La settima vittima di via d’Amelio: la storia, la solitudine e i misteri sulla morte di Rita Atria

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26 luglio 1992. L’Italia sta ancora scavando tra i detriti d’asfalto e carne di via d’Amelio, dove solo sette giorni prima, il 19 luglio, la mafia ha massacrato il giudice Paolo Borsellino e cinque agenti della sua scorta. Un appartamento al settimo piano di un palazzo anonimo in viale Amelia, quartiere Tuscolano, Roma. Fuori fa il caldo soffocante dell’estate romana, ma dentro quella stanza, al buio, si avverte solo un freddo glaciale. La fotografia finale della tragedia è Rita Atria, appena diciasettenne, stesa sul selciato in fin di vita. Al suo fianco una vicina di casa che non la conosceva. La donna alza gli occhi verso il palazzo. Come se cercasse di capire da dove fosse caduta. Ma tutte le tapparelle dell’edificio sono parzialmente abbassate.

Per la burocrazia dello Stato e per i verbali giudiziari stilati a tempo di record, la morte di Rita Atria è un caso chiuso: suicidio per disperazione. La ragazza non avrebbe retto all’angoscia per la scomparsa del magistrato che per lei era stato un padre, una guida, l’unica salvezza. Eppure, ad oltre trent’anni di distanza, quell’archiviazione lampo mostra crepe sempre più profonde. Anomalie investigative, reperti scomparsi, rilievi mai effettuati e un impianto di protezione che l’aveva di fatto abbandonata trasformano la tragedia di una diciassettenne in un vero e proprio giallo politico-giudiziario.

Ricostruire la vita, la scelta e la morte di Rita Atria significa immergersi nel cuore oscuro della Sicilia mafiosa, ma anche addentrarsi nei meandri di uno Stato impreparato a proteggere i suoi testimoni più fragili.

Il feudo di Partanna e la dinastia spezzata

Per capire Rita Atria bisogna tornare indietro nel tempo e nello spazio, tra i vicoli di Partanna, comune agricolo della Valle del Belìce, in provincia di Trapani. È qui che Rita nasce il 4 settembre 1974, in un ambiente imbevuto della sottocultura e delle regole non scritte della criminalità organizzata.

Suo padre, Vito Atria, è ufficialmente un pastore, ma nella geografia mafiosa locale copre il ruolo di “paciere”, uomo d’onore legato al vecchio capomafia locale Nicola Accardo. A Partanna la mafia non è un’entità astratta: è il tessuto connettivo della società, l’autorità che risolve le controversie, gestisce il lavoro e decide la vita e la morte. Rita cresce adorando il padre e il fratello maggiore Nicola. Per lei, ragazzina vivace e attenta, quegli uomini rappresentano la protezione e l’affetto familiare.

L’illusione, tuttavia, si infrange il 18 novembre 1985. Vito Atria viene assassinato in un agguato mafioso nell’ambito di una faida sanguinosa scoppiata tra i vecchi boss e i nuovi clan emergenti, interessati al controllo del traffico di eroina. Rita ha appena undici anni. Il dolore la travolge, ma anziché allontanarla da quel mondo, la stringe ancora di più al fratello Nicola, che ha giurato vendetta.

Nicola Atria comincia a muoversi nell’ombra per individuare i killer del padre e compiere la sua ritorsione. Nel farlo, si confida costantemente con la sorella minore. Rita diventa la custode dei segreti di famiglia: ascolta i nomi dei boss, i meccanismi delle estorsioni, le dinamiche degli affari illeciti, le alleanze e i tradimenti che insanguinano la Valle del Belice. Non era ancora adolescente ma, senza neppure saperlo, possiede una mappa dettagliatissima della mappa mafiosa del trapanese.

Il destino, però, presenta un altro conto drammatico. Il 24 giugno 1991, anche Nicola viene giustiziato nel suo esercizio commerciale a Montevago sotto gli occhi della giovane moglie, la diciottenne Piera Aiello. È il punto di non ritorno.

Il grande rifiuto: la rottura dell’omertà

Di fronte al cadavere del marito, Piera Aiello matura una decisione inaudita per quel territorio: non la vendetta di sangue, ma la denuncia. Si rivolge alla magistratura e fa i nomi degli assassini. La sua scelta infrange il muro d’acciaio dell’omertà e provoca la reazione furente della comunità e della famiglia.

Per Rita si spalanca un bivio esistenziale drammatico. La madre, Giovanna Cannova, incarna la tradizione arcaica e inflessibile: la mafia non si denuncia, le tragedie si soffrono in silenzio o si vendicano con il sangue, le istituzioni sono il nemico. Ma Rita non ci sta. Non vuole più vedere scorrere il sangue della sua famiglia e comprende che l’unico modo per spezzare quella catena di morte è consegnare la verità alla giustizia.

Nel novembre del 1991, a soli diciassette anni e ancora minorenne, Rita compie il passo decisivo. In gran segreto lascia Partanna e si presenta alla Procura della Repubblica di Marsala.

La reazione della madre e del paese è spietata. Rita viene rinnegata, maledetta, definita “pazza” e “infame”. La madre la espelle simbolicamente e materialmente dalla propria vita. Per la mentalità mafiosa, una donna che parla con i giudici ha compiuto il sacrilegio supremo. Rita si ritrova di colpo senza una casa, senza radici, bollata come una traditrice dalla sua stessa gente.

La “picciridda” e il giudice: l’incontro con Paolo Borsellino

Quando la giovane giunge alla Procura di Marsala, a dirigerla c’è un magistrato con lo sguardo stanco e penetrante, diventato il simbolo della lotta alle cosche: Paolo Borsellino.

L’incontro tra il procuratore e la ragazza segna una svolta umana e giudiziaria straordinaria. Borsellino capisce subito che Rita non è una “pentita” nel senso tradizionale del termine: non ha commesso reati, non cerca sconti di pena. È una testimone di giustizia pura, una giovane donna fragile e determinata che ha deciso di schierarsi dalla parte dello Stato. La sua figura incarna quella che, molti anni dopo, sarà definita testimone di giustizia.

Tra il giudice e la ragazza si crea un legame profondo, quasi filiale. Borsellino la chiama affettuosamente la “picciridda” (la bambina). La ascolta per ore, ne accoglie lo sfogo, la rassicura quando le minacce si fanno soffocanti, la protegge dai propri incubi. Rita trova in quel magistrato severo, ma infinitamente umano, il padre che le era stato strappato da bambina.

Le dichiarazioni di Rita Atria sono di una precisione devastante. Rivelano gli assetti della mafia di Partanna, svelano i legami tra i clan trapanesi e la politica locale, consentono di ricostruire dinamiche di omicidi rimasti impuniti e portano all’arresto di decine di affiliati e del sindaco democristiano del paese.

Per ragioni di sicurezza assoluta, il Ministero dell’Interno dispone il suo trasferimento immediato lontano dalla Sicilia. Rita viene trasferita a Roma, catapultata in un alloggio protetto. Le viene assegnata un’identità fittizia.

Ma la vita sotto protezione nel 1992 è un calvario invisibile. Senza un adeguato supporto psicologico, costretta a vivere nella clandestinità, recisa dalle proprie abitudini e senza più l’affetto di una famiglia, la ragazza trascorre le sue giornate chiusa tra quattro mura. L’unico filo d’aria pulita, l’unica ancora di salvezza, rimangono le telefonate e gli incontri periodici con lo “Zio Paolo”, come ha iniziato a chiamare il magistrato.

I suoi diari di quei mesi restituiscono il ritratto d’una sensibilità straordinaria: “Bisogna rendere coscienti i ragazzi che vivono nella mafia che al di fuori c’è un altro mondo, fatto di cose semplici ma belle… Forse un mondo onesto non esisterà mai, ma chi ci impedisce di sognare? Se ognuno di noi prova a cambiare, forse ce la faremo.”

Il boato di via D’Amelio e il crollo dell’orizzonte

Il 19 luglio 1992, alle ore 16:58, una carica di oltre cento chili di tritolo posizionata in una 126 rubata esplode in via Mariano D’Amelio a Palermo. Paolo Borsellino e gli agenti di scorta Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina muoiono all’istante.

Quando la notizia raggiunge l’appartamento a Roma, per Rita Atria è la fine di tutto. Lo Stato che avrebbe dovuto proteggere il suo mentore ha fallito. L’uomo che rappresentava la sua speranza, la sua giustizia e la sua sola figura paterna non c’è più.

Nelle ore successive alla strage, la disperazione di Rita si riversa sulle pagine del suo diario in un’annotazione struggente e profetica:“Prima di combattere la mafia devi farti un auto-esame di coscienza e poi, dopo aver sconfitto la mafia dentro di te, puoi combattere la mafia che c’è nel giro dei tuoi amici… Borsellino, sei morto per ciò in cui credevi, ma io senza di te sono morta.”

Sette giorni dopo, il 26 luglio 1992, il corpo di Rita vola giù dal settimo piano del palazzo di viale Amelia. Ha diciassette anni e dieci mesi.

La versione ufficiale e l’archiviazione lampo

La ricostruzione ufficiale redatta nell’imminenza dei fatti non lascia spazio a dubbi: suicidio. La ragazza, travolta da una grave sindrome depressiva e dallo sconforto per la perdita del magistrato, si sarebbe lanciata, a palombaro, dalla finestra della cucina.

Gli inquirenti romani chiudono il fascicolo d’indagine in appena cinque giorni. In un’Italia sotto shock per le bombe di Capaci e via D’Amelio, la morte della giovane testimone di giustizia viene frettolosamente rubricata come il drammatico, inevitabile effetto collaterale dell’assassinio di Borsellino. Non viene disposta un’autopsia approfondita sui reperti tossicologici della scena, non vengono cercate impronte digitali nell’appartamento, né si approfondiscono le presenze e i contatti avuti dalla ragazza nelle sue ultime ventiquattr’ore di vita.

Rita viene sepolta nel cimitero di Partanna. Ma la vendetta della madre non si ferma neppure davanti alla morte: Giovanna Cannova si reca al cimitero e, con un martello, distrugge la fotografia della figlia posposta sulla pietra tombale, rinnegandola per sempre anche nella sepoltura.

Le ombre di viale Amelia: perché il caso deve essere riaperto

Per tre decenni, la tesi del suicidio è rimasta la verità giudiziaria incrollabile. Tuttavia, le tenaci battaglie condotte dall’Associazione Antimafia Rita Atria, dalla sorella Annamaria Atria e da storici legali hanno fatto emergere una serie impressionante di incongruenze, lacune investigative e anomalie materiali che hanno spinto la Procura di Roma a valutare la riapertura del caso.

Le anomalie della scena del crimine

Analizzando i verbali dell’epoca, emergono dettagli sconcertanti che non sono mai stati adeguatamente chiariti.

L’orologio non repertato. Dalle fotografie scattate dalla polizia scientifica all’interno dell’appartamento dopo il precipitare della ragazza, si nota chiaramente un orologio da uomo adagiato ordinatamente sopra il frigorifero. Quell’oggetto non apparteneva a Rita. Clamorosamente, l’orologio non è mai stato sequestrato, né repertato, né si è cercato di estrarne tracce di DNA o impronte.

L’enigma del tasso alcolemico. Gli esami ematochimici eseguiti sul corpo di Rita riscontrarono un tasso alcolemico elevatissimo nel sangue. Tuttavia, la perquisizione dell’appartamento non rilevò la presenza di alcuna bottiglia di alcolico o superalcolico. Chi le somministrò quell’alcol? Qualcuno le fece bere enormi quantità di alcolici per stordirla o renderla incapace di reagire?

La dinamica della finestra e della tapparella: Una testimone emersa anni dopo e le analisi delle immagini dell’immobile evidenziano come la tapparella della finestra da cui la ragazza sarebbe volata giù fosse parzialmente abbassata. Una configurazione logistica insolita per un salto spontaneo nel vuoto, che avrebbe richiesto contorsioni fisiche innaturali o che suggerisce una diversa dinamica di caduta.

Assenza di tracce e rilievi biologici: Nonostante la casa fosse teoricamente abitata e frequentata, non furono cercate né conservate tracce biologiche o impronte. E nell’appartamento, a parte un’impronta palmare sulla finestra, non risulta altro. L’appartamento appare “pulito”. Eppure Rita, sull’asfalto di via Amelia, è scalza. Ma nemmeno sul pavimento vengono trovate le sue tracce. Nessun reperto che oggi, con le moderne tecniche di genetica forense, potrebbe rivelare la presenza di un eventuale aggressore.

Il sistema di protezione e l’ipotesi di istigazione o omicidio

Un altro capitolo inquietante riguarda la gestione della sicurezza di Rita Atria. Negli atti della richiesta di riapertura delle indagini si evidenzia come la diciassettenne, nei giorni immediatamente successivi alla strage di via D’Amelio, quando il livello di pericolo per tutti i collaboratori e testimoni legati a Borsellino era ai massimi storici, si trovasse a Roma in uno stato di sostanziale abbandono.

La ragazza non disponeva di una scorta fisica fissa, non era affiancata da un tutor psicologico né da personale specializzato. La porta del suo appartamento segreto era accessibile e le sue uscite non erano costantemente filtrate.

L’ipotesi formulata nei recenti esposti legali contempla diversi scenari.

L’omicidio volontario: qualcuno legato alle cosche, o ai servizi deviati, potrebbe essersi introdotto nell’appartamento sfruttando la vulnerabilità della ragazza, stordendola con alcol e mettendola a tacere prima che potesse rivelare ulteriori informazioni significative ai magistrati subentrati a Borsellino. Non necessariamente legati alla mafia di Partanna.

L’istigazione al suicidio aggravata: qualcuno potrebbe aver raggiunto, o contattato, Rita nell’imminenza del 26 luglio, manipolandone la fragilità emotiva, inducendola o costringendola a compiere il gesto estremo.

Il valore politico ed etico del testimone di giustizia

La vicenda di Rita Atria travalica la pura cronaca nera e giudiziaria per diventare un fondamentale spartiacque culturale e legislativo nella storia del contrasto alle mafie in Italia.

Fino agli anni Novanta, la figura del “pentito” (ovvero il collaboratore di giustizia proveniente dai ranghi criminali che scambia informazioni in cambio di sconti di pena) veniva spesso sovrapposta a quella del “testimone di giustizia” (il cittadino incensurato che denuncia per senso di civiltà e giustizia). Rita Atria dimostrò in modo dirompente la necessità di scindere nettamente queste due categorie.

Rita non aveva reati da farsi perdonare. Non cercava la salvezza da una condanna, ma la liberazione dal giogo mafioso che le aveva distrutto la giovinezza. Il suo sacrificio contribuì in modo determinante a spingere il Parlamento e le istituzioni a riformare la normativa sui collaboratori e sui testimoni di giustizia, introducendo specifiche tutele umane, economiche e sociali per chi sceglie di denunciare senza essere un criminale.

La memoria ritrovata: oltre il verdetto burocratico

Oggi Rita Atria non è più la “traditrice” isolata che la madre cercò di cancellare persino dalla tomba. La sua figura è diventata un simbolo universale di coraggio e riscatto civile, celebrata da associazioni, scuole, movimenti antimafia e opere culturali.

La ricerca della verità sulla sua fine rimane tuttavia un debito aperto che la Repubblica italiana ha nei confronti di quella ragazza di diciassette anni. Se Rita sia stata spinta nel vuoto da mani assassine o se vi sia precipitata travolta dall’abbandono delle istituzioni dopo la morte di Paolo Borsellino, il risultato non cambia: Rita Atria è a tutti gli effetti l’ulteriore, devastante vittima della strage di via D’Amelio.

Svelare fino in fondo cosa sia accaduto quel 26 luglio 1992 nel silenzio di viale Amelia significa restituire dignità non soltanto alla “picciridda” di Borsellino, ma a chiunque creda che la ricerca della giustizia non debba mai arrestarsi di fronte alle verità di comodo.

Roberto Greco