La Sicilia detiene il primato nazionale per numero di istituti: ben 23 carceri contro i 18 della Lombardia, seconda in classifica. Tuttavia, l’85% delle strutture è antiquato, essendo stato costruito tra l’inizio del ‘900 e gli anni ’80
Oltre 7mila presenze nelle celle dell’isola e un vuoto organico che sfiora le mille unità. La fotografia delle carceri siciliane scattata da Gioacchino Veneziano, segretario generale della Uil Polizia penitenziaria, è quella di un sistema al collasso, dove il sovraffollamento reale tocca punte del 130%. Il grido d’allarme del sindacalista è netto: «Il carcere è diventato un contenitore di disagio sociale, una macchina complessa lasciata senza risorse dove spesso la politica produce solo “aria fritta” invece di soluzioni concrete».
Un organico fantasma per strutture fatiscenti
La Sicilia detiene il primato nazionale per numero di istituti: ben 23 carceri contro i 18 della Lombardia, seconda in classifica. Tuttavia, l’85% delle strutture è antiquato, essendo stato costruito tra l’inizio del ‘900 e gli anni ’80; solo istituti come il Pagliarelli di Palermo o ad Agrigento, Siracusa, Augusta, Bicocca, Giarre e Gela sono di concezione più recente. Nonostante il decreto legislativo 230 del 2000 preveda diritti come l’acqua calda, la carenza di fondi impedisce persino la manutenzione ordinaria. Un caso emblematico di inefficienza, evidenziato da Veneziano, è il carcere di Trapani: nel 2016 la capienza è stata aumentata da 320 a 570 posti costruendo nuovi padiglioni, ma l’organico è passato da 300 a sole 320 unità. Se si considera che il 20% del personale è impiegato negli uffici e altri nei nuclei traduzioni, la realtà operativa è drammatica: circa 60-70 agenti devono controllare 560 detenuti, portando il rapporto effettivo a 1 agente per ogni 6 o 7 detenuti (o persino 1 a 80-90 in certe sezioni). Questa sproporzione numerica abbassa drasticamente i livelli di sicurezza, favorendo aggressioni e l’introduzione di droni e droga.
L’emergenza invisibile: la salute mentale dietro le sbarre
Il disagio psichico è una delle criticità più acute: su circa 7mila detenuti, almeno il 10% (circa 700 persone) presenta patologie psichiatriche acclarate. A fronte di questa richiesta, la Sicilia offre appena cento posti nelle Rems (Residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza), distribuite in strutture come quelle di Naso, Caltanissetta e nei pressi di Sciacca. Dopo la soppressione dei manicomi giudiziari (Legge Marino) e il passaggio della sanità penitenziaria alle Aziende sanitarie provinciali, il sistema è in tilt: la mancanza di medici e specialisti costringe la Polizia penitenziaria a continui e rischiosi trasporti nei pronti soccorsi esterni anche per lievi malesseri. Gli agenti si ritrovano così a dover gestire, senza preparazione specifica, soggetti che attuano atti autolesionistici o aggressioni, stretti tra l’incudine della violenza e il martello del reato di tortura. Quest’ultima norma, secondo Veneziano, è scritta male e mette in difficoltà il personale, che a volte “preferisce ricevere un pugno in faccia” piuttosto che rischiare una denuncia per aver cercato di bloccare un detenuto violento in spazi angusti. Il risultato è un sistema dove, tra sovraffollamento e carenza di cure per i tossicodipendenti, la finalità rieducativa del carcere è ormai un miraggio.
Il dramma dei detenuti che non fanno più notizia
Oltre 230 atti di autolesionismo registrati in un solo anno e un sovraffollamento cronico che costringe 1.979 persone in spazi progettati per ospitarne solo 1.725: i numeri delle strutture carcerarie di Palermo non sono semplici statistiche, ma il sintomo di un’emergenza umanitaria: «La vita in carcere non è vita», dichiara Pino Apprendi, Garante dei diritti dei detenuti del Comune di Palermo, denunciando un isolamento istituzionale che va oltre le mura di cinta: «Il carcere e i detenuti non fanno notizia nemmeno se si suicidano». La situazione nell’intera isola riflette una crisi strutturale profonda. In Sicilia si contano oltre seimila detenuti a fronte di una capienza di circa 5.300 posti, con condizioni che il Garante definisce critiche a causa della mancanza di riscaldamento d’inverno, del caldo soffocante d’estate e dell’assenza di “stanze dell’affetto”, gli spazi attrezzati per colloqui riservati tra detenuti e partner, senza sorveglianza visiva, introdotti dopo una storica sentenza della Corte costituzionale del 2024 che ha riconosciuto il diritto all’intimità e alla sessualità per i reclusi.«La Sicilia è una situazione a macchia di leopardo; non c’è un carcere migliore o un carcere peggiore», spiega Apprendi descrivendo un panorama di sofferenza diffusa.
La sfida per la dignità e il diritto all’affetto nelle carceri di Palermo
A Palermo, le criticità colpiscono sia le strutture storiche sia quelle più recenti. L’Ucciardone presenta sezioni che necessiterebbero di una chiusura immediata per mancanza di manutenzione, mentre il Pagliarelli, nonostante sia una costruzione relativamente nuova, soffre di gravi carenze croniche nell’impianto idrico e di una totale assenza di riscaldamento.«All’Ucciardone andrebbe chiusa la nona sezione», sottolinea il Garante, evidenziando come la dignità dei ristretti passi anche dalla salubrità degli ambienti. Il diritto alla salute appare spesso un miraggio. I detenuti, che dipendono dalla sanità pubblica, affrontano tempi d’attesa biblici per visite specialistiche, aggravati da un personale sanitario sottodimensionato che fatica a gestire patologie gravi, tossicodipendenze e problemi di salute mentale.«Ci si dimentica che i detenuti sono anche pazienti», ribadisce Apprendi, ricordando che la cura non dovrebbe essere un privilegio negato a chi sconta una pena. Nonostante questo scenario cupo, il Garante evidenzia l’importante ruolo della Polizia Penitenziaria, che seppur sottorganico, riesce spesso a evitare che i numerosi tentativi di suicidio si trasformino in tragedie definitive. Un raggio di speranza è legato anche alla recente apertura della Corte Costituzionale sui rapporti intimi tra coniugi e conviventi, un tema su cui le direzioni di Pagliarelli e Ucciardone sembrano finalmente voler lavorare.«Spero che questo 2026 ci porti delle buone notizie»,conclude Apprendi, auspicando che il riconoscimento del diritto all’affettività possa restituire un briciolo di umanità a un sistema che sembra averla smarrita tra le pieghe della burocrazia e del disinteresse politico.
La missione profetica per umanizzare le carceri e salvare i giovani
«Ormai è alla luce del sole quello che avviene e accade nei nostri istituti penitenziari: viviamo un affaticamento che rischia di soffocare ogni speranza». Con queste parole, don Raffaele Grimaldi, Ispettore generale dei 250 cappellani nelle carceri italiane dal 2017, fotografa una realtà dove il sovraffollamento non è più un dato statistico, ma una sofferenza quotidiana. Negli istituti che non riescono a garantire spazi e dignità, la pressione diventa insostenibile perché, come spiega il sacerdote, quando il numero dei detenuti eccede la capienza:«Il personale non bastaper supportare adeguatamente chi è recluso». Questa condizione cronica genera una profonda: «Fatica di aiutare i detenuti a vivere un cammino di riscatto e di reinserimento», rendendo il dettato costituzionale sulla funzione rieducativa della pena un traguardo sempre più lontano. Nonostante gli sforzi profusi da educatori, polizia penitenziaria, cappellani e volontari per preparare le persone al post-carcere, Grimaldi denuncia una: «mancanza da parte della struttura penitenziarianell’offrire percorsi reali». I disagi e i rallentamenti burocratici creano ostacoli che spesso appaiono insormontabili. In questo contesto, il ruolo dei cappellani si fa “profetico”:«Non si limita alla denuncia formale operata dalle associazioni, ma cerca la via del dialogo con le direzioni e l’area sicurezza per umanizzare il sistema dall’interno». È un lavoro di ricucitura costante, necessario perché molte problematiche all’interno delle mura sono ormai «situazioni incancredite» che la struttura, da sola, non riesce più a risolvere. Lo sguardo di don Grimaldi si sposta poi fuori dalle sbarre, soffermandosi su quella che definisce una vera e propria «emergenza educativa» che colpisce le nuove generazioni. Il dramma dei più giovani, che varcano la soglia del carcere, è spesso il risultato di un fallimento collettivo della società civile. Il sacerdote sottolinea come le agenzie educative tradizionali – scuola, politica e parrocchie con i loro oratori – facciano fatica a intercettare i ragazzi prima che cadano nella devianza. «Molte volte non riusciamo a raggiungere le persone», ammette con tristezza, descrivendo giovani che hanno già intrapreso percorsi tali da renderli, di fatto, «irraggiungibili» per qualsiasi proposta di cultura o lavoro. La sfida del futuro, dunque, non si gioca solo nel miglioramento delle carceri, ma in una «forte prevenzione» esterna che sappia offrire alternative reali prima che il percorso di un giovane si interrompa dietro un cancello di ferro.
Mario Catalano