Sostenibilità e PMI: un’esperienza dal tessile siciliano

Text with image

Each element can be added and moved around within any page effortlessly. All the features you need are just one click away.

Reading Time: 4 minutes

Si parla spesso del concetto di sostenibilità applicato alle PMI. Oggi questo “matrimonio on è più solo una scelta etica o un “costo” da sostenere, ma è diventata una leva strategica fondamentale per restare competitivi sul mercato: un’esperienza siciliana

Secondo una Comunicazione della Commissione Europea, il consumo di prodotti tessili nell’Unione Europea – per la maggior parte importati – rappresenta oggi il quarto maggiore impatto ambientale negativo e il terzo per quanto riguarda l’uso dell’acqua e del suolo, considerando l’intero ciclo di vita dei prodotti. Il modello del fast fashion contribuisce in modo significativo all’aumento dei consumi e alla sovrapproduzione: tra il 2000 e il 2015 la produzione globale di capi di abbigliamento è raddoppiata, mentre la durata media d’uso è diminuita del 36%. Nel complesso, il settore moda e tessile è responsabile di una quota stimata tra il 2% e l’8% delle emissioni globali di gas serra.

Questo modello produttivo lineare tende a privilegiare quantità e rapidità a discapito di qualità, durabilità e riciclabilità, aspetti che invece risultano determinanti già nella fase di progettazione del prodotto, quando si definiscono in larga misura le sue prestazioni ambientali complessive e il suo “fine vita”.

All’interno di questo contesto si colloca l’esperienza di Coccadoro, marchio artigianale di borse e accessori fondato a Palermo da quattro donne siciliane. Il brand utilizza prevalentemente scarti di produzione tessile e rimanenze di magazzino provenienti da tappezzieri e arredatori locali, trasformandoli in nuovi prodotti. Una scelta che, pur comportando vincoli in termini di approvvigionamento e standardizzazione dei materiali, diventa un elemento centrale del processo creativo e produttivo. I prodotti vengono progettati e realizzati nel laboratorio del marchio e successivamente rifiniti con il contributo di artigiani del territorio.

L’azienda nasce durante il periodo della pandemia, in una fase di forte incertezza economica e lavorativa. Proprio in quel contesto le fondatrici avviano una riflessione sul tipo di attività che intendono costruire e sul modo in cui questa possa inserirsi in un più ampio quadro di responsabilità ambientale. La filosofia del marchio è sintetizzata nel motto “Si cucina con quello che c’è”, espressione che richiama un approccio orientato all’utilizzo consapevole delle risorse disponibili. In questa prospettiva, la sostenibilità non è presentata come elemento accessorio, ma come criterio guida delle scelte imprenditoriali.

Valutare l’impatto ambientale lungo il ciclo di vita: l’analisi LCA

Nel tentativo di rendere misurabili e verificabili le proprie prestazioni ambientali ed evitare forme di comunicazione non supportate da dati, Coccadoro ha avviato una collaborazione con la società di consulenza ambientale Circular Srl di Palermo. L’obiettivo è stato quello di analizzare l’impatto ambientale di due prodotti del marchio – una pochette e uno zaino – attraverso una valutazione del ciclo di vita (Life Cycle Assessment, LCA), in conformità alle norme ISO 14040 e ISO 14044.

Nello specifico, lo studio si è concentrato sulla Carbon Footprint di Prodotto (CFP), uno degli indicatori derivanti dall’LCA, che quantifica le emissioni di gas a effetto serra associate a un prodotto lungo il suo intero ciclo di vita, dalla fase di approvvigionamento delle materie prime fino al fine vita. La CFP è disciplinata dalla norma UNI EN ISO 14067:2018 ed è uno strumento volontario, il cui valore dipende fortemente dai confini del sistema considerato, dalle ipotesi di calcolo e dalla disponibilità dei dati.

Nel caso dei due prodotti analizzati, l’attenzione si è concentrata in particolare su due fasi del processo produttivo: la raccolta dei materiali e l’assemblaggio. La prima riguarda gli spostamenti necessari per il recupero delle materie prime, in gran parte effettuati presso fornitori locali. I ritiri avvengono mediamente tre o quattro volte l’anno e, in alcuni casi, vengono effettuati anche con mezzi a minore impatto per le brevi distanze. Permane tuttavia una componente extra-locale: alcuni materiali provengono dalla filiera tessile di Prato, mentre le etichette sono acquistate online e spedite dalla Germania.

La fase di assemblaggio include invece i consumi elettrici legati all’uso delle macchine da cucire e delle attrezzature di laboratorio. In base ai dati raccolti, l’impatto maggiore risulta associato ai trasporti, in particolare alla fase di approvvigionamento dei materiali. Va tuttavia precisato che tali impatti vengono ripartiti su più produzioni e che i risultati devono essere letti alla luce delle assunzioni metodologiche adottate nello studio.

Lo studio ha inoltre evidenziato l’elevata percentuale di materiale riciclato utilizzata nei prodotti analizzati: il 79% nel caso della pochette e il 76,5% per lo zaino. Questi valori consentono di formulare dichiarazioni ambientali sul contenuto di materiale riciclato in conformità alla norma UNI EN ISO 14021:2016, che disciplina le autodichiarazioni ambientali, a condizione che tali informazioni siano verificabili e correttamente comunicate.

Piccole imprese e transizione ecologica

Il caso di Coccadoro si inserisce nel più ampio dibattito sul ruolo delle piccole e medie imprese nella transizione verso modelli di produzione e consumo più sostenibili, in linea con l’Obiettivo 12 dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite. Se è vero che strumenti come l’LCA non forniscono valori “assoluti” di sostenibilità, ma risultati dipendenti dal contesto e dalle ipotesi di analisi, è altrettanto vero che rappresentano oggi uno dei principali riferimenti scientifici per valutare e rendere trasparenti gli impatti ambientali.

In un settore come quello tessile, interessato da un’evoluzione normativa sempre più stringente in materia di rendicontazione e comunicazione ambientale, anche le realtà di piccole dimensioni sono chiamate a confrontarsi con strumenti tecnici complessi. L’esperienza raccontata mostra come, pur con limiti e vincoli evidenti, sia possibile intraprendere percorsi di misurazione e miglioramento delle prestazioni ambientali, a condizione di basare la comunicazione su dati verificabili e su un approccio prudente.

Più che come modello replicabile in modo automatico, questo tipo di esperienze può essere letto come uno spunto di riflessione sul rapporto tra artigianato, produzione locale e strumenti di valutazione ambientale, in un momento in cui la sostenibilità richiede sempre meno slogan e sempre più metodo.

Dott.ssa Antonella Cigno

 

Ultimi Articoli