Ci si aspetterebbe di trovare il verde tra i sentieri della campagna, attorno a una villa o lungo un pendio affacciato sul mare. A Favignana, invece, per scoprire un giardino straordinario bisogna lasciarsi sorprendere da ciò che si nasconde sotto il livello della strada. Qui, dove per secoli è stata estratta la pietra destinata alle costruzioni, le antiche cave di calcarenite sono diventate il cuore di un paesaggio botanico inaspettato: il Giardino dell’Impossibile, un luogo in cui la natura ha riconquistato spazi che sembravano condannati all’abbandono.
Siamo nell’entroterra dell’isola delle Egadi, lontano dall’immagine più conosciuta di Favignana, quella delle calette turchesi, delle spiagge e delle barche. Eppure, proprio qui, tra pareti rocciose, passaggi e scorci che si aprono all’improvviso, si nasconde una realtà sorprendente del patrimonio paesaggistico siciliano. Un giardino che racconta una storia di famiglia, memoria e creatività.
A guidarci alla scoperta di questo luogo è Nunzio Campo, che ne cura la gestione e ne porta avanti il progetto di valorizzazione, raccogliendo l’eredità della madre, Maria Gabriella Campo. È stata lei a immaginare che anche quelle cavità, apparentemente inadatte a una trasformazione, potessero diventare uno spazio di bellezza.
Dove prima c’erano scarti, oggi cresce la meraviglia
La storia del Giardino dell’Impossibile affonda le radici in un paesaggio segnato dall’attività estrattiva. Le cave, chiamate localmente pirrere, erano state sfruttate per ricavare la calcarenite, comunemente conosciuta come tufo, una pietra che ha contribuito a definire l’identità architettonica dell’isola. Terminata l’estrazione, questi spazi erano stati abbandonati e avevano finito per accogliere detriti e rifiuti.
Il punto di partenza del progetto risale alla fine degli anni Novanta, quando la madre di Nunzio acquistò i terreni adiacenti alla casa di famiglia. Ricordando le condizioni in cui si trovavano, Campo precisa che «Si trattava di terreni agricoli scarsamente utilizzabili, occupati in gran parte dagli scavi di diverse cave storiche di calcarenite ormai in stato di abbandono». Le cavità erano difficili da individuare nella loro reale estensione e profondità, perché «erano colme di scarti di cantiere e pietrame, a loro volta sepolti sotto strati di immondizia composta da diversi materiali di scarto».
La prima operazione fu dunque una bonifica. «Rimuovere l’immondizia per garantire una generale bonifica delle aree è stato il primo passo», racconta Nunzio, ricostruendo l’inizio di un lavoro che avrebbe cambiato radicalmente il volto del luogo. Successivamente, l’idea di recuperare le cave prese forma attraverso interventi concreti: «spostando i cumuli di detriti per riempire i punti più profondi e meno gestibili, ricondurre le quote a un unico livello e realizzarvi camminamenti con il minore salto di quota possibile».
Da quel lavoro nacque una nuova prospettiva: non cancellare le cavità, ma renderle nuovamente accessibili, rispettandone la conformazione. Le pareti di pietra e le irregolarità lasciate dall’estrazione sarebbero diventate parte integrante del progetto.
Un giardino che custodisce la memoria della pietra
La particolarità del Giardino dell’Impossibile è proprio questa: la vegetazione non si sovrappone alla storia, ma dialoga con essa. Le pareti di calcarenite, i tagli nella roccia e gli spazi scavati diventano parte dell’esperienza, mentre le piante restituiscono colore e vita a un ambiente che sembrava aver perso ogni possibilità di rinascita.
Su circa quattro ettari si distribuiscono numerose specie botaniche, tra alberi, arbusti, rampicanti, succulente e piante ornamentali. Il percorso attraversa ambienti differenti, collegati da passaggi che accompagnano il visitatore in una successione di scorci inattesi.
Tra gli spazi più suggestivi c’è il Ninfeo, con il suo specchio d’acqua e le ninfee incorniciate dalle pareti di tufo. Hibiscus, plumerie e pelargoni contribuiscono a comporre una tavolozza botanica sorprendente, mentre fontane e pergolati scandiscono il percorso, creando prospettive sempre diverse.
Ma come si è riusciti a trasformare un’area segnata dall’estrazione senza tradirne l’identità? Nunzio Campo sorprende spiegando che, in realtà, «non è stato difficile». A guidare il progetto sono stati la creatività e lo spirito d’iniziativa della madre, insieme al ricordo del nonno: «uomo di origine isolana che da giovane era stato aiutante in cava e poi, in età adulta, aveva voluto aprire a Palermo un’attività di rivendita del “tufo” favignanese».
Un legame familiare che ha orientato le scelte progettuali e che spiega perché il giardino non sia stato concepito come un intervento destinato a nascondere le tracce del passato. «La creatività e lo spirito di iniziativa di mia madre, sostenuti dal ricordo del padre, l’hanno portata a realizzare questo progetto visionario con particolare sensibilità e rispetto dei luoghi», sottolinea Nunzio.
L’intenzione era inserire le piante soltanto nei punti capaci di valorizzare gli angoli più particolari e suggestivi delle cave. Un progetto inizialmente mirato è cresciuto progressivamente, fino a diventare, come racconta con affetto Campo, «un vero e proprio giardino botanico. E ben venga!».
La storia di una donna che ha creduto nell’impossibile
Dietro il giardino c’è dunque la storia di Maria Gabriella Campo, della sua capacità di immaginare una destinazione diversa per un luogo apparentemente difficile e del legame con il padre, che aveva conosciuto direttamente il lavoro nelle cave. Il nome stesso del giardino restituisce la natura sorprendente dell’impresa: trasformare un ambiente segnato dall’abbandono in uno spazio di bellezza, conoscenza e memoria.
Oggi il parco non è soltanto un luogo da visitare, ma anche un’occasione per comprendere la storia delle cave e la cultura materiale dell’isola. Nel corso degli anni, le visite guidate e le audioguide hanno contribuito a costruire un’attività di divulgazione che intreccia botanica, paesaggio e vicende familiari.
Nunzio Campo ricorda che il lavoro svolto «attraverso le visite guidate e l’utilizzo di audioguide ha contribuito a rendere questo parco botanico un “giardino culturale storico”, ufficialmente inventariato presso il Ministero della Cultura». Il giardino è inoltre «partner esterno del FAI e componente del network dei Grandi Giardini Italiani».
Sono riconoscimenti che accompagnano un progetto nel quale la conservazione del paesaggio non si separa dal racconto della sua storia. E proprio questo racconto è oggi al centro di un nuovo percorso di ricerca intrapreso da Nunzio, che desidera far conoscere più a fondo la vicenda personale della madre e il processo creativo da cui è nato il giardino.
Per ricostruirlo, ha studiato una serie di lettere e pensieri lasciati da Maria Gabriella, ricavandone un testo descrittivo che copre un arco di tempo molto ampio: «dall’infanzia sino all’avvio del recupero delle cave: una sorta di autobiografia di mia madre, che racconta insieme la sua storia e l’anima di questi luoghi».
Forse è proprio questa dimensione a rendere il Giardino dell’Impossibile ancora più prezioso. Dietro ogni pianta, ogni passaggio e ogni scorcio si nascondono un’intuizione e una porzione di vita. Il giardino diventa così un archivio a cielo aperto, dove la memoria non è affidata soltanto ai documenti, ma rimane impressa nella forma stessa degli spazi.
Il futuro del Giardino dell’Impossibile
La storia non è conclusa. I progetti in cantiere sono numerosi e, come confida Nunzio, «molti sono i progetti in cantiere e i sogni nel cassetto». L’ambizione è far conoscere questa esperienza ben oltre i confini delle Egadi e dell’Italia, promuovendo il giardino come esempio di recupero di un paesaggio segnato dall’attività umana.
L’obiettivo dichiarato è «promuovere il Giardino dell’Impossibile come modello di riferimento in tema di riqualificazione ambientale, ben oltre i confini territoriali e nazionali», con la convinzione che questa attività possa apportare benefici anche alla comunicazione culturale e turistica delle isole Egadi.
Parallelamente, prosegue il recupero delle parti del parco non ancora valorizzate. Campo spiega che la famiglia lavora costantemente «al recupero e alla valorizzazione di comparti ancora oggi irrisolti e di angoli del parco non ancora recuperati». L’intento è duplice: aumentare il coinvolgimento emotivo dei visitatori e recuperare spazi da destinare a nuove iniziative.
Il giardino ospita, infatti, già eventi artistici e culturali durante la stagione di apertura al pubblico, che si estende da aprile a novembre. I nuovi interventi permetteranno di disporre di ulteriori ambientazioni per queste attività, facendo convivere la valorizzazione botanica con occasioni di incontro e di espressione artistica.
Il Giardino dell’Impossibile è una scoperta che cambia il modo di guardare Favignana. Dimostra che la rigenerazione non significa necessariamente cancellare ciò che è stato: a volte, al contrario, significa imparare a leggere le tracce del passato per immaginare un futuro diverso.
Tra le pareti delle antiche cave, la pietra che per secoli è stata estratta per costruire diventa così la cornice di una nuova storia siciliana, nata dalla visione di una donna e custodita oggi dal figlio. Un luogo inaspettato, ancora da scoprire, dove persino ciò che sembrava impossibile ha messo radici.
Federica Dolce










