Il 7 febbraio non è più soltanto una data sul calendario istituzionale italiano, è il punto di convergenza di un’urgenza sociale che ha costretto lo Stato, la scuola e le famiglie a confrontarsi con una violenza che muta forma, spostandosi dai corridoi scolastici alle chat criptate degli smartphone. Istituita ufficialmente nel 2017 dal Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, la Giornata Nazionale contro il Bullismo e il Cyberbullismo nasce come risposta a una serie di eventi tragici che hanno scosso l’opinione pubblica, rendendo evidente come la prevaricazione tra pari avesse superato il confine della “ragazzata” per diventare una patologia sistemica. La scelta della data è intrinsecamente legata al Safer Internet Day (SID), la giornata mondiale per la sicurezza in rete promossa dalla Commissione Europea, che si celebra nella seconda settimana di febbraio sotto il motto “Together for a better Internet”.
In Italia, questa ricorrenza è simboleggiata dal “Nodo Blu”, un emblema che le scuole espongono per manifestare l’adesione a un’alleanza educativa contro ogni forma di prepotenza. Tuttavia, dietro la simbologia dei nodi e delle campagne multimediali, si cela una realtà statistica e sociologica che l’analisi dei dati ISTAT, dei monitoraggi della Piattaforma ELISA e dei rapporti delle forze di polizia restituisce in tutta la sua durezza: un fenomeno che, invece di contrarsi, si sta sofisticando attraverso l’uso di intelligenze artificiali, deepfake e nuove forme di isolamento sociale.
L’epidemia silenziosa: analisi statistica e fenomenologica in Italia
Il monitoraggio dei rapporti interpersonali tra i giovani italiani rivela che il bullismo non è un fenomeno episodico, ma una costante che caratterizza la vita quotidiana di una fetta enorme della popolazione studentesca. Secondo le rilevazioni ISTAT del 2023, aggiornate nel dossier 2025, il 68,5% dei ragazzi tra gli 11 e i 19 anni dichiara di essere rimasto vittima di almeno un comportamento offensivo, non rispettoso o violento nel corso dell’anno precedente. Sebbene questa percentuale includa episodi isolati, il dato diventa allarmante quando si analizza la continuità delle vessazioni.
L’analisi dei dati evidenzia un divario generazionale e di genere significativo. I giovanissimi, appartenenti alla fascia d’età 11-13 anni, risultano essere i più esposti alle prevaricazioni sistematiche. Il 23,7% di questa categoria subisce atti di bullismo continuativo, contro il 19,8% dei ragazzi più grandi (14-19 anni). Questa vulnerabilità precoce suggerisce che il passaggio dalla scuola primaria alla secondaria di primo grado rappresenti un momento critico di rinegoziazione dei ruoli sociali, dove la forza fisica o la capacità di umiliare l’altro diventano strumenti impropri per l’affermazione del sé.
Il genere influenza profondamente le modalità dell’aggressione. Mentre i maschi sono più soggetti a offese verbali dirette (16% contro il 12,3% delle femmine) e aggressioni fisiche (con un picco del 14,8% tra i 14-19enni), le ragazze soffrono in modo sproporzionato di esclusione sociale ed emarginazione. Il dato sull’esclusione sociale femminile raggiunge il 47% nella fascia 14-19 anni, delineando una forma di violenza psicologica meno visibile ma altrettanto devastante delle percosse, volta a distruggere la rete relazionale della vittima e a indurla in uno stato di solitudine forzata.
Un elemento di discontinuità rispetto al passato è rappresentato dalla geografia del fenomeno. I dati smentiscono il pregiudizio che vede il Sud Italia come zona a maggior rischio di violenza giovanile. Al contrario, il 71% dei ragazzi del Nord-ovest dichiara di aver subito offese, contro il 66,5% del Mezzogiorno. Questa differenza potrebbe essere attribuita a una maggiore densità di interazioni digitali o a una diversa percezione culturale di ciò che costituisce un “comportamento offensivo”, ma resta il fatto che le regioni settentrionali presentano indici di bullismo continuativo superiori (22,1% nel Nord-est) rispetto al Sud (20%).
Marginalità e pregiudizio: il bullismo verso l’altro
Il dossier non può prescindere dall’analizzare come il bullismo agisca spesso come catalizzatore di discriminazioni più ampie. I ragazzi di origine straniera sono bersagli privilegiati: il 26,8% dei giovani stranieri residenti in Italia dichiara di aver subito atti vessatori continuativi, contro il 20,4% dei coetanei italiani. Le collettività più colpite sono quella rumena (29,2%) e quella ucraina (27,8%), indicando come il conflitto geopolitico o lo status socio-economico degli immigrati vengano usati dai bulli come pretesti per la deumanizzazione.
Parallelamente, il monitoraggio della Piattaforma ELISA del 2024/2025 sottolinea l’ascesa del bullismo basato sul pregiudizio. L’11,2% degli studenti ha subito prepotenze legate al proprio background etnico, il 7,9% è stato vittima di bullismo omofobico e il 7,2% è stato preso di mira per la propria disabilità. Questi dati indicano che il bullismo non è un’aggressività cieca, ma una pratica mirata a colpire la diversità, intesa come deviazione da uno standard imposto dal “branco”.
L’evoluzione legislativa: da argine tecnico a sistema educativo integrato
La risposta dello Stato italiano ha subito una trasformazione radicale nel giro di otto anni. La Legge 29 maggio 2017, n. 71, è stata il primo tentativo sistematico di definire e contrastare il cyberbullismo. Questa norma ha introdotto la possibilità per i minori di chiedere direttamente l’oscuramento o la rimozione dei contenuti offensivi dai social media e ha istituito la figura del docente referente in ogni scuola. Tuttavia, l’esperienza sul campo ha dimostrato che una legge focalizzata quasi solo sull’aspetto digitale fosse insufficiente a gestire la complessità dei rapporti offline.
La svolta è arrivata con la Legge 17 maggio 2024, n. 70, e il conseguente Decreto Legislativo 12 giugno 2025, n. 99. Questi provvedimenti hanno unificato il bullismo e il cyberbullismo sotto un unico regime di prevenzione e intervento, riconoscendo che i due mondi sono ormai indistinguibili nella quotidianità degli adolescenti.
Le colonne portanti del nuovo assetto normativo
Il nuovo quadro legislativo non si limita a punire, ma punta alla rieducazione e al coinvolgimento di tutta la “comunità educante”. Le innovazioni chiave includono:
| Strumento Normativo | Funzione e Implicazioni | |
| Tavolo Tecnico Permanente | Coordinamento interministeriale per piani d’azione biennali e monitoraggio ISTAT. | |
| Protocollo d’Istituto | Obbligo per ogni scuola di adottare codici interni di prevenzione e tavoli di monitoraggio. | |
| Giornata del Rispetto (20 Gennaio) | Nuova ricorrenza dedicata alla non-violenza e alla lotta alle discriminazioni. | |
| Responsabilità Genitoriale | Rafforzamento delle pene civili perculpa in educando(risarcimento danni). | |
| Misure Rieducative | Possibilità per il Tribunale dei Minorenni di attivare percorsi di riparazione e servizi sociali. |
Il Decreto Legislativo 99/2025, in vigore dal 16 luglio 2025, pone una responsabilità inedita sulle spalle dei dirigenti scolastici e dei genitori. Il dirigente ha ora l’obbligo di informare tempestivamente le famiglie di tutti i minori coinvolti e, nei casi più gravi, di riferire alle autorità giudiziarie per l’attivazione di misure rieducative, superando la logica della semplice sanzione disciplinare interna.
Un aspetto rivoluzionario è il richiamo alla responsabilità civile dei genitori. La giurisprudenza più recente, citata nei rapporti della polizia locale, ha stabilito che per escludere la responsabilità dei genitori non è sufficiente provare di aver vigilato, ma occorre dimostrare di non aver lasciato permanere situazioni di pericolo e di aver impartito un’educazione realmente orientata al rispetto dell’altro. In sintesi, se un figlio bullizza, i genitori pagano, non solo simbolicamente ma economicamente e legalmente.
Focus Sicilia: la resistenza di un’isola contro la prevaricazione
La Sicilia rappresenta un caso di studio fondamentale per comprendere come il bullismo si innesti su territori caratterizzati da forti contraddizioni sociali. Nonostante i dati ISTAT indichino una prevalenza inferiore rispetto al Nord, la Sicilia affronta sfide specifiche legate alla dispersione scolastica e all’influenza di modelli comportamentali devianti legati alla criminalità organizzata.
Nel 2024/2025, l’Ufficio Scolastico Regionale (USR) per la Sicilia ha lanciato una delle iniziative più ambiziose d’Italia: il progetto pilota “1nessuno100giga”. Finanziato con circa 2 milioni di euro dalla Regione Siciliana, il progetto mira a creare una rete di protezione capillare che copra tutte le nove province dell’isola.
La struttura del progetto “1nessuno100giga”
Il progetto non è una semplice campagna di comunicazione, ma un’infrastruttura di servizio che coinvolge 802 istituzioni scolastiche. La rete è coordinata dal Liceo Scientifico “Galileo Galilei” di Palermo, che funge da capofila regionale, e si avvale della collaborazione di partner come Telefono Azzurro, Fondazione Carolina e il team MaBasta.
Il sistema si regge su diversi pilastri operativi:
- HelpLine Regionale (800.280.000):Un numero verde e una chat gestiti da Telefono Azzurro, attivi dal lunedì al venerdì (14:00-20:00), per offrire ascolto e supporto psicologico immediato a vittime, testimoni e genitori.
- Centri Territoriali di Supporto (CTS):Una scuola polo per ogni provincia incaricata di gestire gli “snodi provinciali”, gruppi di circa 16 istituti che collaborano nella prevenzione e nella gestione dei casi.
- Peer Education:Formazione specifica per studenti tra i 14 e i 17 anni affinché diventino tutor dei propri compagni, parlando un linguaggio privo di filtri istituzionali che favorisca l’emersione del sommerso.
- Formazione Genitori:Gruppi di lavoro e laboratori curati dalla Fondazione Carolina per aiutare gli adulti a comprendere l’ecosistema digitale dei propri figli.
L’investimento massiccio della Sicilia in questo progetto risponde a una necessità evidenziata dai magistrati minorili. Maria Francesca Pricoco, Presidente del Tribunale per i Minorenni di Catania, ha più volte denunciato come il bullismo in Sicilia sia trasversale: non riguarda solo i quartieri a rischio come Librino o lo Zen, ma attraversa tutte le classi sociali della città e della provincia. La magistrata sottolinea un nesso preoccupante tra l’uso di sostanze stupefacenti tra i giovanissimi e l’escalation di comportamenti violenti e de-responsabilizzati. Inoltre, la carenza di assistenti sociali e il ridimensionamento dei presidi scolastici in alcune aree critiche rendono difficile l’intervento precoce, lasciando spazio alla cultura dell’omertà e della marginalità.
Il dramma dell’invisibilità: casi clinici e di cronaca in Sicilia
Dietro i numeri si nascondono storie di vite spezzate. Il caso di Alessandro, un giovane siciliano vittima di un “branco” composto da coetanei e maggiorenni, rimane una ferita aperta nella coscienza collettiva della regione. La sua morte ha portato all’apertura di un’inchiesta per stalking e violenza privata, rivelando come la vittima avesse tentato di nascondere il proprio tormento persino alla famiglia per non addolorarla. “Eravamo quelli del basket, era un ragazzo solare,” ricordano i compagni, a testimonianza di come il bullo sappia spesso colpire nell’ombra, isolando la vittima fino a renderla invisibile anche a chi le sta accanto.
Questa invisibilità è alimentata dal silenzio. Gli esperti sottolineano che il bullismo non è solo chi colpisce, ma anche chi guarda e non dice nulla per paura di diventare la prossima vittima. La testimonianza di alcuni studenti durante gli incontri regionali in Sicilia evidenzia la sensazione di essere “trasparenti” nei corridoi scolastici, mentre le parole degli aggressori vengono scagliate come pietre che cambiano la percezione di sé davanti allo specchio.
La frontiera oscura: AI, deepfake e la nuova violenza digitale
Mentre le scuole siciliane e italiane si attrezzano per combattere il bullismo “tradizionale”, il fronte si è spostato in un territorio ancora privo di mappe certe: l’Intelligenza Artificiale Generativa. Il cyberbullismo del 2024-2025 non si limita più a commenti offensivi o foto rubate, ma utilizza software di deepfake per distruggere la reputazione delle persone.
L’indagine condotta dall’Associazione Meter in collaborazione con la CEI rivela dati scioccanti: il 92,2% degli studenti delle superiori ha interagito con un chatbot, e il 53,4% conosce perfettamente il fenomeno del deepfake. Il rischio maggiore è legato ai cosiddetti “deepnude”, applicazioni che permettono di “spogliare” digitalmente le proprie compagne di classe partendo da una normale foto scattata in un momento di gioco o sport. Il danno arrecato è incalcolabile: la vittima perde il controllo della propria immagine e della propria autodeterminazione informativa.
I pedofili e i bulli stanno inoltre sfruttando la crittografia di applicazioni come Signal (usata dall’80% dei gruppi segnalati per la produzione di materiale abusivo) per scambiare contenuti prodotti con l’IA, convinti che la natura “virtuale” delle immagini le renda meno gravi o penalmente irrilevanti. Tuttavia, il legislatore italiano è intervenuto tempestivamente: l’introduzione dell’articolo 612-quater nel Codice Penale punisce la diffusione di contenuti multimediali falsi atti a cagionare un danno ingiusto con la reclusione da 1 a 5 anni.
Il ruolo della scuola tra referenti e sottostima
Nonostante l’apparato normativo e progettuale, esiste ancora una discrepanza profonda tra la percezione dei docenti e l’esperienza vissuta dagli studenti. I dati della Piattaforma ELISA indicano che, mentre la nomina del docente referente è ormai una realtà nell’86% delle scuole secondarie, solo il 23% degli studenti sa chi sia o a chi rivolgersi in caso di bisogno.
I docenti tendono a sottostimare il fenomeno, probabilmente perché ai loro occhi giungono solo i casi di gravità estrema, mentre la “zona grigia” delle micro-aggressioni quotidiane resta sommersa. Per colmare questo gap, il Ministero ha avviato percorsi di formazione e-learning obbligatori per dirigenti e docenti, sottolineando che la prevenzione non può essere un evento isolato legato alla giornata del 7 febbraio, ma deve diventare una competenza trasversale dell’insegnamento dell’Educazione Civica.
Prospettive
La Giornata Nazionale contro il Bullismo e il Cyberbullismo del 7 febbraio 2026 si inserisce in un contesto di transizione cruciale per l’Italia. Il passaggio da una normativa pionieristica ma frammentaria (Legge 71/2017) a un sistema integrato e operativo (Legge 70/2024 e D.Lgs 99/2025) segna l’assunzione di una responsabilità collettiva che non ammette più alibi.
In Sicilia, il progetto “1nessuno100giga” ha dimostrato che, a fronte di investimenti mirati e di una rete territoriale forte, è possibile creare presidi di legalità anche nelle aree più difficili. Tuttavia, la minaccia rappresentata dall’IA e dai deepfake richiede un aggiornamento costante delle competenze digitali non solo dei ragazzi, ma soprattutto degli adulti che hanno il compito di guidarli.
L’inchiesta rivela che la lotta al bullismo non si vince solo con le sentenze o con i decreti, ma attraverso la ricostruzione di una capacità di ascolto che sembra essersi persa nel rumore di fondo delle connessioni perenni. Il “Nodo Blu” deve smettere di essere un simbolo da esporre una volta l’anno per diventare la trama di un tessuto sociale che sappia proteggere i propri membri più fragili, garantendo che nessun adolescente debba più sentirsi invisibile o, peggio, sacrificabile sull’altare della prevaricazione digitale. La sfida per il futuro è chiara: trasformare la rete da luogo di agguato a spazio di cittadinanza consapevole, dove il rispetto per l’altro sia l’unica legge possibile, online e offline.
Roberto Greco