li perde più velocemente.
Perché se ne vanno davvero? Non se ne vanno per inseguire un’idea romantica di vita. Se ne vanno perché qui, spesso, il tempo è fermo. E loro no. La Sicilia offre panorami che il mondo ci invidia, ma non offre abbastanza lavoro. È ricca di storia, ma povera di prospettive. È un patrimonio culturale sterminato, che però non si traduce in reddito, né in opportunità. C’è un dettaglio che il rapporto sottolinea con forza: la fuga non riguarda solo i laureati, la narrativa più rassicurante perché minoritaria, ma coinvolge tutti i profili formativi, dai diplomati ai giovani senza titolo. Non è la fuga dei “migliori”. È la fuga dei necessari. La responsabilità di un’intera comunità. E a ogni partenza, la Sicilia si indebolisce un po’.
Ma ciò che preoccupa ancora di più è la nostra capacità di convivere con questa perdita come se fosse un evento naturale, un fenomeno climatico, qualcosa che “succede”.
E invece no. Le migrazioni non sono maree. Sono scelte. E ogni scelta racconta cosa offre un territorio e cosa non offre più. La politica, certo, ha responsabilità enormi. Ma non è l’unica. C’è una cultura collettiva che tende a premiare l’attesa più dell’azione, la fedeltà più del merito, l’adattamento più dell’ambizione. E i giovani, che di questa cultura non hanno colpa né radici, se ne vanno. Un’isola che può attrarre, se sceglie di farlo. C’è però un indizio, piccolo ma eloquente: gli atenei siciliani attraggono una quota crescente di studenti dall’estero. Non molti, certo.
Non abbastanza per invertire la rotta. Ma abbastanza da ricordarci che la Sicilia, quando vuole, quando investe, quando si apre, può essere un luogo che si sceglie, non solo da cui si scappa. Questo è il punto. Non serve trattenere i giovani: sarebbe una visione corta, possessiva, miope. Serve dare loro un motivo per voler rimanere.
O almeno un motivo per tornare.
Il futuro non parte: lo accompagnano. L’immagine più potente non è quella di una valigia che si chiude, ma quella di una porta che resta socchiusa. Perché ogni volta che un giovane lascia l’isola, la Sicilia resta lì, a metà, come sospesa. Non è vero che chi parte tradisce. Non è vero che chi resta resiste. Sono due facce della stessa storia. La domanda, allora, non è più “perché i giovani se ne vanno?”. La domanda che un editoriale serio deve porre è un’altra: perché la Sicilia accetta di restare senza di loro?
Finché non lo capiremo, davvero, profondamente, continueremo a guardare le partenze come destini inevitabili. E invece, il destino, spesso, è soltanto una scelta che non abbiamo avuto il coraggio di correggere.
Roberto Greco