Dove la terra arida della Sicilia centro-meridionale sembra consumarsi sotto la controra, il tempo non scorre: si accumula. Il silenzio che avvolge Pian del Lago non è mai solitudine, ma un’attesa densa, sospesa tra la polvere rossa della piana nissena e il perimetro invalicabile delle recinzioni.
Tra le mura dei Centri di Permanenza per il Rimpatrio, la contabilità delle esistenze si intreccia con quella dei bilanci pubblici, disegnando un paradosso dove la spesa cresce al ridursi delle certezze, e dove ogni giorno sospeso trasforma il diritto e la burocrazia in un lungo, immobile orizzonte d’attesa
Il paradosso finanziario e l’esplosione dei costi nei presidi siciliani
L’architettura della detenzione amministrativa in Sicilia evidenzia una profonda divergenza tra le risorse pubbliche impiegate e l’effettiva capacità di esecuzione dei provvedimenti di espulsione. Il recente report analitico elaborato dall’organizzazione non governativa ActionAid in collaborazione con l’Università degli Studi di Bari, basato sull’aggiornamento della piattaforma open data Trattenuti e sul dossier Espulsioni, traccia un bilancio contabile preciso sulle strutture di Caltanissetta Pian del Lago e Trapani Milo.
Nell’arco del 2025, la spesa complessiva destinata alla gestione e alla manutenzione delle due strutture siciliane ha superato la quota di 4,28 milioni di euro, registrando un incremento del 13,6% rispetto ai 3,77 milioni di euro contabilizzati nel corso dell’anno precedente.
A fronte di questa crescita degli impegni finanziari, i dati sull’operatività reale mostrano una contrazione delle espulsioni eseguite. I rimpatri complessivi effettuati dai due Centri di Permanenza per il Rimpatrio dell’isola sono crollati del 65,3%, passando dai 1.372 casi del 2024 ai 476 registrati nel 2025.
Nello stesso arco temporale, anche il flusso totale degli ingressi nelle due strutture ha subito una contrazione del 32%, scendendo da 1.735 a 1.179 persone trattenute. Il dato più significativo sul piano della spesa pubblica risiede nell’analisi della sola voce relativa ai contratti di gestione capitata e dei servizi interni: questi costi sono lievitati del 124,9% in un solo anno, arrivando a toccare la cifra di 1.534.198,28 euro, cui si sommeranno oltre un milione di euro per interventi di manutenzione straordinaria e circa 83.500 euro per le riparazioni ordinarie.
L’incrocio tra la spesa globale e i rimpatri portati a termine fissa il costo per singola persona espulsa a 13.520 euro, rispetto agli 11.183 euro stimati nel 2024.
Le specifiche territoriali tra il crollo di Caltanissetta e le criticità di Trapani
L’analisi di dettaglio sui singoli centri della regione mette in luce dinamiche operative assai differenti ma convergenti verso il medesimo risultato di inefficienza procedurale. Presso il CPR di Pian del Lago a Caltanissetta, gli ingressi registrati sono vertiginosamente diminuiti, passando dai 1.407 accessi del 2024 ai soli 526 del 2025, segnando una contrazione del 62,6%.
Tra le persone che hanno varcato la struttura nissena, 187 erano richiedenti asilo, pari al 35,6% del totale (con 96 soggetti già richiedenti al momento dell’ingresso e 91 che hanno formalizzato la domanda durante il trattenimento), mentre 112 persone provenivano direttamente da un periodo di detenzione in carcere, rappresentando il 21,3% degli ingressi.
Nel centro di Trapani Milo, pur a fronte di un impegno finanziario complessivo per la struttura che ha superato i 2,6 milioni di euro nel 2025, l’indice di conversione tra trattenimento ed espulsione si è attestato su livelli contenuti, portando al rimpatrio effettivo di circa tre migranti ogni dieci soggetti transitati dalla struttura.
Sul piano nazionale, la Sicilia mantiene un tasso di rimpatrio in rapporto agli ingressi proporzionalmente superiore alla media italiana (che nel 2025 si è fermata al 25,3% a livello globale, con 1.732 rimpatri su 6.835 ingressi), ma il decremento dell’efficienza della macchina detentiva regionale si inserisce in un quadro di progressiva stasi amministrativa.
Nel complesso del sistema Paese, per ogni operazione di espulsione completata attraverso i CPR si sono accumulate in media 148 giornate totali di trattenimento individuale, a fronte di una spesa di manutenzione e gestione nazionale di 24,66 milioni di euro.
La paralisi giuridica e l’aumento delle uscite per mancata convalida
Un elemento centrale emerso dalle rilevazioni dell’Università di Bari e di ActionAid riguarda la crescita dei rilasci determinati da vizi procedurali o dal mancato avallo degli organi giudiziari. In Sicilia si è assistito a un vero e proprio boom di uscite dai centri dovute alla mancata convalida o al diniego di proroga del trattenimento da parte dei giudici competenti.
I casi di soggetti tornati in libertà per queste motivazioni sono passati dai 42 provvedimenti del 2024 ai 259 del 2025, arrivando a superare numericamente la quota delle espulsioni effettivamente eseguite nell’area.
Questa tendenza riflette le difficoltà interpretative e le frizioni applicative legate alle norme sulla detenzione dei richiedenti asilo e alle garanzie costituzionali della libertà personale. Un caso limite documentato nelle appendici del report riguarda le strutture destinate alle procedure accelerate di frontiera: nel corso del 2025, a fronte di una capienza teorica complessiva di 134 posti disponibili nei moduli dedicati, si sono contati appena 12 ingressi totali (sei per ciascun impianto preso in esame), e la totalità dei trattenimenti si è conclusa con la cessazione della misura cautelare per il mancato avallo della magistratura.
Tali evidenze confermano come una quota rilevante delle risorse logistiche ed economiche venga assorbita da procedimenti giudiziari che si concludono con la rimessa in libertà dell’ospite, vanificando la ratio sottesa all’istituto della detenzione amministrativa.
Le implicazioni sui diritti umani e il dibattito sulle alternative d’integrazione
I dati emersi dal monitoraggio indipendente hanno riacceso il dibattito pubblico e politico attorno alla sostenibilità etica e sociale dei CPR. Fabrizio Coresi, esperto di politiche migratorie per ActionAid, ha sottolineato come l’incremento costante della spesa pubblica in presenza di un crollo dei risultati operativi dimostri l’inadeguatezza del modello basato sulla privazione della libertà personale per ragioni amministrative.
Secondo la posizione espressa dall’organizzazione, la detenzione non soltanto genera elevati costi per le casse dello Stato, ma espone le persone trattenute a condizioni di forte vulnerabilità emotiva e materiale, inasprendo i livelli di tensione all’interno delle strutture e provocando frequenti episodi di protesta, autolesionismo e danneggiamento degli spazi interni.
L’indagine evidenzia inoltre un dato di portata nazionale: quasi due rimpatri forzati su tre effettuati dall’Italia (pari a 4.784 esecuzioni totali nel 2025) avvengono senza che la persona sia preventivamente transitata da un CPR, a dimostrazione di come la rete dei centri di detenzione non costituisca l’unico canale, né il più efficiente, per la gestione delle espulsioni.
Di fronte a questo scenario, la rete delle organizzazioni del terzo settore e il mondo accademico sollecitano le istituzioni a superare la logica emergenziale, ridirigendo le risorse finanziarie oggi assorbite dai contratti di gestione straordinaria verso programmi di accoglienza diffusa, corsi di formazione professionale e percorsi di regolarizzazione su base lavorativa, considerati strumenti più idonei a garantire la sicurezza urbana e la coesione sociale sul territorio regionale.
Roberto Greco