Tagli, bandi e incertezze. Il terzo settore nella morsa delle scelte politiche

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C’è un grande equivoco che la politica continua ad alimentare: chiamarlo “terzo settore” serve a non chiamarlo per quello che è diventato. Un sostituto a basso costo dello Stato sociale. Un alibi perfetto per giustificare tagli, rinvii, sottofinanziamenti. Mentre il welfare arretra, il non profit viene chiamato a tappare le falle, senza risorse adeguate e senza voce in capitolo.

Le istituzioni celebrano la solidarietà, ma finanziano la precarietà. Affidano servizi essenziali attraverso bandi a tempo, gare al ribasso, contributi insufficienti a coprire i costi reali. Poi si stupiscono se le organizzazioni chiudono, se il personale se ne va, se la qualità cala. È una strategia miope, mascherata da efficienza.

Il lessico politico è ormai rodato: co-progettazione, partenariato, sussidiarietà. Parole che restano sulla carta mentre nella pratica prevale la logica della delega. Il pubblico decide poco e paga tardi, il terzo settore anticipa, rischia, resiste. Una relazione asimmetrica, che scarica la responsabilità verso il basso e salva la narrazione verso l’alto.

Anche il PNRR, presentato come il rilancio del welfare, segue la stessa traiettoria. Molti fondi, nessuna stabilità. Progetti che partono con enfasi e finiscono in silenzio. Servizi che nascono sapendo già di dover morire. Un welfare usa e getta, buono per le conferenze stampa, inutile per le comunità.

Nel frattempo, il lavoro sociale viene trattato come una variabile comprimibile. Educatori, operatori, assistenti pagati poco, assunti a termine, logorati da carichi crescenti. La cura diventa una prestazione da contenere nei costi, non un investimento da difendere. È qui che il sistema mostra il suo volto più cinico.

Il terzo settore continua a reggere, ma a quale prezzo? Chiamare “resilienza” questa condizione è una mistificazione. È sopravvivenza forzata. È accettare che il welfare funzioni solo finché qualcuno è disposto a sacrificarsi.

La questione dei finanziamenti al terzo settore è ormai una questione politica a pieno titolo. Non riguarda solo il non profit, ma il modello di welfare che il Paese intende adottare. Continuare a considerare il terzo settore come un “ammortizzatore sociale” a basso costo significa rinviare il problema. Investire in modo strutturale, invece, significa riconoscere che la cura delle fragilità è una responsabilità pubblica, non una delega temporanea.

La verità è scomoda ma evidente: la politica ha trovato nel non profit il modo di fare welfare senza farsene carico. Finché questo modello reggerà, lo Stato sociale resterà una promessa incompiuta. E il terzo settore continuerà a pagare il conto di scelte che non ha mai fatto.

Roberto Greco