Nelle prime ore del 4 agosto 1974, all’uscita della galleria della direttissima Bologna-Firenze, tra San Benedetto Val di Sambro e Vernio, un’esplosione squarciava la carrozza numero 5 dell’Espresso 1486 “Italicus”, in viaggio da Roma a Monaco di Baviera. Il bilancio fu devastante: 12 morti e 44 feriti.
A cinquant’anni di distanza, la strage dell’Italicus rimane una delle pagine più cupe e emblematiche degli Anni di Piombo, un tassello fondamentale per comprendere il disegno eversivo che cercò di destabilizzare la democrazia italiana attraverso la cosiddetta strategia della tensione.
La notte della bomba: dinamica dell’attentato
L’Espresso 1486 viaggiava con un ritardo accumulato lungo la tratta. Alle 1:23 del mattino, quando il convoglio stava per uscire dalla lunga galleria dell’Appennino (oltre 18 chilometri), un ordigno ad alto potenziale posizionato nel bagagliaio della quinta carrozza (una vettura di seconda classe) esplose.
L’innesco era temporizzato mediante un orologio sveglia collegato a una carica di miscela esplosiva a base di nitrato d’ammonio e T4. Se il treno fosse stato in orario, l’esplosione sarebbe avvenuta all’interno del tunnel, provocando una vera e propria ecatombe a causa dell’effetto combustione e dell’impossibilità di soccorso immediato. Il ritardo accumulato salvò centinaia di vite: la bomba esplose quando il vagone si trovava ad appena 500 metri dall’uscita della galleria, nei pressi della stazione di San Benedetto Val di Sambro.
Ciò nonostante, gli effetti furono terribili. Sulla carrozza 5 si sviluppò un incendio devastante. Tra le vittime si contarono interi nuclei familiari, giovani lavoratori ed esteri di ritorno dalle vacanze. Tra i soccorritori si distinse Silver Sirotti, un giovane controllore delle Ferrovie dello Stato di soli 24 anni: imbracciò un estintore e si slanciò tra le fiamme per evacuare i passeggeri rimasti trappola nel vagone distruggendo i finestrini, fino a perdere la vita soffocato dal fumo e dalle fiamme (insignito poi della Medaglia d’Oro al Valor Civile).
Il contesto storico e politico: l’estate del 1974
L’attentato all’Italicus non fu un evento isolato, ma si inserì in un quadro di violenza politica organizzata di matrice neo-fascista e di eversione nera senza precedenti.
L’estate del 1974 rappresentò uno dei momenti di massima tensione della storia repubblicana.
28 maggio 1974: appena due mesi prima, la bomba di Piazza della Loggia a Brescia aveva provocato 8 morti e oltre 100 feriti durante una manifestazione sindacale antifascista.
Tensioni eversive e tentativi di golpe: tra la fine degli anni ’60 e i primi anni ’70 si susseguirono tentativi e trame golpiste (dal Golpe Borghese del 1970 all’organizzazione della Rosa dei Venti).
Quadro geopolitico: la crisi dei regimi autoritari nell’Europa meridionale (la caduta dei colonnelli in Grecia e la Rivoluzione dei Garofani in Portogallo) creava profonda agitazione negli ambienti della destra eversiva italiana e in settori deviati degli apparati di sicurezza.
L’obiettivo strategico del terrorismo nero era chiaro: spaventare la popolazione, attribuire il caos alla sinistra o dimostrare l’incapacità dello Stato democratico di garantire l’ordine pubblico, spingendo così verso una svolta autoritaria o presidenzialista.
La rivendicazione di Ordine Nero
Poche ore dopo il massacro, ad Ancona fu fatto ritrovare un volantino firmato da Ordine Nero, la formazione eversiva nata dalle ceneri del disciolto Ordine Nuovo. Il testo della rivendicazione era di una spietata chiarezza ideologica e ideativa: “Abbiamo voluto dimostrare alla nazione che siamo in grado di mettere le bombe dove vogliamo, in qualsiasi ora, in qualsiasi luogo, dove e come ci pare. L’attentato di questa notte sul treno Italicus è la risposta al discioglimento di Ordine Nuovo. Se credete che Ordine Nuovo sia finito, vi sbagliate… Sepolti sotto le macerie della democrazia vi seppelliremo tutti.”
La firma di Ordine Nero proiettò immediatamente le indagini negli ambienti della destra radicale toscana ed emiliana.
L’intricata vicenda giudiziaria: verità storiche e buchi neri
La storia processuale della strage dell’Italicus è stata tra le più complesse, travagliate e inconcludenti del dopoguerra italiano, rispecchiando l’efficacia dei depistaggi e delle reticolari protezioni di cui godeva il terrorismo di destra in quella stagione.
Le prime indagini e il processo a Mario Tuti
Gli inquirenti si concentrarono sulle cellule neo-fasciste operanti in Toscana e Romagna. Sotto accusa finirono esponenti di spicco del Fronte Nazionale Rivoluzionario e di Ordine Nero, tra cui Mario Tuti (fondatore del Fronte Nazionale Rivoluzionario), Luciano Franci, Piero Malentacchi e Margherita Luddi.
1980 (Primo Grado): La Corte d’Assise di Bologna assolse tutti gli imputati per insufficienza di prove.
1982 (Appello): La Corte d’Assise d’Appello di Bologna ribaltò la sentenza, condannando all’ergastolo Mario Tuti e Luciano Franci come esecutori materiali della strage.
1987 (Cassazione): La Suprema Corte annullò le condanne d’appello, rinviando a un nuovo giudizio.
1989-1992 (Sentenza definitiva): Nel dicembre 1989 la Corte d’Assise d’Appello di Firenze assolse definitivamente Tuti e Franci per non aver commesso il fatto, decisione confermata in via definitiva dalla Cassazione il 24 marzo 1992.
La P2 e il ruolo dei Servizi deviati
Nonostante l’assenza di condanne per gli esecutori materiali, le motivazioni della sentenza d’appello del 1986 e gli atti della Commissione Parlamentare d’Inchiesta sulla Loggia P2 (presieduta da Tina Anselmi) tracciarono un quadro inequivocabile sulla matrice e sulle coperture.
La loggia massonica P2 di Licio Gelli giocò un ruolo primario nelle opere di sviamento e protezione degli eversori neri nell’area toscano-emiliana. Come emerse dalle risultanze giudiziarie e parlamentari settori dei servizi segreti (SID) e ambienti legati alla P2 depistarono attivamente le ricerche sui responsabili. La figura di Licio Gelli fu espressamente citata nelle relazioni parlamentari per l’opera di finanziamento e supporto logistico fornito ad ambienti dell’estrema destra toscana coinvolti nella stagione delle bombe.
La Corte di Cassazione, pur prendendo atto dell’impossibilità legale di giungere a una condanna penale oltre ogni ragionevole dubbio per i singoli imputati, riconobbe espressamente che l’attentato era maturato nell’alveo dell’eversione neo-fascista toscana legato a Ordine Nero.
Memoria, significato ed eredità democratica
Tra le lamiere della carrozza 5 e le fiamme che avvolsero l’Espresso 1486, la violenza cieca dell’esplosione spezzò in pochi istanti dodici vite, ognuna carica di storie, sogni e quotidianità stroncate all’improvviso. Il bilancio del massacro assunse i contorni di una tragedia intima e familiare nella storia del piccolo Marco Granito, di soli due anni e mezzo, perito insieme ai suoi giovani genitori, il ventinovenne Nicola Granito e la ventiduenne Maria Cantagalli. Con loro persero la vita cittadini italiani in viaggio di lavoro o di rientro dalle vacanze, come la trentottenne Elena Fabris, la quarantunenne Nostra Nunziatina, il sessantenne Placido Martini e il cinquantenne Vincenzo Petruzzi. La vocazione internazionale del convoglio, diretto a Monaco di Baviera, si riflesse tragicamente nella morte di passeggeri stranieri travolti dal terrore eversivo nostrano: il trentacinquenne austriaco Herbert Kontriner, il ventottenne giapponese Tsugumo Maruyama e la giovane coppia olandese composta da Wilhelmus Jacobus Hanema, ventotto anni, e Antoinette Nicole Ridder, venticinque. In quel quadro di devastazione brilla infine la figura di Silver Sirotti, il controllore delle Ferrovie dello Stato appena ventiquattrenne che, anziché cercare la salvezza, scelse di farsi strada a mani nude tra il fumo e il fuoco per trarre in salvo quanti più passeggeri possibile, venendo sopraffatto dall’incendio e trasformando il suo sacrificio nel simbolo più puro di dovere e umanità di quella notte.
A cinquant’anni dalla strage, l’Italicus resta una ferita aperta nel corpo della Repubblica. Se dal punto di vista strettamente penale la strage è rimasta senza colpevoli condannati, la ricostruzione storica e politico-giudiziaria ha accertato con estrema nitidezza la matrice fascista dell’attentato e le responsabilità morali e strategiche della rete eversiva nera e dei suoi protettori istituzionali.
L’Italicus rappresenta il punto di congiunzione tra la prima fase della strategia della tensione (iniziata con Piazza Fontana nel 1969) e la tragica culminazione della strage alla Stazione di Bologna del 2 agosto 1980, avvenuta a soli sei anni e due giorni di distanza e nello stesso nodo ferroviario ed emiliano.
Ogni anno, il 4 agosto, le commemorazioni presso la stazione di San Benedetto Val di Sambro e la lapide commemorativa sul binario 5 della stazione di Bologna Centrale ricordano non solo le 12 vite spezzate e l’eroismo di Silver Sirotti, ma anche l’importanza della salvaguardia della memoria storica contro ogni revisionismo o dimenticanza istituzionale.
L’Italicus ci ricorda che la democrazia italiana non è stata un approdo scontato, ma un bene difeso a prezzo del sangue di cittadini inermi e servitori dello Stato contro il ricatto della violenza e del terrore.
Roberto Greco