Ci sono luoghi in Sicilia dove l’articolo 32 della Costituzione, quello che garantisce la tutela della salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, non ha mai superato la recinzione di un campo di pomodori o il perimetro di una baracca di cartone. Campobello di Mazara, Cassibile, le campagne del vittoriese: qui, quando finisce la giornata di raccolta, migliaia di braccianti agricoli stranieri tornano in ghetti invisibili alle istituzioni ma fondamentali per l’economia agroalimentare dell’isola.
In questi insediamenti informali la sanità pubblica ufficiale non esiste. Se un bracciante si taglia con una zappa, respira pesticidi senza protezione o manifesta una polmonite a causa del freddo dell’inverno passatoci dentro una tenda, il Servizio Sanitario Regionale non interviene, a meno che la situazione non precipiti in un codice rosso da Pronto Soccorso. A farsi carico di questo pezzo di umanità è una rete parallela e silenziosa fatta di medici volontari, associazioni del terzo settore e parrocchie. Una sanità di frontiera che opera nei camper adibiti ad ambulatori mobili, curando patologie che l’Italia pensava di aver debellato da decenni.
Le malattie del lavoro che nessuno registra
Il quadro clinico dei lavoratori stagionali che popolano le campagne siciliane è strettamente legato alle condizioni di vita e di sfruttamento. Non parliamo di patologie importate dai paesi d’origine, come spesso vuole una certa retorica della paura, ma di malattie contratte in Italia, a causa del lavoro in Italia.
Le patologie più diffuse riscontrate dagli ambulatori mobili sono i disturbi muscolo-scheletrici, ossia ernie, sciatalgie e lombo-sciatalgie croniche dovute a 10-12 ore al giorno passate piegati sui campi; intossicazioni e dermatiti da contatto, effetti diretti dell’esposizione a fitofarmaci e pesticidi spruzzati senza i dispositivi di protezione individuale, che i datori di lavoro quasi mai forniscono e infezioni respiratorie acute, che significa bronchiti e polmoniti causate dal freddo e dall’umidità delle baracche, dove spesso si brucia plastica o legno trattato nei bidoni per scaldarsi.
Voce dai campi: «Lavoriamo con il dolore, se vai in ospedale perdi il posto»
Incontriamo Moussa, 28 anni, originario del Mali. Da quattro anni vive la transumanza del lavoro agricolo in Italia: d’estate raccoglie i pomodori in Puglia, d’autunno si sposta a Campobello di Mazara per la raccolta delle olive.
Moussa, come ti senti fisicamente dopo una giornata di lavoro nei campi?
«La schiena brucia sempre. Ogni mattina quando mi sveglio alle cinque, il corpo è bloccato, duro come il legno. Qui raccogliamo le olive, devi stare ore con le braccia alzate o piegato a terra a raccogliere quelle cadute. Ma il problema fisco più grande sono le mani e gli occhi. Spesso i padroni spruzzano i medicinali sulle piante per non far morire le olive. Quando tocchi le foglie, dopo poche ore le mani diventano rosse, si aprono dei tagli che fanno sangue e bruciano. Se il vento gira, quel liquido ti va negli occhi e vedi tutto nero per ore».
Se stai male o ti ferisci durante il lavoro, cosa fai? Vai all’ospedale o alla guardia medica del paese?
«No, in ospedale non ci va nessuno se riesce ancora a camminare. Il paese è lontano, non abbiamo la macchina e i taxi dei caporali costano troppo anche solo per andare dal dottore. E poi c’è la paura. Molti di noi non hanno i documenti in regola. Anche se sappiamo che i medici non possono chiamare la Polizia, la paura c’è sempre. Ma la paura più grande è un’altra: se il padrone vede che stai male o che perdi un giorno per andare in ospedale, il giorno dopo chiama un altro ragazzo. Qui ci sono centinaia di persone che cercano lavoro. Se ti fermi, perdi il posto e non mangi più. Allora compriamo le medicine da soli, i farmaci forti per non sentire il dolore, e continuiamo a lavorare».
Come vi curate allora se la situazione peggiora?
«Fortunatamente ci sono i dottori del camper (i volontari, ndr). Loro vengono qui la sera, dopo che abbiamo finito il lavoro. Non ci chiedono i documenti, ci guardano le ferite, ci danno le creme per la pelle e le pillole per la schiena. Se non ci fossero loro, l’unica soluzione sarebbe bere alcol o prendere i medicinali dei cavalli che qualcuno vende nel campo per non sentire niente».
L’operatore sanitario: «Curiamo i sintomi, ma la vera malattia è il sistema»
Sotto le luci al neon dell’ambulatorio mobile lavora la dottoressa Elena T., medico internista che da cinque anni spende i suoi fine settimana assistendo i braccianti nelle baraccopoli della Sicilia occidentale.
Dottoressa, quali sono le principali difficoltà cliniche e umane nel gestire un ambulatorio in un ghetto?
«La prima difficoltà è la barriera linguistica e culturale, ma quella si supera grazie ai mediatori. La vera sfida è la frustrazione terapeutica. Noi qui facciamo una medicina di retroguardia: curiamo il sintomo, ma sappiamo che non possiamo curare la causa. Se prescrivo un antinfiammatorio e il riposo assoluto per una lombalgia acuta a un ragazzo come Moussa, so già che domani mattina quel ragazzo sarà di nuovo nei campi a sollevare casse da trenta chili. Le sue condizioni abitative e lavorative vanificano qualsiasi terapia. Curiamo ferite da taglio infette perché i ragazzi non hanno acqua pulita per lavarsi dopo il lavoro. È un circolo vizioso».
Dal punto di vista normativo, questi lavoratori non avrebbero comunque diritto al codice STP (Straniero Temporaneamente Presente) per accedere alle cure essenziali?
«Sulla carta sì, la legge italiana è una delle più avanzate d’Europa su questo. Il codice STP garantisce le cure ambulatoriali ed ospedaliere urgenti o essenziali anche a chi non ha il permesso di soggiorno. Ma c’è un abisso tra la norma e la realtà. Per ottenere il codice devi andare negli uffici dell’ASP in città, spesso aperti solo poche ore a settimana. I braccianti non hanno trasporti, non sanno come muoversi e spesso trovano impiegati allo sportello che non conoscono le procedure o che chiedono documenti non dovuti. C’è una burocrazia escludente che, di fatto, annulla il diritto alla salute scritto nella legge».
Cosa rischia la Sicilia continuando a ignorare la salute di queste comunità invisibili?
«Rischia dal punto di vista umano ed epidemiologico. Negare la prevenzione e la medicina territoriale a migliaia di persone concentrate in pochi chilometri quadrati, senza servizi igienici, significa creare una bomba a orologeria. Abbiamo riscontrato casi di tubercolosi latente che si riattiva a causa delle difese immunitarie crollate per la malnutrizione e la fatica. Ignorare tutto questo perché “sono stranieri” è una miopia imperdonabile. Questa gente raccoglie il cibo che finisce sulle tavole di tutti i siciliani e di mezza Europa. La loro salute è strettamente legata alla nostra. Continuare a delegare l’assistenza alle associazioni di volontariato è una comoda scusa per la politica regionale per non guardare in faccia il fallimento del sistema sanitario ed economico dell’isola».
L’economia che si regge sulla sofferenza
L’inchiesta sulla sanità negata nelle baraccopoli siciliane scoperchia la grande contraddizione del comparto agricolo dell’isola. Da un lato ci sono i marchi DOP, le eccellenze dell’esportazione e le fiere internazionali del gusto; dall’altro c’è un costo umano che viene sistematicamente scaricato sul bilancio del terzo settore o sui pronto soccorso degli ospedali di frontiera quando la situazione è ormai disperata.
Finché la gestione della salute dei lavoratori stagionali verrà considerata un problema di ordine pubblico o di assistenza caritatevole, e non una parte integrante e obbligatoria della catena di produzione agricola, con controlli ispettivi severi non solo sui contratti, ma anche sulle condizioni di sicurezza e salute nei campi, i ghetti continueranno a essere zone franche. Terre di nessuno dove la tessera sanitaria è un pezzo di plastica sconosciuto e il medico è solo un volto amico dentro un camper sotto la pioggia dell’inverno siciliano.
Roberto Greco