In occasione del 45° anniversario della strage di Ustica, il 27 giugno alle ore 18 la Sala Paradiso del Museo del Cinema delle Ciminiere di Catania è diventata uno spazio dedicato alla memoria e alla riflessione. Una performance teatrale a cura di Patrizia Auteri e Giovanni Zuccarello, proposta per arricchire l’evento, ripercorre una delle pagine più dolorose della storia italiana e si intreccia con un tema ancora oggi al centro dell’attualità giudiziaria.
Tra gli ospiti dell’incontro c’è stato l’avvocato Daniele Osnato, legale delle parti civili costituite nel processo sulla strage del DC-9 Itavia e coautore, insieme a Michele Cucuzza, del romanzo “Guarda, cos’è?” i cui protagonisti sono Giovannino e Lia, due fratellini nel loro primo ed ultimo viaggio in aereo. Prima della performance teatrale Daniele Lo Porto, giornalista e presidente dell’associzione Generattivi, cantieri di cultura e informazione, ha dialogato con i due autori. L’incontro è stato organizzato con il patrocinio della Città Metropolitana di Catania.
Proprio nelle più recenti udienze del procedimento il legale presenta una nuova ricostruzione del movimento dei velivoli militari attorno al DC-9 grazie alle moderne elaborazioni dei tracciati radar, elementi che contribuiscono a fare ulteriore luce su una vicenda che, a distanza di quarantacinque anni, continua a interrogare il Paese. A tal proposito l’abbiamo intervistato per farci spiegare i perchè di questo libro.
Quando ha sentito il bisogno di trasformare una vicenda processuale in un romanzo? C’è un momento in cui capisce che la letteratura può raccontare ciò che gli atti giudiziari non riescono a esprimere?
«L’idea nasce quasi per caso quando Michele Cucuzza mi propone di scrivere un libro su Ustica. Mi accorgo che per anni si è parlato dell’aereo, dei militari, degli avvocati e dei magistrati, ma quasi mai delle persone che erano a bordo. Su quel volo viaggiavano anche due bambini, Giovannino e Lia, che erano soli. Da lì nasce l’idea di raccontare ciò che possono avere visto durante la distruzione dell’aereo, seguendo fedelmente quello che le perizie ricostruiscono. Vogliamo restituire un volto e una voce alle 81 vittime, perché nel tempo erano diventate soltanto numeri».
Il titolo del romanzo, “Guarda, cos’è?”, richiama le ultime parole registrate nella scatola nera. Quale emozione desidera lasciare al lettore?
«“Guarda, cos’è?” è l’ultimo grido pronunciato dal secondo pilota, Enzo Fontana. Dopo quelle parole si interrompe ogni registrazione. Evidentemente vede qualcosa arrivare, per noi un missile oppure un altro aereo militare. Nel romanzo sono i due bambini a raccogliere quel grido e a raccontarlo. Scrivere questa storia è stato emotivamente molto difficile. Dopo aver terminato il libro non sono più riuscito a rileggerlo».
Scrivere una storia ispirata a una tragedia richiede equilibrio tra rigore storico e sensibilità narrativa. Qual è stata la sfida più difficile?
«Ho imparato che bisogna raccontare sempre la verità. Nel libro raccontiamo esclusivamente la verità e questo mi rende sereno. La cosa più difficile è accettare la morte di quei bambini. Dentro di me continuano a vivere e continueranno a farlo finché questa vicenda non avrà una verità definitiva. Solo allora si potrà ricordare senza dover ancora inseguire processi e nuove indagini».
Negli ultimi mesi il processo ha fatto emergere nuovi elementi e nuove ricostruzioni. Quanto cambiano il suo modo di guardare alla storia di Ustica?
«Siamo sempre stati costretti a confrontarci con una devastazione documentale provocata dai depistaggi. Io definisco questa vicenda non un muro di gomma, ma un gioco delle tre carte: ci hanno fatto cercare documenti sapendo che erano stati spostati altrove. Oggi, finalmente, quelle carte stanno tornando al loro posto. È angosciante pensare che un’istituzione dello Stato possa arrivare perfino a tagliare con una lametta da barba la pagina di un registro sulla quale avremmo dovuto leggere cosa era successo quella notte. Abbiamo imparato a cercare la verità anche attraverso ciò che mancava. Le moderne ricostruzioni radar ci permettono finalmente di vedere quello che prima potevamo soltanto immaginare. E quando lo vedi non hai più bisogno di ipotizzarlo».
Se dovesse spiegare a un ragazzo di vent’anni perché leggere oggi un romanzo dedicato alla strage di Ustica, cosa gli direbbe?
«La strage di Ustica, come tutte le grandi stragi della nostra storia, serve a guardare il futuro. Se dimentichiamo quello che è successo questo Paese non crescerà mai. I giovani devono sapere che ciò che è accaduto e il modo in cui è stato gestito non devono più ripetersi. Ma prima bisogna arrivare a una verità definitiva. Solo mettendo fine ai depistaggi e chiudendo questa vicenda potremo diventare un Paese migliore. È questo il mio augurio».
Federica Dolce
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