27 ottobre 1972: l’assassinio di Giovanni Spampinato e l’eredità della sua inchiesta

Giovanni Spampinato, cronista del quotidiano L'Ora, venne assassinato a Ragusa il 27 ottobre 1972. Le sue inchieste svelarono gli intrecci tra criminalità, eversione di destra ed élite locali nell'ambito del delitto Tumino. Ucciso da Roberto Campria, Spampinato resta un simbolo di rigore e libertà d'informazione

0
77
Reading Time: 4 minutes

L’oscurità dell’autunno ragusano del 1972 non era fatta soltanto di nebbia e freddo primaverile che scendeva dagli Iblei, ma di un silenzio denso, quasi tattile, che avvolgeva le strade d’asfalto e i palazzi di pietra calcarica. In quella provincia che amava definirsi pacifica e distante dai veleni delle grandi città, la macchina da scrivere di Giovanni Spampinato batteva un ritmo ostinato, spezzando la finzione di quella calma apparente. Ogni tasto affondato sulla carta era un gesto di coraggio solitario, la ricerca di una verità sgradita che cercava luce tra le ombre di una notte ormai troppo lunga.

Il dovere della cronaca nel cuore del silenzio

Nel panorama del giornalismo italiano del secondo Novecento, la figura di Giovanni Spampinato rappresenta una testimonianza rigorosa di etica professionale e ricerca ostinata della verità. Nato a Ragusa il 6 novembre 1946 e formato in una famiglia dall’alto profilo culturale e civile, il giovane cronista espresse fin dai primi anni di attività una vocazione etica verso l’informazione. Corrispondente da Ragusa per il quotidiano di Palermo L’Ora e firma per L’Unità, Spampinato si trovò ad operare in una provincia tradizionalmente definita babba, termine dialettale utilizzato per descrivere una realtà apparentemente priva di insidie criminali e al riparo dalle dinamiche violente della grande mafia siciliana.

La sua indagine sul campo smentì radicalmente questa visione distorta della società iblea. Spampinato comprese prima di molti altri come il territorio di Ragusa, apparentemente pacifico, fosse in realtà un crocevia strategico per interessi finanziari complessi, traffici di opere d’arte, contrabbando e radicamento di formazioni di estrema destra. La sua scrittura, sobria e priva di concessions ad sensazionalismi, svelò la trama sottile che collegava l’eversione politica con settori della criminalità e ambienti dell’alta borghesia locale.

La rottura del mito della provincia tranquilla

Le inchieste di Giovanni Spampinato affrontarono temi scottanti nell’Italia dei primi anni Settanta, periodo caratterizzato da forti tensioni sociali e strategie di destabilizzazione politica. Il cronista analizzò con precisione chirurgica le dinamiche neofasciste nel triangolo geografico compreso tra Ragusa, Siracusa e Catania, cogliendone le connessioni con ambienti eversivi nazionali. La sua penna non si limitò alla cronaca degli avvenimenti, ma cercò di far emergere il sistema di poteri e le complicità che consentivano a determinati ambienti di muoversi nell’impunità.

Il caso Tumino e il groviglio di omissioni

Il punto di svolta drammatico nella vicenda umana e professionale di Spampinato coincise con l’assassinio dell’ingegnere e antiquario Angelo Tumino, avvenuto a Ragusa il 25 febbraio 1972. Tumino, personaggio in vista e legato a importanti ambienti cittadini, fu ucciso in circostanze misteriose che toccavano direttamente il mercato clandestino del collezionismo e importanti interessi economici. Mentre le indagini ufficiali sembravano muoversi con lentezza ed esitazione, Spampinato decise di seguire il caso con rigore, raccogliendo testimonianze e ricostruendo gli ultimi spostamenti della vittima.

Nelle sue cronache emerse con insistenza il nome di Roberto Campria, figlio del presidente del Tribunale di Ragusa. Campria frequentava Tumino ed era noto per il suo interesse per le armi e per ambienti dell’estrema destra. Spampinato non formulò accuse sommarie, ma evidenziò le incongruenze nelle deposizioni e i ritardi investigativi che sembravano proteggere la figura di Campria. Il giornalista evidenziò come le istituzioni preposte al controllo della legalità risentissero di un evidente conflitto di interessi nel condurre le indagini su un soggetto legato ai vertici della stessa magistratura locale.

La solitudine del cronista e l’agguato del 27 ottobre 1972

Nel corso dei mesi successivi al delitto Tumino, il clima attorno a Giovanni Spampinato divenne sempre più pesante. Il giovane reporter si trovò isolato, bersaglio di minacce aperte, pressioni ambientali e diffamazioni volti a screditare il suo lavoro d’inchiesta. Ciononostante, Spampinato proseguì nella sua attività di documentazione, convinto che il dovere di informare la collettività superasse i rischi personali. La sua ricerca della verità non cercava lo scontro personale, ma la chiarezza dei fatti, affrontando direttamente interlocutori difficili come lo stesso Roberto Campria, con cui ebbe diversi colloqui.

La tragedia si consumò la sera del 27 ottobre 1972. Roberto Campria impose un incontro a Spampinato; i due salirono a bordo della Fiat 500 del giornalista, parcheggiata nei pressi del carcere di Ragusa. All’interno dell’abitacolo, Campria estrasse una pistola scaricando cinque colpi a bruciapelo contro Spampinato, uccidendolo all’istante. Subito dopo il delitto, l’omicida si recò presso la sede della questura per costituirsi, adducendo come motivazione un presunto impeto d’ira provocato dalle inchieste che il giornalista continuava a firmare sul suo conto.

L’iter giudiziario e la contestata tesi della provocazione

Il percorso processuale legato alla morte di Giovanni Spampinato rivelò le difficoltà dell’apparato giudiziario dell’epoca nel riconoscere il valore sociale e la correttezza del lavoro giornalistico. In prima istanza, presso la Corte d’Assise di Siracusa nel 1975, a Roberto Campria venne applicata la circostanza attenuante della provocazione, riducendo la gravità della condanna sul presupposto che gli articoli di Spampinato avessero leso l’onore dell’imputato. Tale impostazione sollevò forti proteste nell’opinione pubblica e nella stampa democratica, che vedeva nella sentenza una colpevolizzazione della vittima per aver svolto il proprio lavoro.

La svolta di principio si verificò nel 1977 con il giudizio della Corte d’Assise d’Appello di Catania. I giudici d’appello esclusero radicalmente l’attenuante della provocazione, stabilendo che Giovanni Spampinato aveva agito nell’esercizio legittimo del diritto-dovere di cronaca e che le notizie pubblicate rispondevano a verità riscontrate. Nonostante la condanna iniziale a 21 anni, le successive perizie e il riconoscimento di una parziale infermità mentale portarono a una riduzione della pena a 14 anni, di cui Campria scontò solo otto all’interno del manicomio giudiziario di Barcellona Pozzo di Gotto.

L’eredità civile e la memoria ritrovata

La morte di Giovanni Spampinato rimase per anni una ferita aperta nella storia della libertà di stampa in Italia. Il tesserino di giornalista pubblicista gli venne riconosciuto dall’Ordine dei Giornalisti solo dopo la sua scomparsa, a testimonianza di una tardiva presa d’atto del suo sacrificio professionale. Solo decenni più tardi la memoria del cronista ragusano ha trovato il dovuto collocamento istituzionale, culminato nel settembre 2007 con il conferimento alla memoria del premio Saint-Vincent per il giornalismo da parte del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.

L’impegno del fratello Alberto Spampinato, anch’egli giornalista e fondatore dell’osservatorio Ossigeno per l’Informazione, ha permesso di trasformare la vicenda di Giovanni in un simbolo di riscatto per la protezione dei cronisti minacciati. Rileggere oggi la figura di Giovanni Spampinato significa riconoscere il valore fondamentale dell’informazione d’inchiesta indipendente, capace di sfidare l’omertà e l’oppressione dei poteri locali in difesa della democrazia e della ricerca imparziale dei fatti.

Roberto Greco