Dalla Sicilia il “sussulto di umanità” per rompere il silenzio sul crimine del Mediterraneo

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Mentre il calendario segna l’ingresso in un 2026 in cui morire in mare sembra ormai essere diventata “una cosa normale”, dalla Sicilia si leva un grido che punta a scuotere le coscienze. Non è solo una richiesta di aiuto, ma: «L’auspicio di un “sussulto di umanità” che parta dall’isola, cuore del Mediterraneo, per travolgere un’Europa indifferente». Queste le parole di Agostino Sella, presidente di Don Bosco 2000. La tragedia di Natale, con 116 vite spezzate al largo della Libia e un unico sopravvissuto di un’imbarcazione partita da Zuwara, è il simbolo di un fallimento che non può più essere taciuto.

«Il silenzio è il primo tema», denuncia Sella, indignato per come la notizia sia stata oscurata dai media nazionali, preferendo il gossip tra personaggi dello spettacolo alla cronaca di un massacro. L’associazione, attiva tra Sicilia e Africa, definisce l’accaduto un vero “crimine contro l’umanità”, sottolineando come l’inerzia delle istituzioni sia ormai una forma di complicità. Il presidente Sella non usa mezzi termini per descrivere l’attuale gestione politica: «Il vero business dell’immigrazione lo fa il governo». Secondo Sella, la migrazione viene usata come uno slogan elettorale per riempire le urne, alimentando la paura dell’invasione, mentre la realtà economica racconta una storia opposta. Se da un lato si parla di minaccia, dall’altro il mondo produttivo e Confindustria chiedono a gran voce forza lavoro dall’Africa per sostenere un sistema in cui il 15% delle pensioni italiane è già garantito dai contributi dei lavoratori migranti.

«L’Europa di fatto non fa nulla», osserva il presidente dell’associazione Don Bosco 2000, criticando le restrizioni al diritto d’asilo che oggi escludono chi fugge dalla fame o dalla siccità. «Con la cancellazione della protezione umanitaria, chi scappa da un deserto che avanza o da pozzi ormai prosciugati non ha più una “finestra di salvezza”». Questa chiusura totale, secondo Sella, riflette una visione del pianeta egoista che la società civile deve contrastare, proprio come accaduto con le mobilitazioni per la pace a Gaza.

In questo scenario, la Chiesa è chiamata a un ruolo più incisivo. «La Chiesa dovrebbe essere un po’ più coraggiosa», afferma, auspicando che dopo Papa Francesco anche i vertici futuri scelgano Lampedusa come luogo simbolo da cui ripartire. La Sicilia, terra di accoglienza silenziosa ma costante, ha il dovere morale di guidare questo cambiamento. «Da qui si può ripartire veramente», conclude, confidando che nel 2026 le persone “per bene” facciano finalmente corpo comune per rimettere l’essere umano al centro.

Mario Catalano

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