Albicocche sporche di sangue. La strage di via Scobar e il martirio dimenticato dell’Arma

Questo triplice omicidio non rappresentò solamente un feroce attacco frontale all'Arma dei Carabinieri, ma costituì il culmine di una precisa strategia di Cosa Nostra mirata a recidere la continuità investigativa che stava minacciando il cuore economico e finanziario dei clan corleonesi nel territorio compreso tra Monreale, Altofonte e San Giuseppe Jato

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La sera del 13 giugno 1983, l’asfalto palermitano di via Cristoforo Scobar si macchiò del sangue di tre servitori dello Stato, consumando uno degli episodi più drammatici, e per lungo tempo colpevolmente dimenticati, della seconda guerra di mafia. In quell’agguato persero la vita il Capitano dei Carabinieri Mario D’Aleo, comandante della Compagnia di Monreale, l’Appuntato Giuseppe Bommarito e il Carabiniere scelto Pietro Morici. Questo triplice omicidio non rappresentò solamente un feroce attacco frontale all’Arma dei Carabinieri, ma costituì il culmine di una precisa strategia di Cosa Nostra mirata a recidere la continuità investigativa che stava minacciando il cuore economico e finanziario dei clan corleonesi nel territorio compreso tra Monreale, Altofonte e San Giuseppe Jato.

L’agguato di via Scobar: la ricostruzione dell’eccidio

Intorno alle ore 20:00 di quel lunedì di inizio estate, il Capitano Mario D’Aleo lasciò la caserma della Compagnia di Monreale a bordo di una Fiat Ritmo blu di servizio. Al volante dell’auto si trovava il Carabiniere Pietro Morici, suo autista di fiducia, mentre sul sedile posteriore sedeva l’Appuntato Giuseppe Bommarito, suo braccio destro e storico collaboratore. La vettura era diretta verso via Cristoforo Scobar, al civico 22, dove D’Aleo aveva preso un appartamento per convivere con la fidanzata Antonella Lorenzi. Si trattava di una sistemazione che l’ufficiale cercava di mantenere il più possibile riservata per evidenti ragioni di sicurezza. Era nota soltanto ai suoi due più stretti e fidati collaboratori.

Dopo circa quaranta minuti di tragitto, l’auto si arrestò davanti al cancello d’ingresso dello stabile. Il Capitano D’Aleo scese dalla vettura tenendo in mano una copia del quotidiano palermitano “L’Ora” e un cestino di albicocche fresche che l’Appuntato Bommarito aveva raccolto per lui in campagna e gli aveva appena donato. Fu in quel preciso istante che entrò in azione un gruppo di fuoco di Cosa Nostra giunto sul posto a bordo di motociclette.

I sicari aprirono il fuoco con più armi, incrociando i tiri per non lasciare alcuna via di scampo alle vittime. Il Capitano D’Aleo fu raggiunto immediatamente dai proiettili e stramazzò al suolo sul colpo, mentre le albicocche si sparsero sul terreno, mescolandosi al sangue. Pietro Morici fu colpito a morte mentre si trovava ancora seduto al posto di guida, con le mani protese sul volante. L’Appuntato Giuseppe Bommarito, nel disperato tentativo di coprire i colleghi, era sceso rapidamente dal veicolo per spostarsi davanti, ma venne freddato alle spalle da un colpo di lupara ravvicinato che lo raggiunse alla testa prima che potesse estrarre la pistola d’ordinanza, che gli investigatori ritroveranno ancora chiusa nella fondina.

Sulla scena del crimine giunsero per primi la compagna del capitano, Antonella Lorenzi, allertata dal fragore degli spari mentre stava preparando la cena, insieme ad alcuni condomini del palazzo, seguiti subito dopo dalle pattuglie dei Carabinieri e della Polizia di Stato chiamate a constatare l’orrore del massacro.

I profili delle vittime: servitori dello Stato tra dovere e abnegazione

Il Capitano Mario D’Aleo

Nato a Roma il 16 febbraio 1954, figlio di un stimato maresciallo dell’esercito, Mario D’Aleo intraprese la carriera militare frequentando l’Accademia di Modena, venendo nominato sottotenente dell’Arma dei Carabinieri nel 1975. Dopo un periodo alla Scuola Sottufficiali di Firenze, nel maggio del 1980, a soli ventisei anni, venne trasferito a Palermo per assumere il Comando della Compagnia Carabinieri di Monreale. Ereditò un comando segnato dal dolore e dalla paura, succedendo direttamente al Capitano Emanuele Basile, assassinato da Cosa Nostra solo ventisei giorni prima sotto gli occhi della moglie e della figlia. Nonostante la giovane età e il clima di intimidazione, D’Aleo dimostrò da subito un rigore investigativo non comune e uno sprezzo del pericolo straordinario, sintetizzato in una sua dichiarazione che oggi risuona come un testamento morale, in cui confidava che il dolore più grande per un uomo era perdere la stima di sé e la voglia di lavorare, e che per questo si sarebbe battuto fino alla morte per la verità.

L’Appuntato Giuseppe Bommarito

Nato il 14 luglio 1944 a Balestrate, in provincia di Palermo, Giuseppe Bommarito era il quinto di sette figli di Salvatore Bommarito e Marianna Badaglialacqua. Suo padre, contadino di giorno e pescatore di notte, era un uomo retto che amava la lirica e suonava il flicorno nella banda del paese, trasmettendo ai figli una ferrea educazione basata sul rifiuto di ogni prevaricazione, condensata nei proverbi di famiglia che intimavano di non fare del male per non avere paura e ricordavano che chi ha lingua passa il mare. Bommarito amava la natura, sapeva imitare il canto degli uccelli e intonava con passione le canzoni di Domenico Modugno, in particolare “Amara terra mia”. Dopo una giovinezza tra il lavoro nei campi, l’edilizia e una breve emigrazione a Torino come muratore, si arruolò nell’Arma nel 1964. Sposato con Mimma e padre di due figli, Salvatore e Vincenzo, Bommarito giunse a Monreale nel 1970, diventando il braccio destro del Capitano Basile. La morte di Basile lo colpì profondamente, causandogli anche problemi di salute, ma con l’arrivo di D’Aleo scelse di rimanere in prima linea, offrendo al nuovo comandante la propria straordinaria conoscenza del territorio e fungendo da vera e propria memoria storica delle dinamiche mafiose locali.

Il Carabiniere scelto Pietro Morici

Nato a Valderice, in provincia di Trapani, il 21 agosto 1956, Pietro Morici crebbe aiutando la madre Antonina nel piccolo negozio di alimentari di famiglia, situato proprio di fronte alla locale caserma dei Carabinieri. Fu proprio osservando quotidianamente il lavoro dei militari che in lui nacque il sogno di indossare la divisa, un desiderio che realizzò arruolandosi nel 1975 alla Scuola Allievi di Roma, nonostante l’iniziale opposizione dei genitori. Dopo un primo servizio prestato a Milano, nel 1976 ottenne il trasferimento in Sicilia, prima a Palermo e infine a Monreale. Presso la Compagnia monrealese divenne l’autista ufficiale del Capitano Basile e, dopo la sua tragica scomparsa, fu confermato nel medesimo delicato incarico dal Capitano D’Aleo, con il quale strinse un legame di profonda fiducia e leale collaborazione che lo portò a sacrificare la propria giovane vita a soli ventisette anni.

Il contesto mafioso e sociale: l’offensiva corleonese e il feudo di Monreale

La strage di via Scobar si colloca nel momento più cruento della seconda guerra di mafia, una stagione di vera e propria mattanza in cui l’ala militare dei Corleonesi, guidata da Salvatore Riina e Bernardo Provenzano, scatenò un’offensiva totale sia per eliminare le cosche palermitane rivali sia per intimidire lo Stato, colpendo magistrati, poliziotti e carabinieri non disposti ad abbassare la testa. In questa strategia di annientamento, il territorio della Compagnia di Monreale, che estendeva la propria giurisdizione su comuni chiave come Altofonte e San Jato, rappresentava un baluardo geopolitico cruciale per i Corleonesi.

Le indagini avviate da Emanuele Basile, strettissimo collaboratore di Paolo Borsellino, e portate avanti con determinazione da Mario D’Aleo stavano scardinando gli assetti di potere di questo territorio. In particolare, l’attenzione investigativa di D’Aleo e Bommarito si era concentrata su due fronti estremamente caldi per l’organizzazione criminale. Il primo riguardava le attività della Cassa Rurale ed Artigiana di Altofonte, presieduta da Salvatore Nigro, un istituto di credito rivelatosi fondamentale per le transazioni finanziarie e il sostegno economico delle cosche guidate da Bernardo Brusca e strettamente legate a Totò Riina. Il secondo fronte toccava gli interessi economici legati alla società Litomix, le cui indagini si intrecciarono drammaticamente con la pianificazione del delitto.

L’attività sul campo di D’Aleo era incessante: l’ufficiale eseguiva fermi, perquisizioni e propose misure di sorveglianza speciale per soggetti di spicco come Salvatore Damiani, un provvedimento che tuttavia fu revocato solo due mesi dopo, evidenziando le prime crepe e le resistenze istituzionali attorno al suo operato. Addirittura, durante un servizio di appostamento, D’Aleo riuscì a individuare visivamente il boss latitante Totò Riina a bordo di un’autovettura in compagnia del giovane Giovanni Brusca, dando il via a una caccia all’uomo senza sosta. Questo attivismo infastidì profondamente i vertici mafiosi. Le minacce si fecero esplicite quando persino il nonno di Giovanni Brusca si presentò direttamente dal Capitano per accusarlo di perseguitare la sua famiglia. Parallelamente ai successi investigativi, D’Aleo iniziò a percepire attorno a sé un progressivo isolamento istituzionale e uno scetticismo diffuso, anche all’interno dell’Arma dei Carabinieri, una condizione di vulnerabilità che Cosa Nostra seppe cogliere per sferrare il suo attacco letale.

Le reazioni dell’epoca: lo sconcerto, la solitudine e le voci della verità

Il clima sociale e istituzionale in cui si consumò la strage era caratterizzato da una profonda e dolorosa solitudine per gli uomini impegnati in prima linea. La compagna di D’Aleo, Antonella Lorenzi, raccontò in seguito la drammatica tensione vissuta dal Capitano nei suoi ultimi giorni. Mario appariva insolitamente teso, le telefonava continuamente durante la giornata per informarla dei suoi spostamenti e dedicava ogni momento libero allo studio febbrile delle carte d’indagine, conscio del pochissimo tempo che gli rimaneva. Quella sera, Antonella stava cucinando un coniglio regalato a D’Aleo da Giuseppe Bommarito, ignara che fuori dal portone si stesse consumando il massacro. Poco dopo gli spari, il telefono di casa squillò per tre volte consecutive, ma quando la donna sollevò la cornetta trovò solo un gelido e minaccioso silenzio.

Il fratello del capitano, Antonino D’Aleo, ricordò con strazio che alla vittima la mafia non diede neppure il tempo di formarsi una famiglia, rammentando come provò a telefonargli intorno alle ore 21:00 di quella sera senza ricevere alcuna risposta. Gli investigatori dell’epoca, come riportato dal giornale “L’Ora” il 15 giugno 1983, dichiararono fermamente che Mario D’Aleo era stato ucciso esclusivamente per la sua attività investigativa e che le indagini si stavano concentrando sui clan di Altofonte, Monreale e Pioppo, la cosiddetta “mafia del parco”.

I funerali di Stato dei tre carabinieri si tennero il 15 giugno 1983 nel Duomo di Monreale, alla presenza del Presidente della Repubblica Sandro Pertini e di numerose autorità politiche e militari. Tuttavia, l’omelia pronunciata dal Vescovo della diocesi, Monsignor Cassina, destò sconcerto e profonda amarezza tra i presenti poiché il prelato scelse di non pronunciare mai la parola “mafia”, un silenzio emblematico che rifletteva la diffusa reticenza e la sottovalutazione del fenomeno da parte di ampi settori della società civile e della Chiesa dell’epoca.

A questa presa di distanza si aggiunsero, per la famiglia Bommarito, dicerie e schizzi di fango diffusi nell’ambiente locale per delegittimare l’operato e la fedeltà dell’appuntato, un attacco postumo che costrinse i familiari a chiudersi in un lungo e dignitoso silenzio durato oltre un decennio. Molti anni dopo, commentando quegli anni, l’ex magistrato Luigi De Magistris parlò esplicitamente di una stagione di “macelleria istituzionale”, elogiando Bommarito come un carabiniere semplice e coraggioso che, nelle sue relazioni di servizio, non aveva paura di segnalare le collusioni tra politici, faccendieri e la borghesia mafiosa locale.

L’iter processuale: dal silenzio al verdetto del processo Tempesta

L’iter giudiziario volto ad accertare la verità sulla strage di via Scobar è stato estremamente lungo, tortuoso e caratterizzato da iniziali archiviazioni e depistaggi, prima di giungere a sentenze definitive a distanza di quasi un quarto di secolo dal crimine.

Le prime indagini furono avviate la sera stessa della strage dal Capitano Tito Baldo Honorati, all’epoca alla guida del Nucleo Investigativo di Palermo. Honorati redasse due rapporti investigativi in cui mise in luce la pista mafiosa legata ai clan di Altofonte e Monreale. Nel suo rapporto, il capitano sottolineò un dettaglio di fondamentale importanza: l’esecuzione di Giuseppe Bommarito con la lupara, un’arma tradizionale solitamente associata a vendette interne o a punizioni esemplari, suggeriva una volontà di punizione e un risentimento mafioso particolarmente intenso nei confronti dell’appuntato, considerato la mente storica dietro alle indagini dell’ufficiale.

Nonostante questi elementi, le indagini subirono un arresto e un iniziale proscioglimento dei primi indagati, tra cui spiccavano esponenti come Francesco Madonia, Armando Bonanno e Vincenzo Puccio. La svolta investigativa si registrò solo alla fine del 1989. Il 17 ottobre di quell’anno, il collaboratore di giustizia Francesco Marino Mannoia rivelò ai magistrati il profondo fastidio che Bernardo Brusca nutriva per il lavoro di D’Aleo e la volontà della famiglia di Altofonte di fermare a ogni costo quella catena investigativa. Sulla base di queste dichiarazioni e di nuovi riscontri sulle indagini che il capitano stava svolgendo sulla società Litomix, l’allora sostituto procuratore Leonardo Agueci chiese la formale riapertura delle indagini per il triplice omicidio.

La ricostruzione definitiva della dinamica e delle responsabilità si ottenne grazie alle confessioni dei collaboratori di giustizia Calogero Ganci e Francesco Paolo Anzelmo, esponenti di spicco della famiglia mafiosa della Noce. Anzelmo, in particolare, si autoaccusò del triplice omicidio, rivelando i dettagli organizzativi ed esecutivi dell’agguato. Egli descrisse come il commando si fosse mosso e come, durante il tragitto verso via Scobar, fosse stato persino fermato e controllato a un posto di blocco all’ingresso dell’autostrada per Villabate, venendo poi autorizzato a proseguire a causa della mancanza di elementi sospetti in quel preciso momento.

Le risultanze delle indagini confluirono nel maxiprocesso denominato “Tempesta”, un mastodontico procedimento giudiziario avviato nei confronti di circa centocinquanta imputati per i più efferati delitti commessi durante la seconda guerra di mafia. Il dibattimento consentì di individuare la struttura di comando che aveva deliberato la morte dei tre carabinieri. La commissione provinciale di Cosa Nostra si era riunita d’urgenza per votare la condanna a morte di D’Aleo, e ogni mandamento interessato aveva fornito i propri killer più spietati.

I mandanti della strage furono identificati nei massimi vertici della cupola mafiosa: Salvatore Riina, Bernardo Provenzano, Michele Greco, Bernardo Brusca, Giovanni Brusca, Giuseppe Calò, Francesco Madonia, Vincenzo Geraci e Giuseppe Farinella, mentre gli esecutori materiali risultarono essere Raffaele Ganci, suo figlio Domenico Ganci, il nipote Francesco Paolo Anzelmo, Salvatore Biondino e Michelangelo La Barbera.

La giustizia giunse al suo compimento definitivo attraverso diversi gradi di giudizio. Calogero Ganci venne condannato a tredici anni di reclusione in uno stralcio processuale separato. Le sentenze di primo grado del processo Tempesta, emesse rispettivamente l’11 luglio e il 16 novembre del 2001, comminarono numerosi ergastoli. In secondo grado, i diversi procedimenti vennero riuniti in un unico giudizio conclusosi il 20 novembre 2003, successivamente annullato in parte dalla Corte di Cassazione il 20 aprile 2005. In quella sede, la Suprema Corte confermò in via definitiva ventotto ergastoli, tra cui quello per l’esecutore materiale Michelangelo La Barbera, annullando quaranta condanne con rinvio ad altra sezione. Il processo di rinvio si concluse infine il 23 maggio 2007 quando la Corte d’Assise d’Appello di Palermo, presieduta da Giovanni Miccichè, confermò la condanna all’ergastolo per Bernardo Provenzano come mandante della strage di via Scobar, assolvendo invece Giuseppe Calò per questo specifico delitto, pur rimanendo quest’ultimo detenuto per altri omicidi commessi nella medesima stagione di sangue.

La memoria viva: il riscatto della società civile

Subito dopo il delitto, il 31 agosto 1983, sotto la presidenza di Sandro Pertini, alla memoria di Mario D’Aleo, Giuseppe Bommarito e Pietro Morici vennero conferite tre Medaglie d’oro al valor civile, riconoscendo il loro estremo sacrificio a difesa dello Stato e delle istituzioni democratiche. Ciononostante, per molti anni la strage di via Scobar rimase confinata in un ingiusto cono d’ombra della memoria collettiva nazionale, quasi schiacciata dal ricordo di attentati contro figure istituzionali di più alto profilo mediatico.

La svolta per il riscatto della memoria storica avvenne nel 2007, quando la moglie di Giuseppe Bommarito, Mimma, insieme ai figli Salvatore e Vincenzo e alla sorella Francesca, decisero di trasformare il dolore privato in un impegno civile e sociale attivo. Francesca Bommarito ha dedicato anni alla ricerca di documenti e alla ricostruzione della verità storica sulla strage, culminata nella pubblicazione del libro-inchiesta dal titolo evocativo “Albicocche e sangue”, uno strumento prezioso per far conoscere la vicenda soprattutto alle giovani generazioni.

Da questo risveglio civile sono nate numerose iniziative concrete sul territorio. Nel 2013 è stata fondata l’Associazione Giuseppe Bommarito Contro le mafie, impegnata nella promozione della legalità e nel contrasto alle tossicodipendenze. Nel 2016, nel comune di Balestrate, è stato inaugurato un Centro di aggregazione giovanile intitolato ai tre carabinieri caduti, situato all’interno di un immobile confiscato a Cosa Nostra, un simbolo tangibile di come lo Stato possa riappropriarsi dei beni sottratti dalla criminalità per restituirli alla collettività.

Ogni anno, il 13 giugno, le istituzioni e la società civile si riuniscono in via Scobar a Palermo per commemorare il sacrificio dei tre militari. A queste cerimonie ufficiali si affiancano costanti incontri nelle scuole di tutta Italia, dove i familiari incontrano gli studenti per mantenere vivo il ricordo. Anche lo sport è diventato un veicolo di memoria: a Trapani viene organizzata una manifestazione podistica denominata “Pietro Morici Memorial”, caratterizzata da un percorso di 9,8 chilometri, la distanza esatta che separa la caserma di Monreale da via Scobar a Palermo, un cammino ideale che unisce il luogo del dovere a quello del sacrificio estremo.

Infine, le istituzioni militari hanno voluto onorare permanentemente la memoria dei tre caduti intitolando alla loro memoria le caserme dei Carabinieri nei loro luoghi d’origine o di servizio: la caserma di Roma Tor Vergata è intitolata al Capitano Mario D’Aleo, quella di Balestrate all’Appuntato Giuseppe Bommarito e quella di Valderice al Carabiniere Pietro Morici, a perenne testimonianza del loro indomito coraggio.

Roberto Greco

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