Il 2026, nell’isola, è stato caratterizzato dal ritorno del “mostro”. Quello che appartiene ai nostri incubi, quello che mostra i denti ma che contuiamo a decidere di non vedere. Per non cambiare. Anche perchè il mostro siamo noi
«S’ode a destra una raffica di kalashnikov e a sinistra risponde il bang metallico di un calibro 44 Magnum: d’ambo i lati calpesto rimbomba silenzioso da cavalli senza zoccoli e da fanti zoppicanti il terren. E una voce sommessa s’alza: “Denunciate”». Non me ne voglia Alessando Manzoni per aver parafrasato il suo “Il Conte di Carmagnola”. Ma nelle “due Sicilie” questa sembra essere la situazione. Con un’unica differenza, forse. Che, nella Sicilia orientale e in quella occidentale, sono diverse le anime che impugnano le armi. Perchè abbiamo cominciato a vendere la Sicilia alle mafie straniere. E quelle autoctone ora sono succubi dei loro ex fornitori.
Svegliatevi perchè “la notte non è mai così nera come quando sta per albeggiare“. O fate finta di dormire? Perché a Palermo, a Catania, a Siracusa, il rumore delle bombe non è un brutto sogno. È la realtà che bussa. Con i pugni. E noi, come al solito, rispondiamo con i comunicati stampa, le commemorazioni, i processi che risolvono tutto. Forse per quarantotto ore. Poi il silenzio. Poi la prossima saracinesca che brucia. E si ricomincia.
Sferracavallo. Fuoco. Bombe carta davanti alle pasticcerie. E i giornali titolano: “Allarme mafia”. Ma l’allarme per chi? Per i residenti che si svegliano con l’odore di benzina? Per i commercianti che contano i danni e si chiedono se vale ancora la pena resistere? O per noi, cari lettori, che leggiamo distratti mentre scrolliamo il cellulare e pensiamo a cosa mangiare stasera?
La verità è una sola, e fa male: Cosa Nostra non si è mai fermata. Si è solo messa in posizione di attesa. Come un serpente che finge di dormire mentre il sole picchia sulla sua pelle. Noi, i governanti, gli investigatori, i giornalisti, gli intellettuali, abbiamo cantato vittoria troppo presto. Ci siamo bevuti le nostre stesse chiacchiere. “La mafia è sconfitta”, “La mafia è in crisi”, “I boss si pentono e parlano”. E mentre noi ci applaudivamo da soli, loro cambiavano pelle. Mandavano i figli alle università, aprivano conti alle Cayman, compravano ristoranti sul mare.
Ma ora, dopo l’ennesimo blitz delle forze dell’ordine, la maschera è caduta. E il mostro mostra i denti.
Il pizzo che non si chiama più pizzo ma “concordato tra le parti”
L’ultima trovata, la più geniale, la più ipocrita, è questa: il pizzo diventa la “messa a posto”. Bell’espressione, vero? Sembra quasi un favore che ti fanno. Paghi, e stai a posto. Con la coscienza, con il quartiere, con la tua stessa vigliaccheria. E ti risolvono anche le problematiche collaterali. Quelle di concorrenza, quelle relative alle dispute anche familiari e, peggio ancora, quelle di un welfare assente. Insomma, un vero e proprio concordato tra le parti.
Perché il punto è proprio questo: troppi imprenditori non subiscono più il pizzo. Lo cercano. Lo desiderano. Come si desidera una polizza assicurativa contro i guai della vita. Il paradosso è raccapricciante: la vittima che corteggia il carnefice. Il negoziante che chiama l’uomo d’onore per “mettere le cose a posto”. E la politica che, magari senza nemmeno rendersene conto, accarezza questo sistema perché è comodo, perché non crea scosse, perché la quiete pubblica, anche quella pagata col sangue, è sempre meglio del caos.
Lo disse Libero Grassi, trentaquattro anni fa, e lo pagò con la vita. Ma a noi le sue parole scivolano addosso come l’acqua sul marmo. “La lotta alla mafia è questione culturale“, ripetiamo come un mantra, e poi ci meravigliamo che i quattordicenni tengano in tasca i soldi dell’estorsione e i diciassettenni si sfidino su TikTok con le pistole.
Questioni culturali, appunto. Ma quale cultura? Quella del quartiere che eleva il boss a modello? Quella della scuola che non insegna più a distinguere il giusto dall’ingiusto? Quella della televisione che trasforma il criminale in eroe? O quella della politica che, se non è complicata, è almeno connivente?
Il turismo è la nuova frontiera del riciclaggio
Ma veniamo al busillis, al motivo per cui la mafia oggi rialza la testa con tanta spudoratezza: i soldi. I soldi sporchi che scorrono come un fiume carsico sotto i nostri piedi. Una tonnellata di droga in cinque mesi. Novecento chili sequestrati. E il resto? Quanto è sfuggito al controllo? Quanto è già stato convertito in ristoranti, hotel, locali alla moda?
Ah, il turismo. La nuova gallina dalle uova d’oro. I ristoranti dove mangiamo la pasta con le sarde, gli hotel dove dormiamo la notte, i porticcioli turistici dove ormeggiano le barche. La mafia ha capito, molto prima di noi, che il futuro di quest’isola è il mare, il sole, le cartoline. E si è infilata nel business come un coltello nel burro. Avendo intuito, subito, che questa sarebbe stata la principale “lavatrice” del denaro sposrco di sangue che dovevano riciclare. E poco importa se il locale “finanziato” produca reddito. per chè questo non è il loro obiettivo primario.
La Prefettura firma protocolli, il Comune stringe accordi, la Guardia di Finanza sequestra beni. Ma è una partita a scacchi dove la mafia muove tre pedine per ogni nostra mossa. Perché lei ha il vantaggio della pazienza. Noi, della distrazione. Lei sa aspettare. Noi abbiamo fretta di dichiarare la vittoria.
E poi c’è l’estero. Le Cayman, il Lussemburgo, le holding senza nome, il denaro che arriva attraverso fondi di investimento italo-stranieri. I nuovi boss hanno studiato. Parlano inglese, sanno di finanza, si muovono tra paradisi fiscali con la disinvoltura con cui i loro padri si muovevano tra le vigne di Corleone. La mafia è diventata globalizzata e noi continuiamo a inseguirla con i metodi del secolo scorso.
I figli della mafia crescono
E i giovani? Ah, i giovani. Il futuro. Ma che futuro, se a quattordici anni già spacciano, se a sedici impugnano la pistola, se a diciassette diventano virali minacciando i rivali in diretta Instagram?
La Dia ce lo dice chiaro: “Abbassamento dell’età dei soggetti coinvolti in reati associativi“. Parole burocratiche che nascondono una verità tremenda: stiamo perdendo un’intera generazione. I “baby clan” non sono una devianza passeggera. Sono la fucina della mafia di domani. E noi, mentre ci indigniamo per un episodio, ne perdiamo dieci.
Ma perché, chiediamocelo, un ragazzino di Palermo dovrebbe scegliere la scuola, il lavoro, la legalità, quando intorno a sé vede che il rispetto si compra con la paura, il potere si misura con le mazzette, e il successo si ostenta con l’oro al collo e le auto di lusso? Perché dovrebbe fidarsi di un’istituzione che promette e non mantiene, di una politica che parla e non agisce, di una società che lo guarda come un problema invece che come una risorsa?
La mafia non recluta giovani: li attrae. Offre loro ciò che lo Stato non dà: identità, appartenenza, denaro. E finché lo Stato continuerà ad essere assente nei quartieri, a fare la guardia notturna invece che il costruttore di futuro, la mafia avrà sempre un esercito di reclute. E le nuove generazioni si propongono. Con il loro atteggiamento, anche loro la mafia la cercano. Come gli imprenditori.
Forse tutto ciò sta succedendo perché abbiamo combattuto la mafia come un nemico esterno, dimenticando che è anche un prodotto del nostro stesso tessuto sociale. Finché ci saranno imprenditori che preferiscono pagare piuttosto che denunciare, finché ci sarà politica disposta a chiudere un occhio, finché ci saranno giovani che vedono nel crimine l’unica via per essere qualcuno, la mafia troverà sempre terreno fertile.
La polemica che nessuno vuole sentire
E ora la parte più scomoda, quella che nessun politico, nessun magistrato, nessun giornalista “bene” osa pronunciare ad alta voce: la mafia non è un tumore esterno. È un virus che abbiamo dentro. È il frutto marcio di una pianta che noi stessi abbiamo annaffiato e che continuiamo a irrigare per interesse personale.
Ogni volta che un imprenditore paga il pizzo e non denuncia, è nostro complice. Ogni volta che un politico tace per non perdere voti, è nostro complice. Ogni volta che un cittadino dice “tanto non cambia niente”, è nostro complice. Ogni volta che un insegnante evita di parlare di mafia a scuola perché “è troppo presto”, è nostro complice.
Siamo un popolo di complici. E lo siamo perché ci fa comodo. Perché affrontare la verità significherebbe cambiare tutto: le abitudini, le relazioni, i voti, gli affari. Significherebbe mettere in discussione il nostro stesso modo di vivere. E allora preferiamo il sonno. Il sonno della ragione che, come insegna Goya, genera mostri.
E i mostri sono qui. Fuori dalle nostre finestre. Pronti a colpire. E noi, cari lettori, continuiamo a dire che “la mafia è sommersa”. Ma sommersa dove? Sott’acqua? Perché a me sembra che stia galleggiando benissimo, anzi, che stia facendo il bagno nelle acque del nostro turismo, del nostro commercio, della nostra politica.
Cosa succederà?
Dove sta andando la Sicilia? Provo a tracciare tre scenari possibili, tutti inquietanti.
Scenario uno: la normalizzazione del mostro. Se nulla cambia, se le istituzioni continuano a reagire colpi dopo colpi senza una strategia complessiva, Cosa Nostra tornerà a essere ciò che era negli anni Ottanta e Novanta: un potere occulto che controlla il territorio, condiziona l’economia, influenza la politica. La differenza sarà che lo farà con modalità più sofisticate, più difficili da individuare. I soldi della droga continueranno a ripulirsi nei ristoranti e negli hotel. Il pizzo tornerà a essere una tassa implicita, pagata con un sorriso e un “accomodamento”. Una di quelle tasse che si mettrono “a bilkancio” quando si decide di aprire un’attività. E la violenza esploderà ogni volta che qualcuno osa ribellarsi. I segnali ci sono già tutti.
Scenario due: la frammentazione e la guerra. L’indebolimento dei vertici tradizionali, la proliferazione di “cani sciolti” e baby gang, la competizione per il controllo dei territori più redditizi potrebbero portare a una fase di conflitti interni. Come già accaduto in passato, quando Cosa Nostra si è lacerata in guerre fratricide. La violenza che oggi vediamo potrebbe essere solo l’anticamera di qualcosa di peggio: una guerra tra clan che farebbe vittime innocenti e trascinerebbe la Sicilia in una spirale di sangue. I segnali di una “fronda interna per il potere” sono già stati rilevati dagli investigatori.
Scenario tre: l’ibernazione strategica. C’è anche una possibilità, più ottimistica ma forse solo illusoria: che Cosa Nostra scelga la via dell’ibernazione. Che, consapevole della pressione investigativa, decida di abbassare il profilo, di limitare la violenza visibile, di concentrarsi esclusivamente sugli affari. Ma questo non significherebbe affatto la sconfitta della mafia. Significherebbe la sua trasformazione in un’idra ancora più difficile da combattere: un potere invisibile che controlla l’economia senza bisogno di mostrarsi. I mafiosi che studiano nelle migliori università, che gestiscono patrimoni all’estero, che si muovono nel mondo della finanza globale, sono già su questa strada.
Tre scenari, li ho già tracciati. Ma il più probabile è il quarto, quello che nessuno osa nominare: la mafia si adatterà. Cambierà di nuovo. Diventerà ancora più invisibile, ancora più potente. E noi continueremo a guardare dall’altra parte, consolandoci con le statuine ai caduti e i discorsi commemorativi.
La Sicilia può ancora salvarsi? Sì, ma solo se smette di mentire a se stessa. Solo se i commercianti smettono di cercare la “messa a posto”. Solo se i politici smettono di giocare al gatto e al topo. Solo se ogni cittadino capisce che la lotta alla mafia non è un fatto di magistratura, ma un fatto di coscienza quotidiana.
Ma io, francamente, non ci credo. Perché la storia insegna che i popoli cambiano solo quando non hanno più scelta. E la Sicilia, nonostante tutto, una scelta ce l’ha sempre: quella di fingere che il mostro non esista. Così, quando il mostro bussa, la risposta è sempre la stessa: un sospiro, una scrollata di spalle, e la speranza che ancora una volta tocchi al vicino. E il mostro intanto avanza. Saracinesca dopo saracinesca. Fuoco dopo fuoco. Bomba dopo bomba. E se ci guardassimo allo specchio, scropriremmo che in realtà il mostro siamo noi.
Ma tanto, domani è un altro giorno. E saremo ancora qui a chiederci, con la solita ipocrisia: “Cosa sta succedendo in Sicilia?”. Continueremmo a guardare, come spettatori distratti, mentre il mostro si rialza e ricomincia a camminare tra noi.
Forse è ora di smettere di chiederselo e di cominciare a risponderselo. Con rabbia. Con onestà. Con le viscere. Perché il silenzio, ormai, è complice. E la complicità, in fondo, è l’unico vero crimine che non ha prescrizione. E il mostro siamo noi.
Roberto Greco
Lo «scent of mafia» e il turismo del souvenir trash: l’estetica del sangue a cinque euro