La riforma della governance universitaria e le politiche governative considerate da molti come un attacco sistemico all’università pubblica. E’ questo il tema che ha fatto riempire l’aula Cocchiara dell’edificio 12 di UniPa nel pomeriggio di ieri. Un’assemblea di Ateneo convocata da CUIR, ANDU, ARTED, Rete 29 Aprile, Assemblea delle dottorande e giovani ricercatrici, Impronta Studentesca, Intesa Universitaria, Laboratorio Studentesco Autonomo, Potere e Sapere, RUM e UDU Palermo.
Al centro del dibattito il disegno di legge collegato alla delega prevista dall’articolo 10 della Legge 15 luglio 2024 n. 111, che consente al governo di intervenire senza confronto parlamentare pieno sul riassetto degli organi degli Atenei. La bozza attorno a cui si discute, riconducibile al gruppo di lavoro che include Galli della Loggia, prevede un rafforzamento del ruolo del rettore, un ridimensionamento delle competenze del Senato Accademico e un CDA maggiormente allineato alle direttive ministeriali. In prospettiva, secondo i partecipanti, si disegna un’università in cui il vertice diventa un nodo di trasmissione delle politiche governative, non un rappresentante della comunità accademica.
A questo si aggiungono effetti già visibili della Legge Gelmini del 2010, mai superata e anzi consolidata: precarizzazione strutturale delle carriere, riduzione della rappresentanza studentesca, concentrazione del potere decisionale. «L’università è un diritto costituzionale», ha ricordato in assemblea Martina Gennusa, membro del CDA di Ateneo, richiamando l’articolo 33 della Costituzione. Ha evidenziato come il dibattito politico ignori i problemi reali: precarietà diffusa, fuga dei talenti verso l’estero, disuguaglianze territoriali tra università del Centro-Nord e quelle del Mezzogiorno. «Le leggi devono essere scritte con e non contro le università» ha affermato, chiedendo un ridimensionamento della delega legislativa.
Un altro punto sollevato riguarda l’intreccio crescente tra atenei e comparto militare-industriale. Sono stati citati tirocini e progetti di ricerca in collaborazione con l’azienda Leonardo, partnership con strutture militari e un orientamento utilitaristico della ricerca, in un contesto in cui l’Italia aumenta progressivamente le spese per la difesa, con l’obiettivo dichiarato del 5% del PIL entro il 2035. Secondo diversi interventi, l’università viene spinta verso un modello aziendale e non più formativo o critico.

Abbiamo raccolto il commento di Alessio Collura, ricercatore e membro del Coordinamento Universitari in Rivolta (CUIR), che parla di «una logica di sempre minore democratizzazione dello spazio universitario». Collura mette in guardia dal rischio di costruire università governate dall’alto, con organi collegiali svuotati di ruolo e rettori che diventano esecutori delle politiche ministeriali. Sottolinea che l’articolo 33 della Costituzione non è un principio astratto ma una protezione concreta della libertà della ricerca, della pluralità delle idee e del dissenso accademico. Per Collura, l’attacco al modello democratico interno all’università non riguarda solo i lavoratori o i docenti, ma l’intero ecosistema della comunità accademica, compresi gli studenti, che rischiano di trovarsi in un luogo dove il confronto critico viene marginalizzato e dove il sapere viene subordinato a logiche economiche o governative. «Serve una presa di coscienza collettiva e continua» ha affermato, ribadendo il ruolo del CUIR nel creare spazi di partecipazione e nel tenere vivo il dibattito pubblico sul futuro dell’università.
L’assemblea si è chiusa con un appello alla mobilitazione collettiva. Studenti, ricercatori e personale universitario scenderanno in piazza il 28 novembre e il 12 dicembre prossimi. L’obiettivo dichiarato è ribadire l’autonomia dell’università, che non deve piegarsi alla contingenza politica né essere ridotta a ingranaggio amministrativo o produttivo. L’università, è stato ricordato più volte, è un bene pubblico e un presidio di libertà.
Samuele Arnone