Sicilia, la terra dei veleni invisibili: tra il miraggio del risanamento dei Sin e la morsa della burocrazia

Il panorama dei Sin in Sicilia delinea una mappa complessa dove l'eredità industriale e le fragilità geologiche richiedono interventi di bonifica urgenti e diversificati

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«La bonifica dei Sin (Siti di interesse nazionale) siciliani di Biancavilla, Gela, Milazzo e Priolo è un “miraggio” perché, nonostante la competenza sia del ministero dell’Ambiente con il supporto tecnico di Arpa e Ispra, i procedimenti restano bloccati da una serie di ostacoli strutturali».L’Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente mette a nudo una realtà frustrante: territori vastissimi e popolati che attendono da decenni un risanamento che sembra non arrivare mai. Per comprendere l’entità della sfida, è necessario guardare da vicino la mappa del rischio nell’isola.

I quattro volti dell’inquinamento

Il panorama dei Sin in Sicilia delinea una mappa complessa dove l’eredità industriale e le fragilità geologiche richiedono interventi di bonifica urgenti e diversificati. Il Sin diPriolo, uno dei più vasti con circa 4mila ettari a terra e oltre 10mila a mare tra Augusta e Siracusa, è caratterizzato da un imponente polo petrolchimico, cementiero e di raffinazione la cui attività, avviata nel 1950, ha lasciato una profonda contaminazione da idrocarburi, metalli pesanti e diossine sia nelle acque di falda che nei sedimenti della Rada di Augusta. Recentemente riperimetrato nel settembre 2024, il sito è oggetto di specifici accordi di programma per il risanamento e lo sviluppo sostenibile. Spostandoci nel messinese, il Sin diMilazzosi estende su 550 ettari a terra e più di 2mila a mare, includendo un polo attivo dagli anni ’60 con raffinerie, acciaierie e centrali elettriche. Le indagini hanno evidenziato una contaminazione del suolo legata a diossine – spesso derivanti da combustione di rifiuti in discariche abusive – e materiali contenenti amianto, oltre alla presenza diffusa di idrocarburi nella falda. Il perimetro di quest’area è stato aggiornato nel 2025, supportato da un accordo di programma per la messa in sicurezza. AGela, il sito istituito nel 1998 copre 795 ettari terrestri e oltre 4mila marini, ospitando un polo multisocietario attualmente in fase di riconversione in bioraffineria. Nonostante la presenza della Riserva Naturale del Biviere, zona umida di importanza internazionale, il territorio deve affrontare la contaminazione da piombo tetraetile, PCB (policlorobifenili) e composti alifatici clorurati cancerogeni nelle matrici ambientali. Infine, il caso diBiancavillarappresenta un’eccezione, poiché le criticità non derivano da attività industriali classiche ma dalla presenza naturale di fluoro-edenite, un minerale raro e cancerogeno estratto dalla cava diMonte Calvario. Questi materiali sono stati storicamente impiegati per realizzare edifici e strade, l’intero abitato urbano risulta contaminato da fibre asbestiformi, rendendo necessari interventi di bonifica finanziati con circa 21,3 milioni di euro per tutelare la salute pubblica

Cantieri al palo: i nodi tecnici e procedurali che bloccano il futuro

Ma perché, a fronte di quadri clinici ambientali così chiari, i cantieri non procedono? Arpa ha identificato con precisione i nodi che tengono in ostaggio il futuro della Sicilia. Lacune ricorrenti nei progetti operativi di bonifica: «Il primo grande problema– spiegano dall’Agenzia –è la complessità ambientale di questi siti. Si tratta, infatti, di aree vaste, spesso segnate da decenni di attività industriali, con contaminazioni diffuse e profonde che interessano suolo, falde e in alcuni casi anche il mare. Inquinanti diversi convivono nello stesso territorio, rendendo difficile individuare soluzioni semplici e definitive». Un altro nodo cruciale è la responsabilità degli interventi. In diversi casi i soggetti responsabili dell’inquinamento sono difficili da individuare, coinvolti in contenziosi o non più operativi. «Questo rallenta l’assunzione degli oneri economici e allunga ulteriormente i tempi», sottolineano. Dal punto di vista procedurale, poi, l’iter autorizzativo è lungo e complesso: conferenze di servizi, richieste di integrazioni e pareri tecnici si susseguono, soprattutto quando i progetti presentati non sono adeguati fin dall’inizio. Nei progetti operativi di bonifica, Arpa e Ispra riscontrano alcune lacune ricorrenti che finiscono per bloccare l’approvazione. «I piani– aggiungono –spesso presentano ricostruzioni non sempre convincenti del problema ambientale, soluzioni tecnologiche non adeguatamente motivate, valutazioni del rischio sanitario incomplete ma soprattutto tempi di realizzazione irrealistici, monitoraggi insufficienti a garantire che la bonifica funzioni davvero nel tempo». In molti casi, inoltre, i progetti si fermano a misure temporanee di messa in sicurezza, senza una visione chiara di bonifica definitiva, trasformando l’emergenza in una condizione permanente.

Il rigore dell’Arpa contro le “scorciatoie” autorizzative

Arpa deve garantire che la determinazione di una “contaminazione residua accettabile”, non diventi una scappatoia per evitare interventi di bonifica più profondi e onerosi. Quando l’analisi di rischio dimostra il rispetto delle Csr (Concentrazioni soglia di rischio), l’Agenzia non si limita ad accettare il dato formale, ma valuta in modo critico come quel risultato è stato ottenuto. La cosiddetta “contaminazione residua accettabile” viene riconosciuta solo se l’analisi è basata su un modello concettuale solido, su dati di caratterizzazione rappresentativi e su scenari di esposizione realistici e cautelativi. In caso di incertezze, incongruenze o sottostime del rischio, Arpa chiede integrazioni o riformulazioni, evitando che il rispetto delle Csr diventi una scorciatoia per eludere interventi più incisivi. Una condizione sostanziale per garantire che la contaminazione residua sia accettabile nel tempo è quello di attivare un programma di monitoraggio e quindi a tal proposito Arpa richiede reti di monitoraggio adeguate, parametri coerenti con le contaminazioni storiche del sito, frequenze di controllo sufficienti e soglie di attenzione che consentano di intercettare tempestivamente eventuali inversioni di tendenza. «Per quanto riguarda le prospettive di potenziamento dei sistemi di monitoraggio a lungo termine– fanno sapere dall’Agenzia –si potrebbe prevedere una maggiore integrazione tra dati storici e nuovi rilievi, utilizzo di sistemi di controllo continuo o semi-continuo per le matrici più sensibili, revisione periodica delle analisi di rischio alla luce dell’evoluzione del sito». «L’obiettivo– aggiungono –è fare in modo che la certificazione di fine intervento non rappresenti un punto di arrivo definitivo, ma l’inizio di una fase di sorveglianza attiva, capace di prevenire il ritorno a condizioni di rischio non accettabili per l’ambiente e la salute».

Il controllo sui dati per proteggere il territorio

L’Agenzia svolge un ruolo cruciale nella validazione delle risultanze della caratterizzazione attraverso campionamenti eseguiti in contraddittorio con i soggetti responsabili dell’inquinamento. Il ruolo di Arpa nella validazione delle caratterizzazioni è fondamentale perché consente di verificare l’affidabilità dei dati prodotti dai soggetti responsabili. Le analisi svolte dai suoi laboratori non “smentiscono” sistematicamente quelle dei privati, ma evidenziano con una certa frequenza criticità, sottostime o incoerenze. «In questi casi– spiegano dall’Agenzia –Arpa attiva immediatamente una serie di procedure». In primo luogo, i dati vengono formalmente contestati e trasmessi all’autorità competente, richiedendo approfondimenti o una nuova caratterizzazione mirata, chiedendo al responsabile l’ampliamento della rete di campionamento e l’aumento della frequenza delle analisi, così da chiarire rapidamente l’estensione reale del problema. L’obiettivo non è solo correggere il dato tecnico, ma garantire che nessuna sottovalutazione o omissione si traduca in un rischio ambientale o sanitario per il territorio. «Nei casi più critici, può essere chiesta l’adozione di ulteriori misure urgenti di messa in sicurezza, anche prima della conclusione dell’iter amministrativo, per prevenire esposizioni della popolazione o la diffusione della contaminazione».

Mario Catalano

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