L’altra Sicilia che non si arrende. Ai Cantieri della Zisa la CGIL mette in fila i divari dell’isola

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Si è aperta ieri, mercoledì 23 settembre, ai Cantieri Culturali alla Zisa di Palermo, «L’altra Sicilia, l’isola che non si arrende», la festa regionale della CGIL Sicilia. Due giornate con cui il sindacato ha voluto fare il punto sulle criticità dell’isola e sulle risposte che, nelle parole del segretario generale Alfio Mannino, servono con urgenza per «un nuovo modello di sviluppo della Sicilia».

Al centro dei due appuntamenti pomeridiani, sindacalisti, amministratori, ricercatori, rappresentanti del terzo settore e della politica. Il risultato è stato il ritratto di una regione che produce energia ma la paga cara, che perde studenti e laureati e che continua a contare i morti nei campi e nei cantieri.

La prima giornata è cominciata con una performance musicale di Antonio Modica, Lello Analfino, Teresa Iannello e Alessandro Cosentino Yanez, seguita da cinque panel tematici in programma dalla mattina fino a sera. Si è partiti da «Curare la Sicilia», dedicato alla sanità, per passare a «La condizione femminile», «L’isola diseguale», «Il lavoro per cambiare la Sicilia» e infine «Il Mediterraneo che nutre il futuro». Oggi, giovedì 24 settembre, alle 10.30 è in programma il dibattito conclusivo «L’isola dei diritti», aperto dalla relazione di Mannino e chiuso dall’intervento del segretario generale nazionale della CGIL, Maurizio Landini.

L’isola diseguale

Il filo che ha tenuto insieme il panel delle 16 è quello del divario, tra Nord e Sud, tra uomini e donne, tra la costa e l’entroterra. Le donne italiane lavorano più spesso part time e guadagnano meno degli uomini, ha ricordato Linda Laura Sabadini, già dirigente dell’Istat, e in Sicilia la forbice resta aperta. Una forbice che si allarga anche per la mancanza di servizi. Nell’isola solo il 12% dei bambini tra 0 e 3 anni ha un posto al nido, contro il 50% dell’Emilia, ha spiegato il presidente di ANCI Sicilia Paolo Amenta, e mancano mense scolastiche, impianti sportivi, insegnanti. Senza questi presidi, conciliare lavoro e famiglia resta un problema che ricade quasi sempre sulle donne.

Il paradosso più evidente riguarda l’energia. La Sicilia è tra le maggiori produttrici di rinnovabili del Paese, eppure i siciliani sono tra quelli che pagano le bollette più care. Giacomo Cucignato, di SVIMEZ, lo ha definito il tema «che entra in tutti gli altri». Il 16% delle famiglie non riesce a riscaldare adeguatamente la propria casa, e per le imprese il costo dell’energia è abbastanza alto da spingere altrove investimenti importanti, come alcune gigafactory di batterie finite in Spagna. Qualcosa però si muove, con una potenza installata passata da 3,5 a 7 gigawatt. Per Cucignato le rinnovabili sono «le uniche tecnologie mature per abbattere il costo dell’energia», e senza questo abbattimento non c’è mercato.

Poi c’è la geografia interna dell’isola. Mimma Argurio ha descritto la desertificazione dei comuni dell’entroterra, dove la chiusura di una banca o di un’agenzia assicurativa non toglie solo un servizio ma impoverisce l’intero territorio. Alla perdita dei servizi si somma la solitudine, soprattutto degli anziani, che senza sportelli fisici e senza competenze digitali in alcuni paesi finiscono nelle mani degli usurai.

È però sulle nuove generazioni che il quadro si è fatto più cupo. Le nascite sono 33 mila l’anno contro 66 mila decessi, e chi resta spesso se ne va. L’Università di Palermo, secondo Fausto Melluso di ARCI Sicilia, negli ultimi dieci anni ha perso almeno 20 mila studenti. «Per anni ci hanno detto che potevamo vivere solo di turismo», ha detto, «ma vivere di turismo acuisce le differenze». Chi resta a studiare fa i conti con tirocini extracurriculari pagati 300 euro al mese, 500 nei bandi finanziati, in base a una norma ferma al 2017, come ha ricordato un rappresentante della Primavera degli Studenti. In Sicilia il 27,5% dei giovani fino a 34 anni non studia e non lavora, e per chi arriva dai paesi trovare un tirocinio o un impiego lontano dai grandi centri è ancora più difficile. «L’università viene guardata solo al momento delle elezioni», ha detto.

La scuola non se la passa meglio. Adriano Rizza, della FLC CGIL, ha parlato di un «accanimento» contro l’istruzione. In tre anni hanno chiuso circa cento autonomie scolastiche, e i tagli al personale ATA e ai docenti significano meno supporto amministrativo, meno sostegno agli alunni con disabilità, edifici inadeguati. Intanto gli alunni stranieri sono passati da 21 mila a 30 mila, «e meno male, perché stiamo perdendo studenti». Sulla dispersione scolastica, la Sicilia continua a detenere un triste primato.

Tra un panel e l’altro hanno preso la parola esponenti politici e rappresentanti dei partiti, che hanno raccolto le sollecitazioni emerse durante il pomeriggio.

Il lavoro per cambiare la Sicilia

Il panel delle 18 si è aperto nel modo più duro possibile. Poche ore prima, a Roma, un operaio di 22 anni era morto precipitando all’interno del Colosseo durante lavori notturni. Marco Patucchi, giornalista di Repubblica, è partito da Operaicidio, il libro scritto con Bruno Giordano, una parola che non esiste nel vocabolario ma che prova a nominare chi muore di lavoro. «Stamattina ne hanno parlato tutti», ha detto, «ma i riflettori si sono accesi perché è caduto dal Colosseo». Le vittime sono in media tre al giorno, un dato che non conta le morti non denunciate all’Inail né chi lavora senza copertura. «Pensiamo a cosa accadrebbe se ci fossero tre femminicidi al giorno». Patucchi ha contestato l’espressione «morti bianche», che allontana le responsabilità, e la lettura della relazione annuale Inail che presenta come un risultato il calo rispetto all’anno precedente.

In Sicilia quelle morti hanno spesso il volto dei braccianti. Tonino Russo, della FLAI CGIL, ha ricordato un’estate tra le più calde di sempre, con lavoratori morti di caldo e di fatica, costretti a lavorare nelle ore più calde e spesso in nero. Nella Valle del Belice si vendemmiava alle due del pomeriggio, e il lavoro a cottimo, «a cassetta», è ancora una realtà. Russo ha risposto anche alla provocazione di Roberto Vannacci, che aveva suggerito di mandare a raccogliere pomodori i giovani laureati disoccupati. «Vorremmo che i prodotti sulle nostre tavole non fossero macchiati del sangue di lavoratori innocenti».

Lo sfruttamento, però, non è un’anomalia. Secondo Rita Daila Costa, ricercatrice dell’Università di Palermo, l’irregolarità è «un carattere sistemico» prodotto dalle stesse norme. Il meccanismo dei flussi d’ingresso, pensato per far arrivare lavoratori chiamati da un’impresa, genera irregolari in modo sistematico, e secondo i dati citati da Costa solo il 16% degli ingressi si è tradotto in una posizione regolare. C’è chi arriva dopo aver pagato per il viaggio e scopre che il datore di lavoro non esiste. In Italia le persone irregolari stimate sono 350 mila, e chi le assume o gli affitta una casa commette un reato. Restano così ricattabili, invisibili nei campi e nei cantieri. Le storie raccolte da ARCI e raccontate nel panel precedente vanno nella stessa direzione, con lavoratori fatti arrivare in Italia a cui, una volta ricongiunte le famiglie, venivano tagliate le ore o chiesta indietro parte dello stipendio.

Il ricatto passa anche dai contratti. Pino Foti, segretario della FILCTEM, ha raccontato la crisi del tessile, per decenni il principale settore del lavoro femminile, che sui Nebrodi aveva portato occupazione ed emancipazione prima che globalizzazione e crisi cancellassero interi distretti. Oggi il 60% dei lavoratori del comparto ha contratti pirata. Filippo Parrino, di Legacoop, ha puntato il dito contro le false cooperative e contro le aste a doppio ribasso, dove a pagare sono sempre i lavoratori, ricordando che anche chi vince un appalto e poi frammenta le ore «fa clientela». Sul caporalato, ha detto, «o si vince insieme o si perde insieme».

C’è poi il lavoro che cambia forma. Fabio Maggio, segretario della SLC CGIL Palermo, ha ripercorso la storia dei call center, passati dalla crisi delle telecomunicazioni alle delocalizzazioni, contro cui il sindacato ha ottenuto prima clausole contrattuali e poi una legge. Ora la sfida è l’intelligenza artificiale generativa, che sta sostituendo operatori e che nell’editoria ha già preso il posto di grafici, correttori di bozze e traduttori. Un rischio che Mariella Triolo, presidente nazionale di CNA Impresa Donna, vede anche come un’opportunità per chi può costruirsi un lavoro in proprio. A patto, ha detto, di sostenere le imprenditrici che oggi, schiacciate tra azienda e cura della famiglia, finiscono spesso per chiudere.

Quando il lavoro ferisce, c’è poi il tema di come tornare. Giorgio Soluri, direttore regionale dell’Inail Sicilia, ha illustrato i progetti di reinserimento per chi ha riportato una disabilità dopo un infortunio, finanziati a fondo perduto fino a 150 mila euro, per abbattere barriere architettoniche, fornire tecnologie assistive e formazione. «La lesione non è solo fisica, ma anche identitaria», ha detto.

A tirare le fila è stato Emilio Miceli, del Centro Pio La Torre. Troppi lavoratori restano fuori dai contratti nazionali, i salari seguono un modello vecchio di vent’anni e la normativa sugli appalti è «criminogena», perché «sappiamo dove inizia un processo produttivo ma non dove finisce». Una parte del Paese, schiacciata da precarietà, orari «selvaggi» e servizi che non funzionano, non vede più un ascensore sociale per sé e per i propri figli. «O si fa un nuovo patto nazionale con queste persone», ha avvertito, «o si stancheranno, rivoltandosi contro un altro pezzo della società».

Samuele Arnone