Vittorio Bachelet: un giurista che con il suo lavoro sfidò il terrorismo

La morte di Bachelet va inquadrata nel drammatico contesto degli «anni di piombo» in Italia: un decennio, principalmente gli anni Settanta, caratterizzato da violenza politica e terrorismo di massa

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Vittorio Bachelet, nato 20 febbraio 1926 a Roma, era un eminente giurista e docente universitario, nonché figura di spicco del laicato cattolico italiano. Laureato in Giurisprudenza nel 1947 presso l’Università La Sapienza di Roma, divenne professore ordinario di Diritto Pubblico dell’Economia proprio alla Sapienza nel 1974. Da giovane militò nell’Azione Cattolica e nell’Azione Universitaria (FUCI), divenendo alla fine degli anni Sessanta vicepresidente e poi presidente nazionale dell’Azione Cattolica. Uomo di profonda fede e impegno civile, fu anche consigliere comunale di Roma per la Democrazia Cristiana e grande amico di Aldo Moro. Il 21 dicembre 1976 venne elettovicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura (CSM), carica che rivestì fino alla morte, conciliando il ruolo istituzionale con la sua attività accademica. Bachelet incarnava così «la coerenza del patriottismo costituzionale» e l’opzione democratica, sempre fondendo impegno politico e servizio alla nazione.

Figura storica del laicato cattolico italiano, Bachelet fu esponente di spicco della Democrazia Cristiana e un punto di riferimento per la magistratura. Come documenta la sua biografia, dopo le elezioni amministrative del 1976 venne eletto consigliere comunale a Roma e, nello stesso anno, vicepresidente del CSM. In quella veste affrontò le sfide di un’Italia scossa dal terrorismo: per Bachelet il dialogo e la difesa delle istituzioni dovevano rimanere sempre aperti e infrangibili, rifiutando ogni tentazione autoritaria.

Anni di piombo e clima politico

La morte di Bachelet va inquadrata nel drammatico contesto degli «anni di piombo» in Italia: un decennio, principalmente gli anni Settanta, caratterizzato da violenza politica e terrorismo di massa. In quegli anniBrigate Rosse, Nuclei Armati Proletarie altre organizzazioni di sinistra armata scatenarono una sanguinosa offensiva contro politici, magistrati, industriali e membri delle forze dell’ordine. L’apice fu l’agguato di via Fani, nel 1978, con il rapimento di Aldo Moro e il massacro dei suoi agenti, seguiti dalla drammatica uccisione di Moro pochi mesi dopo. Quel gesto terroristico ebbe ripercussioni profonde sull’equilibrio politico italiano, dimostrando la strategia delle Brigate Rosse di «colpire il vertice delle istituzioni». Bachelet rappresentava uno di questi vertici: da una parte vice presidente del CSM, dall’altra simbolo dell’impegno cristiano-democratico nella società. La sua testimonianza assumeva ancor più valore proprio perché incarnava, con visione riformista, il rinnovamento interno alle istituzioni e la necessità di rendere la magistratura sempre autonoma ma attenta alle esigenze dei cittadini. Questo clima di radicalizzazione spiega il dichiarato obiettivo dei terroristi: colpire un “uomo-simbolo” per seminare paura e disgregazione.

L’attentato alla Sapienza

Il12 febbraio 1980Bachelet fu assassinato all’interno dell’Università La Sapienza di Roma al termine di una sua lezione di Diritto amministrativo. Secondo le ricostruzioni storiche, intorno alle 11:50 un commando delle Brigate Rosse, guidato daAnna Laura Braghetticon la copertura diBruno Seghetti,attaccò Bachelet mentre scendeva le scale insieme alla sua assistente, Rosy Bindi. Venne fatto fuoco a bruciapelo con pistole calibro 32; il professore cadde a terra raggiunto da sette proiettili che gli provocarono la morte quasi immediata. Braghetti, armata di pistola, afferrò Bachelet alle spalle, obbligandolo a voltarsi, e lo colpì ripetutamente alla testa e al petto. Subito dopo l’attentato, i terroristi fuggirono a bordo di un’Alfa Romeo A112, usando chiavi per forzare la catena all’ingresso dell’ateneo. Sul posto giunsero in pochi minuti le forze dell’ordine, mentre lo sgomento si diffuse tra studenti e docenti. Il Presidente della Repubblica Sandro Pertini arrivò per primo sul luogo: la folla in lacrime lo accolse con un applauso, testimoniando dolore e incredulità. Poche ore dopo la polizia ricevette la rivendicazione dell’omicidio dalle Brigate Rosse: il comunicato definiva Bachelet un “tecnico della controrivoluzione” colpevole di volere reprimere la lotta armata. Ma le stesse Brigate Rosse, nel testo della rivendicazione, ammisero che Bachelet era stato preso di mira «perché era divenuto autorità di riferimento» per la magistratura, un uomo che incoraggiava i colleghi a combattere il terrorismo con i normali strumenti della legge e non con provvedimenti straordinari.

Le indagini e il processo

Subito dopo l’omicidio la magistratura e le forze di polizia avviarono serrate indagini per identificare gli esecutori e il commando responsabile. L’analisi degli schemi operativi delle BR e le rivelazioni dei primi pentiti portarono rapidamente all’arresto di alcuni appartenenti alla colonna romana. Il21 febbraio 1980furono fermati a Torino i brigatisti Rocco Micaletto e Patrizio Peci; quest’ultimo divenne collaboratore di giustizia, fornendo informazioni decisive sulla rete terroristica. Nel giro di pochi mesi centinaia di membri delle Brigate Rosse furono arrestati in tutta Italia, grazie anche alle intuizioni dei giudici che riconoscevano nei pentiti la chiave della soluzione dei casi. Tra i fuggitivi venne infine catturato a Napoli il19 maggio 1980lo stesso Bruno Seghetti. Seghetti era uno dei vertici esecutivi delle BR: fu condotto in aula di tribunale e si difese asserendo il suo status di “prigioniero politico”, ma alla fine, insieme ad altri brigatisti della colonna romana, venne condannato a più ergastoli. Nel complesso, i processi degli anni Ottanta fecero emergere il ruolo di Seghetti e di sua moglie, la già citata Braghetti, nell’omicidio di Bachelet, insieme a numerosi altri eccidi. Bachelet fu quindi riconosciuto come vittima del terrorismo rosso più che di altre possibili trame.

Ipotesi alternative e retroscena

Nonostante le condanne giudiziarie, nel tempo sono emerse interpretazioni alternative sui mandanti e le ragioni profonde dell’omicidio. Alcuni storici e testimoni hanno sottolineato che in quel periodo l’Italia appariva “ingovernabile”, con forze oscure che avrebbero potuto temere i possibili riformismi promossi da leader moderati come Bachelet. In particolareRosy Bindi, che nel 1980 era assistente di Bachelet e scampò all’agguato, ha dichiarato pubblicamente in varie interviste di credere che «queste vittime non sono state uccise solo dalle Br, ma da poteri occulti, preoccupati perché la generazione allora al governo stava attuando davvero lo spirito della Carta costituzionale». Secondo questa linea interpretativa, dietro l’assassinio di Bachelet ci sarebbero stati interessi trasversali – da settori deviati degli apparati di sicurezza a certi ambienti legati ai “poteri forti” – intenzionati a bloccare ogni innovazione sociale o giuridica. Va però precisato che queste ipotesi non sono state confermate da evidenze processuali: nelle aule di giustizia il responsabile diretto rimase l’esecutore brigatista, e il movente ufficiale era politico-ideologico. Ad ogni modo, nella stessa epoca circolavano timori generali sul coinvolgimento di reti clandestine, per esempio di matrice neofascista o “Gladio”, nella destabilizzazione del Paese. In mancanza di prove concrete, tali teorie rimangono materia di dibattito storico più che di certezza giudiziaria.

Reazioni e memoria

L’omicidio di Bachelet colpì profondamente l’opinione pubblica e fu descritto come «il più grave delitto» consumato in Italia, perché il bersaglio era «il vertice della magistratura, il pilastro fondamentale della democrazia». Sandro Pertini e i vertici dello Stato ne sottolinearono il carattere simbolico: il Presidente della Repubblica e del CSM affermò al funerale che l’attentato era diretto non solo contro un uomo, ma contro l’intera istituzione giustizia. In quei giorni, sindacati, partiti e società civile reagirono schierandosi compatte contro il terrorismo: a Roma si svolsero manifestazioni di piazza convocando «unità e fermezza» per difendere la democrazia. Il figlio di Vittorio,Giovanni Bachelet, pronunciò una preghiera molto citata nella commemorazione funebre: «Preghiamo anche per quelli che hanno colpito il mio papà– disse –perché, senza nulla togliere alla giustizia che deve trionfare, sulle nostre bocche ci sia sempre il perdono e mai la vendetta, sempre la vita e mai la richiesta della morte degli altri». Parole di straordinaria pietà, che secondo molti osservatori «sconvolsero non pochi» fra i brigatisti stessi. Anche Rosy Bindi, nei ricordi successivi, definì Bachelet «un uomo mite e buono» la cui fede nelle istituzioni era incrollabile. Nel contesto più ampio, la morte di Bachelet rafforzò la convinzione della necessità di intensificare le indagini e le operazioni di contrasto al terrorismo, annunciate pochi giorni dopo dal ministro dell’Interno Francesco Cossiga, e galvanizzò il mondo giudiziario a proseguire nella lotta armata.

Oggi Bachelet è ricordato come “martire della democrazia”: l’aula magna della sede storica del CSM è stata intitolata alla sua memoria, a testimonianza del contributo dato alla giustizia italiana. La sua vita e la sua morte furono, e continuano ad essere, oggetto di studi storici e incontri commemorativi, che collegano il suo sacrificio alle vicende di quegli anni di piombo. In un’Italia che allora era «sprofondava nel terrorismo sanguinario», Vittorio Bachelet resta simbolo di resistenza civile e di impegno pacifico. La sua testimonianza spinge tuttora a riflettere sui valori della coerenza cristiana e repubblicana in tempi di conflitto, e sul fatto che anche la magistratura, nel suo pezzo più alto, può pagare il prezzo più alto quando difende con integrità la legalità.

Roberto Greco

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