Ma i nostri padri pagavano più tasse di noi oppure ne pagavano di meno?
E’ questa la domanda che spesso ci si pone. Una domanda che nasce principalmente osservando alcuni fenomeni, talvolta contrastanti, ma che comunque fanno pensare che il periodo precedente alla riforma tributaria del 1972 era un periodo abbastanza felice, quanto meno dal punto di vista della “serenità” fiscale.
I numeri, comunque, dicono che nel 1960 il gettito tributario era di 4.300 miliardi di lire. Quello del 2024 è stato pari a 676 miliardi di euro.
Attualizzando il dato del 1960 ad oggi, moltiplicando cioè l’importo (attualizzato) di 2,2 miliardi di Euro per 30 (ossia un indice orientativo della rivalutazione monetaria nel corso di 65 anni), si ottiene l’importo complessivo di 66 miliardi circa, valore questo che è appena un decimo del gettito fiscale dell’anno scorso, quello di 676 miliardi di Euro.
Ma, per comprendere meglio, occorre fare qualche ulteriore riflessione.
Ricordiamo, intanto, che, in un sistema tributario moderno e corretto, il cittadino è chiamato a pagare i tributi per assicurare al Governo le entrate necessarie per affrontare la “spesa pubblica” !
Ed è per questi motivi (ma forse questa è solo utopia) che i tributi dovrebbero essere “accettati” ed “onorati”.
I cittadini, infatti, nel pagarli, dovrebbero essere convinti che il prelievo fiscale che subiscono sia adeguato ai servizi pubblici che ricevono dallo Stato nonchè conforme al principio della distribuzione della ricchezza (principio della capacità contributiva), ossia al principio secondo il quale la ricchezza, proprio attraverso l’applicazione dei tributi, viene spostata dal “più ricco” al “più povero”, per consentire a tutti (sia al più ricco che al più povero) di fruire dei servizi pubblici in maniera assolutamente uguale.
Tuttavia, la mancanza di chiarezza ed il perdurare di un sistema fiscale troppo oneroso e, principalmente, troppo complesso, rappresenta un grosso freno all’adesione spontanea dei cittadini verso l’obbligazione tributaria.
Anche, e forse in misura maggiore, in Sicilia, regione nella quale le famiglie siciliane continuano ad essere le più povere in Italia (hanno un reddito inferiore del 29% rispetto alla media nazionale).
Una situazione, quella ora illustrata, che sollecita il “ricordo del passato”.
Non ci riferiamo, evidentemente, al periodo del Risorgimento (1861) nel quale Quintino Sella (chiamato “il grande tassatore”, “nemico della plebe”, “affamatore del popolo”) riuscì a raggiungere il traguardo del pareggio di bilancio (un incubo sempre esistito) e l’abbandono dei prestiti pubblici che appesantivano, come oggi, l’economia nazionale.
Ci riferiamo agli anni cinquanta e sessanta, un periodo in cui non c’era l’IVA e non c’erano neppure l’IRPEF e l’IRES.
Anni in cui, con la riforma Vanoni, fu introdotto l’obbligo della presentazione della dichiarazione fiscale e che prevedeva il pagamento, a titolo di imposte dirette, dell’Imposta Ricchezza mobile (quella inventata da Quintino Sella, che gravava sui redditi non fondiari), e l’Imposta Complementare (una imposta progressiva sull’intero reddito del cittadino, che aveva il compito di assicurare i requisiti di progressività voluti dalla Costituzione).
C’erano pure le imposte indirette, come l’IGE (Imposta Generale sull’Entrata) e le Imposte sui consumi.
Insomma, un sistema tributario poco sofisticato (principalmente a causa della mancanza di banche dati e di altri mezzi informatici idonei all’accertamento, nonché a causa dell’allora esistente segreto bancario), che si affidava principalmente alla spontaneità dei contribuenti i quali, spesso, dopo la presentazione dalla dichiarazione, ricevevano dall’ufficio delle imposte una convocazione per “definire” l’imponibile sul quale pagare il tributo.
Imponibile – però – che spesso, in mancanza dei sistemi sofisticati di cui si serve oggi l’Agenzia delle Entrate, era frutto di un “concordato” tra l’Amministrazione finanziaria ed il contribuente, che non sempre rappresentava il reddito “effettivamente” percepito da quest’ultimo.
E’ chiaro, che sulla base di questa poche considerazioni, volendo rispondere alla domanda fatta in premessa, la risposta non può essere che una sola: i nostri padri pagavano meno tasse.
I servizi, però, erano di quantità inferiore a quelli attuali, la trasparenza dell’attività pubblica era minore, il bilancio dello Stato (peraltro allora non ancora soggetto alla rigorosa vigilanza dell’Unione Europea) registrava perdite sempre in aumento.
Oggi, però, le cose sono cambiate sostanzialmente.
Evidentemente non si può non ricordare quanto sia alta, attualmente, l’evasione fiscale. Si parla di 100 miliardi sottratti annualmente al fisco. Di questa somma circa 35 miliardi riguarda le imposte indirette (principalmente l’IVA) e per il resto le imposte dirette (IRPEF e IRES) ed i tributi locali (principalmente la TARI).
Ma per capire i motivi di questo bruttissimo fenomeno, dobbiamo constatare che la sottrazione di materia imponibile al fisco è legata principalmente all’economia sommersa, che purtroppo, nel 2024, si è attestata a circa 200 miliardi di Euro, una somma che corrisponde a quasi il 10% del PIL nazionale.
Dobbiamo ricordare, ancora, che la pressione fiscale dei tributi che affluiscono allo Stato oggi si avvicina al 50% (il 42,8 % del PIL), una percentuale alla quale si deve aggiungere la parte che corrisponde al pagamento dei tributi locali (quelli comunali, come IMU e TARI e quelli regionali, come IRAP e tasse automobilistiche).
E’ chiaro, quindi, che l’essere consapevole che per più di sei mesi all’anno il reddito mensile di ogni cittadino deve essere riversato all’Erario, rappresenta certamente un ostacolo psicologico all’adempimento spontaneo.
Non dimentichiamo poi i problemi legati alla enorme quantità ed alle enormi difficoltà interpretative delle norme fiscali ed agli eccessivi e sempre più complessi adempimenti tributari esistenti.
Probabilmente il legislatore degli anni successivi al ’70 ha pensato – purtroppo errando – che aumentando il numero delle comunicazioni e delle dichiarazioni imposte ai contribuenti si poteva diminuire sensibilmente la possibilità di evadere.
Ed invece è tutto il contrario. La semplicità ed un numero adeguato di adempimenti formali agevola l’adempimento spontaneo e fa diminuire le irregolarità.
Lo stesso legislatore degli anni ’70, con la riforma del 1973 (quella che ha introdotto l’IVA, l’IRPEF e l’IRES), nell’introdurre l’obbligo della fattura e della tenuta della contabilità, ha ritenuto pure che tale nuovo e rigoroso sistema poteva rappresentare un sistema di assoluta trasparenza dei ricavi ottenuti attraverso lo svolgimento di attività imprenditoriali o professionali.
Ma anche queta volta l’obiettivo non è stato raggiunto. La contabilità, formalmente tenuta in modo perfetto, anzicchè rappresentare lo ”specchio” dell’attività, come si pensava, ha rappresentato quasi un “muro”, difficilmente da abbattere da parte del fisco il quale, in quella situazione, era costretto ad accontentarsi di quanto dalla contabilità emergeva.
Da qui un “cambio di passo”, con l’istituzione di numerosi sistemi di accertamento presuntivo, come i “coefficienti presuntivi”, la “minimum tax”, “studi di settore“ .
Sistemi, comunque, che, estremamente censurati dalla dottrina ma anche dalla Giurisprudenza, da qualche tempo sono stati messi al bando, cercando di favorire la compliance non attraverso mere presunzioni o sistemi sanzionatori, ma favorendo l’adesione spontanea con la previsione di situazioni premiali ai contribuenti che dichiarano somme più vicine a quelle che, attraverso sistemi molto dettagliati (ISA), dovrebbero corrispondere al vero.
Occorre far presente, comunque, che è in atto la riforma tributaria (legge delega n. 111 del 9 agosto 2023) che, affidata a mani esperte, sta cercando di razionalizzare i diversi settori della fiscalità, anche predisponendo del “Testi Unici” per contenere, in maniera razionale, l’enorme quantità di disposizioni tributarie che si sono stratificate nel corso degli ultimi cinquant’anni.
Così come dobbiamo ricordare che, con il Disegno di legge di Bilancio per il 2026 (già “bollinato” dalla Ragioneria generale dello Stato), il Consiglio dei Ministri ha diminuito la percentuale IRPEF, portandola dal 35% al 33%, per i contribuenti appartenenti allo scaglione “medio” (redditi da 28.000 a 50.000), quelli che alcuni chiamano “il ceto medio”. Una disposizione, quest’ultima, che non dovrebbe subire modifiche alla fine dell’iter parlamentare in corso.
Ecco, alla luce di queste considerazioni, per completare la risposta alla domanda fatta in premessa, non si può che concludere che, nonostante l’enorme evasione esistente (sarebbe più opportuno dire in buona parte a causa dell’evasione), il cittadino paga molte più tasse del passato, dieci volte quello che pagava nel 1960.
Un incremento dovuto, nonostante gli sforzi del Governo di ridurre la pressione fiscale, non solo all’esistenza di una base imponibile complessiva maggiore rispetto a cinquant’anni fa, ma anche all’incremento della pressione fiscale (negli anni ‘60 non superava il 24%) conseguente all’aumento delle aliquote ed all’introduzione di nuove forme di tributi.
Una crescita del prelievo fiscale dovuto, però, anche alla maggiore trasparenza, alla tecnologia che ha reso più efficace i controlli, ma anche ad una maggiore quantità e, forse, una migliore qualità, dei servizi pubblici, o di alcuni di essi.
Con riguardo ai servizi pubblici, come si diceva prima, non si può non constatare che la loro quantità è aumentata moltissimo rispetto a quella di cinquant’anni fa.
Ma non sempre a beneficio di una migliore qualità, per cui motivi di malcontento ce ne sono in grande quantità, specialmente pensando alle note insufficienze della sanità, dei trasporti, della sicurezza, della manutenzione delle strade, e di tanto altro ancora.
Quindi, non ci resta che sperare che, con una sana ed oculata gestione della “cosa pubblica”, una corretta attività amministrativa (magari facendo tesoro dell’utile “AI”), una rapporto politico meno conflittuale e più collaborativo (nel rispetto del “superiore interesse della collettività”), e con la realizzazione di un sistema tributario caratterizzato da norme semplici e chiare e da pochi adempimenti, l’aumento (sperato) della tax compliance possa, da un lato, ridimenzionare l’ammontare dell’evasione fiscale e, dall’altro, ottenere un gettito maggiore e più equo, principalmente un gettito che sia veramente aderente al disposto dell’articolo 53 della nostra Costituzione e maggiormente adeguato ai servizi pubblici “effettivamente” resi ai cittadini.
Salvatore Forastieri