L’ultimo cacciatore di Cosa Nostra: la figura, le battaglie e l’eredità del commissario Beppe Montana

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La storia della lotta al crimine organizzato in Italia trova nella figura di Giuseppe Beppe Montana uno dei suoi snodi metodologici ed etici più significativi. Nato ad Agrigento l’8 ottobre 1951, figlio di Luigi Montana, un alto funzionario del Banco di Sicilia, cresce e si forma a Catania prima di intraprendere gli studi universitari presso la Facoltà di Giurisprudenza di Palermo. Dopo aver conseguito la laurea e superato il concorso per Commissario della Polizia di Stato, viene assegnato alla Squadra Mobile della Questura di Palermo, entrando in servizio in una delle stagioni più drammatiche e sanguinose della storia repubblicana.

Fin dai primi anni di servizio presso la sezione investigativa, Montana dimostra una non comune operosità e un’eccezionale capacità di lettura delle dinamiche territoriali di Cosa Nostra. Stringe una profonda collaborazione professionale con il giudice istruttore Rocco Chinnici e fonda un sodalizio lavorativo e umano inscindibile con il vicequestore aggiunto Antonino “Ninni” Cassarà. In questo contesto operativo, caratterizzato dall’ascesa brutale dell’ala corleonese guidata da Salvatore Riina e Bernardo Provenzano, a Montana viene affidata la direzione della neonata Sezione “Catturandi” della Squadra Mobile di Palermo, una struttura creata appositamente per dare la caccia ai grandi latitanti dell’organizzazione mafiosa.

All’interno degli uffici, i colleghi e gli agenti del suo reparto iniziano a chiamarlo affettuosamente “Serpico”. Il soprannome nasce dalla sua visibile insofferenza verso la divisa ordinaria, dall’abitudine di fare ricorso a travestimenti strategici per confondersi nei quartieri popolari, da una pazienza fuori dal comune durante i lunghi appostamenti e dalla capacità di cogliere con prontezza i segnali informativi provenienti dalla strada. Operando in un’era antecedente alla digitalizzazione, priva di tracciamenti informatici o intercettazioni telematiche avanzate, il commissario intuisce per primo la necessità di trasformare la ricerca dei latitanti da inseguimento passivo a strategia d’attacco proattiva.

Il metodo investigativo ideato da Beppe Montana si basa sul principio sistematico del “fare terra bruciata” attorno ai vertici mafiosi. Montana comprende che i boss di Cosa Nostra non si limitano a nascondersi, ma continuano a gestire affari, impartire ordini ed esercitare il proprio potere direttamente all’interno dei territori di appartenenza grazie a una rete capillare di protezioni e complicità. Distruggere questa rete di fiancheggiatori, sequestrare gli arsenali, interrompere i flussi finanziari e arrestare i quadri intermedi costituisce, secondo la sua visione, l’unico modo per neutralizzare i capi e costringerli allo scoperto.

Tra le operazioni di maggior rilievo condotte sotto la sua guida figura il rinvenimento, nel 1983, di un imponente arsenale di armi e munizioni nascosto sotto un cavalcavia dell’autostrada Palermo-Catania. Nel 1984 assicura alla giustizia Tommaso Spadaro, noto contrabbandiere e trafficante di droga legato alle famiglie più potenti di Palermo. Montana estende l’attività d’indagine anche all’infiltrazione mafiosa nell’economia legale e nello sport, conducendo l’inchiesta sulla gestione finanziaria del Palermo Calcio che porta all’arresto del presidente Salvatore Matta.

Insieme a Ninni Cassarà, Montana firma il celebre “Rapporto dei 162”, un fondamentale documento giudiziario che mappa per la prima volta l’intera catena di comando di Cosa Nostra, individuando in Michele Greco il capo della Commissione e tracciando i legami sistemici tra le varie famiglie della città e della provincia. Il commissario offre inoltre un contributo decisivo all’esecuzione delle centinaia di mandati di cattura del “Maxi-blitz di San Michele”, lavorando a stretto contatto con i magistrati del pool antimafia. Agli inizi del 1985 ottiene un altro successo di primo piano catturando Francesco Marino Mannoia, abile chimico di Cosa Nostra evaso dal carcere di Castelbuono e nascosto nei pressi di Bagheria.

Il contesto palermitano del 1985 e la solitudine dei poliziotti in prima linea

L’estate del 1985 coincide con uno dei periodi di massima tensione tra lo Stato e l’organizzazione mafiosa. Mentre all’interno del carcere dell’Ucciardone si lavora a ritmo continuo per la costruzione dell’aula bunker destinata a ospitare il Maxiprocesso coordinato da Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, a Palermo la violenza criminale raggiunge livelli di saturazione imprecedenti. In questo scenario, gli investigatori della Squadra Mobile e i magistrati del pool operano in uno stato di profondo isolamento istituzionale, esposti quotidianamente alla minaccia dei commando mafiosi e all’infiltrazione di talpe interne.

La lucida consapevolezza della propria esposizione al pericolo era emersa chiaramente nelle parole dello stesso Beppe Montana. Già nel luglio del 1983, all’indomani dell’attentato che era costato la vita al giudice Rocco Chinnici, il commissario aveva rilasciato una dichiarazione lapidaria alla stampa, affermando che a Palermo erano poco più di una decina gli uomini a costituire un reale pericolo per la mafia, tutti perfettamente conosciuti dai killer e dunque trasformati in bersagli facili che l’organizzazione avrebbe potuto eliminare in qualsiasi momento. Nonostante questa drammatica evidenza, Montana non rallenta il ritmo delle sue indagini, guidato da una concezione etica del dovere di stato.

Negli ultimi giorni di luglio del 1985, la Sezione Catturandi sferra una serie di attacchi ravvicinati contro il cuore operativo dei Corleonesi. Il 24 luglio 1985, Montana guida un blitz in un villino situato in località Buonfornello, sulle tracce del sanguinario killer Giuseppe Greco, detto “Scarpuzzedda”. L’operazione porta all’arresto di otto uomini d’onore di alto profilo appartenenti alla cosca dei Greco e a quella di Luciano Liggio. Tuttavia, lo spietato sicario riesce a fuggire pochi istanti prima dell’irruzione. All’interno del covo, gli agenti trovano una tazzina di caffè ancora fumante appoggiata sul tavolo accanto a una sedia vuota, e una donna presente nel villino si rivolge al commissario dicendo che quel caffè era stato preparato proprio per lui.

L’azione di contrasto non si ferma e il 25 luglio 1985 la squadra di Montana esegue un’ulteriore operazione che porta all’arresto di otto uomini legati direttamente al boss Michele Greco, il quale si sottrae alla cattura per un soffio. Questa successione di colpi inferti al gruppo dirigente mafioso spinge Cosa Nostra a decretare la condanna a morte immediata del funzionario.

Dalle ricostruzioni giudiarie emergerà inoltre come la figura di Montana fosse stata oggetto di una mirata campagna di delegittimazione e disinformazione. Negli ambienti della Questura venne fatta circolare la falsa voce secondo cui Montana e Cassarà avrebbero impartito alle loro squadre l’ordine informale di “sparare a vista” nei confronti di latitanti di massima pericolosità quali Giuseppe Greco, Mario Prestifilippo e Giuseppe Lucchese. Questa voce infondata servì alla cupola mafiosa per compattare i propri uomini e giustificare l’imminente esecuzione del commissario come una misura di autocustodia preventiva.

L’agguato di Porticello e i dieci giorni neri di Palermo

La sera di domenica 28 luglio 1985, Beppe Montana si trova nel borgo marinaro di Porticello, una frazione del comune di Santa Flavia situata a poca distanza da Palermo. Il commissario nutre una profonda passione per il mare e per la navigazione. A bordo del suo motoscafo privato, battezzato “Speedy el Sud”, è solito percorrere il tratto di costa compreso tra Casteldaccia e Porticello. Un’attività che sfrutta anche per compiere perlustrazioni discrete e osservazioni dirette lungo un litorale tradizionalmente controllato da importanti famiglie mafiose, sostenendo personalmente e di tasca propria i costi del carburante.

Quel giorno la comunità locale celebra la festa patronale di Sant’Anna e il bicentenario della basilica. Intorno alle ore 21:00, di rientro da una breve gita in barca con gli amici e la fidanzata Assia Mezzasalma, Montana ormeggia il motoscafo presso un cantiere navale del litorale. È in costume da bagno e ciabatte, privo di armi e senza scorta. Mentre la fidanzata e le altre persone del gruppo si awiano verso l’automobile per attendere il suo arrivo, il commissario si trattiene per qualche minuto sulla banchina a parlare con il proprietario del cantiere.

In quel momento entrano in azione due killer di Cosa Nostra che lo sorprendono alle spalle. I sicari, armati di una pistola calibro 357 Magnum e di una calibro 38, sparano a bruciapelo colpendo il funzionario direttamente al volto e lasciandolo privo di vita sul molo. Compiuto il delitto, gli assassini fuggono a bordo di un’autovettura Fiat Ritmo di colore bianco, successivamente ritrovata avvolta dalle fiamme nelle campagne di Bagheria.

L’uccisione di Beppe Montana segna l’inizio di una drammatica sequenza di eventi che scuote le istituzioni e passa alla storia come i “dieci giorni neri” di Palermo. Giunto sul luogo dell’agguato la sera stessa insieme ai magistrati, il vicequestore Ninni Cassarà osserva il corpo dell’amico ed esprime al giudice Paolo Borsellino la celebre e cupa riflessione: “Convinciamoci che siamo dei cadaveri che camminano”.

Nei giorni immediatamente successivi, le indagini sull’omicidio si intrecciano con una grave crisi istituzionale. Il 1° agosto viene fermato ed esaminato un giovane mozzo di Porticello, Salvatore Marino, sospettato di aver svolto il ruolo di palo durante l’agguato. Condotto negli uffici della Squadra Mobile, Marino viene sottoposto a un duro interrogatorio nel corso del quale subisce violentissimi maltrattamenti e torture che ne causano la morte all’interno della questura nella notte tra il 1° e il 2 agosto. La notizia della morte del giovane provoca la reazione della popolazione locale, violenti scontri di piazza e un grave contraccolpo per l’immagine dello Stato. Il Ministro dell’Interno Oscar Luigi Scalfaro interviene rimuovendo dai loro incarichi i vertici della Polizia e dei Carabinieri di Palermo, tra cui il questore Francesco Pellegrino, il dirigente della Mobile Gennaro Scala e il comandante del reparto operativo Giuseppe Russo.

Sfruttando il momento di totale disorientamento e smantellamento dei quadri dirigenti della polizia palermitana, Cosa Nostra colpisce nuovamente. Il 6 agosto 1985, appena nove giorni dopo l’assassinio di Montana, un commando armato di kalashnikov uccide in un agguato in via Croce Rossa il vicequestore Ninni Cassarà e l’agente di scorta Roberto Antiochia, giovanissimo poliziotto che aveva deciso di interrompere le proprie ferie per tornare a Palermo e proteggere il suo dirigente.

L’iter investigativo e processuale: le rivelazioni dei pentiti e la verità giudiziaria

Le prime inchieste sull’omicidio di Beppe Montana subiscono un prolungato rallentamento a causa della tempesta giudiziaria e amministrativa provocata dal caso Marino e dalla conseguente decimazione dei vertici della Squadra Mobile. Per diversi anni, l’identità degli esecutori materiali e dei mandanti rimane avvolta da ricostruzioni parziali.

La svolta determinante nell’iter investigativo si realizza nell’autunno del 1989, quando Francesco Marino Mannoia, uno dei boss e chimico di spicco della famiglia di Santa Maria di Gesù, decide di avviare la sua collaborazione con la giustizia. Interrogato a Roma dal giudice Giovanni Falcone, il collaboratore fornisce un quadro dettagliato del movente e della struttura operativa che portò all’eliminazione del commissario.

Mannoia spiega al magistrato che la decisione di uccidere Beppe Montana fu presa direttamente dai vertici della Commissione di Cosa Nostra. Il gruppo dirigente mafioso considerava il dirigente della Catturandi e il suo collega Cassarà investigatori del tutto incorruttibili, capaci di comprendere la logica interna dell’organizzazione e di decifrarne i movimenti strategici. Secondo la testimonianza di Mannoia, i boss ritennero indispensabile eliminare entrambi poiché la loro scomparsa avrebbe privato lo Stato di competenze investigative uniche, che richiedevano decenni prima di poter essere rimpiazzate con analoga efficacia.

In merito alla fase esecutiva, Marino Mannoia riferisce che il commando inviato a Porticello era composto da killer scelti dell’ala militare corleonese: suo fratello Agostino Marino Mannoia, Giuseppe Greco detto “Scarpuzzedda”, Mario Prestifilippo e Giuseppe Lucchese. Quest’ultimo viene indicato come l’esecutore materiale che fece fuoco a breve distanza contro il poliziotto. Negli anni successivi all’agguato, per evitare che la veridicità dei fatti o dinamiche interne potessero sfuggire al controllo della Cupola, diversi componenti dello stesso commando vennero a loro volta eliminati per ordine di Salvatore Riina nell’ambito di epurazioni interne.

Un ulteriore elemento emerso nel corso delle dichiarazioni rese nel 1994 riguarda la presenza di soffiate provenienti dall’interno degli apparati di sicurezza. Marino Mannoia rivela che l’azione dei killer fu agevolata dalle informazioni fornite da una “talpa” operante all’interno della stessa Squadra Mobile di Palermo, confermando le intuizioni che Falcone e Cassarà avevano maturato sul rischio di fughe di notizie riservate.

Dal punto di vista processuale, la vicenda si conclude con la pronuncia della Corte d’Assise di Palermo che, il 17 febbraio 1995, condanna all’ergastolo i componenti della cupola mafiosa in qualità di mandanti dell’omicidio. La pena del carcere a vita viene comminata a Salvatore Riina, Bernardo Provenzano, Michele Greco, Francesco Madonia, Antonio Madonia, Bernardo Brusca, Raffaele Ganci, Domenico Ganci, Salvatore Buscemi, Giuseppe Galatolo e Vincenzo Galatolo. Con la medesima sentenza viene condannato all’ergastolo anche l’esecutore materiale Giuseppe Lucchese.

Parallelamente all’inchiesta principale sull’attentato mafioso, si sviluppa l’iter giudiziario relativo ai fatti avvenuti in questura la notte del 2 agosto 1985. Nel 1990, la Corte d’Assise di Caltanissetta emette le condanne nei confronti dei funzionari e degli agenti ritenuti coinvolti nei maltrattamenti ai danni di Salvatore Marino, riqualificando il reato in violenza privata pluriaggravata e condannando, tra gli altri, Francesco Pellegrino, Giuseppe Russo, il maresciallo Giovanni Milia, il sovrintendente Antonino Cicero e l’appuntato Ciro Di Lanno.

Testimonianze dell’epoca: la voce dei familiari, dei colleghi e dei magistrati

Le testimonianze dei familiari, dei colleghi e dei magistrati che condivisero gli anni della lotta antimafia a Palermo restituiscono il profilo umano e il valore etico dell’operato di Beppe Montana.

Assia Mezzasalma, la fidanzata che si trovava a Porticello la sera del 28 luglio 1985, ha ricordato in diverse occasioni il profondo orgoglio per il lavoro svolto dal commissario, unito all’incessante sensazione di pericolo che accompagnava la loro vita quotidiana e alle continue raccomandazioni che gli rivolgeva affinché prestasse la massima attenzione fronteggiando un’organizzazione spietata. I ricordi di chi gli era vicino descrivono un uomo pienamente consapevole dei propri rischi ma del tutto sereno nelle proprie scelte morali.

Il padre Luigi Montana ha testimoniato le confidenze ricevute dal figlio nei mesi precedenti la morte. Il commissario gli aveva riferito delle intimidazioni crescenti rivolte agli uomini della sua sezione e dei continui atti ostili subiti dai suoi collaboratori, spiegando che nel momento in cui gli avvertimenti verbali si erano trasformati in danneggiamenti e attentati diretti, apparve chiaro a tutta la squadra di essere oramai stabilmente nel mirino dei killer.

Tra i contributi di maggior spessore umano e civile figura la memoria del magistrato Paolo Borsellino. Il giudice ricordò in più occasioni la comune passione per il mare e gli scambi di battute informali che intercorrevano con Montana durante le pause di lavoro. Borsellino sottolineò con profonda ammirazione il rigore con cui il commissario conduceva gli appostamenti lungo le coste a bordo della sua piccola imbarcazione privata, pagando di tasca propria il carburante pur di non gravare sui fondi dello Stato. Rievocando la sera dell’attentato, Borsellino descrisse il primo commovente pensiero che lo assalì alla luce dei riflettori sul litorale di Porticello di fronte al corpo di Montana steso in costume da bagno tra le attrezzature da pesca, colpito al volto dalla violenza mafiosa.

Anche Giovanni Falcone ricordò a più riprese il contributo di Montana, vedendo nel suo operato la concreta attuazione del principio secondo cui il contrasto alla criminalità si fonda sull’assunzione integrale della responsabilità individuale e sul compimento del proprio dovere fino alle estreme conseguenze.

Decenni dopo i fatti, in occasione delle commemorazioni ufficiali per il quarantennale dall’eccidio dei funzionari della Mobile, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha reso omaggio alla memoria di Montana, Cassarà e Antiochia. Il Capo dello Stato ha ricordato come Giuseppe Montana sia stato uno dei principali architetti della Sezione Catturandi, capace di infliggere colpi sistematici al mito dell’invulnerabilità di Cosa Nostra, ribadendo che la mafia volle eliminarlo proprio perché ne temeva la capacità investigativa, la tenacia e l’intelligenza strategica.

La gestione della memoria e l’eredità per le nuove generazioni

Il sacrificio di Beppe Montana è stato solennemente riconosciuto dalle istituzioni civili con il conferimento della Medaglia d’Oro al Valor Civile alla memoria, assegnata nel settembre 1986 per l’eccezionale dedizione al dovere e il supremo coraggio dimostrati al servizio dello Stato.

Tuttavia, il percorso di valorizzazione della sua figura ha superato i confini della ritualità formale e delle intitolazioni di vie, piazze e uffici pubblici ad Agrigento, Palermo e Santa Flavia, trasformandosi in un modello operativo e sociale permanente.

Sul piano propriamente investigativo, la Sezione Catturandi della Squadra Mobile di Palermo, da lui fondata e organizzata, è divenuta un punto di riferimento per l’intero corpo della Polizia di Stato e per le forze di polizia internazionali. L’approccio metodologico introdotto da Montana, basato sul controllo del territorio, sulla disarticolazione delle reti di protezione sociale e sulla rimozione delle risorse economiche dei latitanti, ha costituito la struttura concettuale che ha consentito, nei decenni successivi, l’arresto di tutti i principali capi di Cosa Nostra rimasti a lungo irreperibili. Le organizzazioni rappresentative dei funzionari di polizia rimarcano come il sostegno, la formazione continua e il potenziamento di questi reparti investigativi rappresentino la forma più concreta per tutelare l’eredità professionale lasciata dal commissario.

Sul versante civile e culturale, la gestione della memoria di Beppe Montana è portata avanti dalla sua famiglia, in particolare dal fratello Dario Montana e dal nipote Luigi Montana, in stretta unione con le attività dell’associazione Libera. Questa collaborazione ha dato vita alla Cooperativa Sociale “Beppe Montana Libera Terra”, una realtà produttiva gestita da giovani che lavora i terreni confiscati alla criminalità organizzata nei comuni di Lentini, Belpasso e in diverse aree della Piana di Catania e del Siracusano. Attraverso il riutilizzo sociale dei beni un tempo appartenuti ai boss, la cooperativa trasforma i luoghi del potere mafioso in opportunità di lavoro regolare, agricoltura biologica e sviluppo economico legale.

L’esperienza umana e professionale di Giuseppe “Beppe” Montana dimostra come l’azione repressiva contro la criminalità organizzata necessiti di un equilibrio costante tra rigore tecnico, passione civile e profonda integrità morale. Il suo insegnamento continua a rappresentare un punto di riferimento per i giovani colleghi e per le nuove generazioni, testimoniando che la difesa delle istituzioni democratiche si costruisce attraverso il lavoro quotidiano, la responsabilità personale e il rifiuto di ogni forma di compromesso.

Il valore permanente di una battaglia di civiltà

La ricostruzione storica e giudiziaria della figura di Beppe Montana ne evidenzia il ruolo di pioniere nella modernizzazione delle tecniche d’indagine antimafia. Operando in condizioni di estrema precarietà e isolamento, il commissario comprese che la sconfitta di Cosa Nostra passava inevitabilmente attraverso la privazione dell’invisibilità garantita ai suoi capi dalla latitanza.

La ferocia con cui i vertici dell’organizzazione stabilirono la sua eliminazione fisica, e la catena di eventi sventati e tragici che caratterizzarono la Questura di Palermo nel periodo immediatamente successivo, conferma quanto il suo lavoro avesse colpito al cuore le strutture di potere mafioso. A distanza di decenni dal suo assassinio, la figura di Beppe Montana rimane un punto fermo della memoria collettiva del Paese: un’eredità che unisce l’efficienza operativa della Sezione Catturandi alla rinascita sociale dei beni confiscati, confermando il valore supremo del dovere compiuto a difesa della libertà collettiva.

Roberto Greco