Dal welfare settoriale a quello multidisciplinare, passando per l’inclusione delle fragilità, la gestione della terza età e le nuove povertà invisibili: il terzo settore sta ridisegnando il volto del sociale.
Un percorso che cambia insieme alla società
Il terzo settore, negli ultimi decenni, ha vissuto un cambiamento profondo. Non più un approccio frammentato e settoriale, ma una visione integrata, capace di tenere insieme i bisogni delle persone con strategie comuni e reti di collaborazione. Una trasformazione che ha portato grandi passi avanti, ma che lascia ancora sul tavolo questioni irrisolte.
“Un tempo – racconta Luciano Maria D’Angelo, esperto del settore – di fronte a fragilità psichiche o mentali la risposta era quasi sempre l’ospedalizzazione. Oggi la prospettiva è diversa: si lavora per costruire comunità. I servizi tengono conto della casa, del lavoro, dell’educazione e della salute. È un cambio di paradigma che ha spostato l’attenzione dal singolo bisogno a una visione globale della persona”.
Anziani: dal ricovero alla assistenza familiare
Il tema dell’invecchiamento è uno dei più delicati. Se prima la risposta era quasi sempre il ricovero in strutture, oggi prendono spazio modelli più familiari, come le case famiglia, che permettono agli anziani di mantenere relazioni e vivere in ambienti meno impersonali.
“Questa trasformazione – aggiunge D’Angelo – ha costretto il terzo settore a fare un salto di competenze: non solo nella dimensione relazionale, ma anche in quella normativa e gestionale. È nata così una nuova professionalità, che sta cambiando il modo in cui guardiamo al sociale”.
Povertà invisibili: la nuova emergenza
Il divario tra ricchi e poveri si allarga, e a pagarne il prezzo è soprattutto il ceto medio, sempre più fragile. Non si tratta solo di chi vive già in condizioni di disagio, ma anche di chi scivola lentamente verso una precarietà difficile da riconoscere.
“Esiste una fascia di popolazione che vive in povertà ma resta invisibile – sottolinea D’Angelo –. Basta un imprevisto, anche per chi lavora nel pubblico impiego, per passare da una situazione di relativa stabilità a una di difficoltà economica. Strumenti come l’ISEE non riescono a fotografare questa realtà, e finiscono per escludere persone che avrebbero bisogno di aiuto”.
Il futuro: dialogo e programmazione condivisa
Quale strada percorrere, dunque, per rendere il sistema più giusto ed efficace? La chiave, secondo D’Angelo, è il dialogo tra pubblico e privato e terzo settore.
Guardando avanti, la sfida principale sarà rafforzare il dialogo politico-istituzionale per dare risposte più efficaci e durature.
“Occorre superare la logica rivendicazionista del passato – conclude D’Angelo – e puntare su una programmazione a medio-lungo termine, con interventi strutturati a più livelli. Solo una reale sinergia tra pubblico e privato potrà garantire un modello di welfare inclusivo e sostenibile”.