L’acciaio spezzato: l’epopea investigativa di Giorgio Boris Giuliano e la convergenza letale sull’asse Palermo-Milano

Fu un evento di sangue a determinare la sua destinazione e il suo destino: alla notizia della terribile strage di Ciaculli, avvenuta nel giugno del 1963, il giovane funzionario decise di voler fare la propria parte sul fronte più caldo della criminalità organizzata

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Giorgio Boris Giuliano
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La parabola professionale e umana di Giorgio Boris Giuliano si staglia come uno dei momenti più alti e, al contempo, drammatici nella storia del contrasto alle strutture di Cosa Nostra in Italia. Nato a Piazza Armerina il 22 ottobre 1930, Giuliano visse una giovinezza orientata agli studi giuridici, culminata nella laurea in giurisprudenza conseguita a Messina nel 1956. Dopo una parentesi nel settore privato come dirigente d’azienda a Milano, la sua esistenza subì una svolta radicale nel 1962, anno in cui vinse il concorso per diventare commissario di Polizia. Fu un evento di sangue a determinare la sua destinazione e il suo destino: alla notizia della terribile strage di Ciaculli, avvenuta nel giugno del 1963, il giovane funzionario decise di voler fare la propria parte sul fronte più caldo della criminalità organizzata. Chiese e ottenne, tramite una lettera indirizzata al capo della Squadra Mobile dell’epoca, l’assegnazione a Palermo, venendo inserito nella Sezione Omicidi. Da quel momento, l’ufficio investigativo palermitano, di cui avrebbe assunto la direzione nell’ottobre del 1976, divenne la sua seconda casa e il suo laboratorio metodologico.

A Palermo, Giuliano comprese immediatamente che l’azione di polizia non poteva rimanere ancorata a schemi ottocenteschi, inadeguati a fronteggiare una mafia in fase di rapida transizione verso modelli imprenditoriali e transnazionali. Egli fu un pioniere nell’introdurre tecniche investigative rivoluzionarie per il contesto italiano degli anni Settanta. Intuì la necessità di una stretta collaborazione interforze, come dimostrato dalle indagini condotte in sinergia con l’allora colonnello dei Carabinieri Carlo Alberto dalla Chiesa, e comprese che la cooperazione internazionale era l’unica chiave per colpire i flussi del narcotraffico. Dopo aver frequentato l’accademia dell’FBI a Quantico, Giuliano strinse solidi legami operativi con la Drug Enforcement Administration statunitense, collaborando attivamente con agenti del calibro di Charles Tripoli, noto anche come Tripodi.

Il primo grande banco di prova di questa visione integrata fu il celebre “Rapporto dei 114” del 1971, nato proprio dalla cooperazione tra la Squadra Mobile di Giuliano e i Carabinieri di dalla Chiesa. Questo imponente dossier svelò la fitta rete di collegamento tra i clan siciliani e le ramificazioni nel Lazio, in Lombardia e in Toscana. Tuttavia, il successivo percorso giudiziario, noto come il processo contro Giuseppe Albanese più settantaquattro imputati, mise a nudo i limiti strutturali dell’ordinamento dell’epoca. Mancando una fattispecie penale specifica come l’associazione di tipo mafioso, introdotta solo nel 1982, il processo si concluse con pene irrisorie o assoluzioni. Boss storici come Tommaso Buscetta furono condannati a soli due anni e undici mesi, Stefano Bontate a tre anni e Salvatore Riina a due anni e sei mesi, mentre in appello le condanne totali si ridussero ad appena sedici, prima della sentenza definitiva del 28 novembre 1979. Questo esito dimostrò quanto fosse urgente un cambio di paradigma normativo, ma non frenò l’attività di Giuliano.

Il capo della Mobile continuò a indagare sui misteri più fitti della Palermo di quegli anni, inclusa la scomparsa del giornalista Mauro De Mauro nel 1970 e l’omicidio del cronista Mario Francese, consumatosi il 26 gennaio 1979, su cui Giuliano firmò un dettagliato verbale preliminare il 14 febbraio dello stesso anno, delineando le prime piste investigative sui Corleonesi.

L’inchiesta economico-patrimoniale e i fili della piovra finanziaria

La vera forza investigativa di Giorgio Boris Giuliano risiedeva nella sua capacità di applicare l’analisi contabile e bancaria alle attività illecite, anticipando le moderne tecniche di aggressione ai patrimoni mafiosi. Egli comprese che il traffico di eroina sulla rotta Palermo-New York stava inondando le casse delle cosche di una quantità senza precedenti di denaro contante che necessitava di essere ripulito. L’indagine sulla valigia contenente cinquecentomila dollari, rinvenuta all’aeroporto di Punta Raisi nel 1979, svelò l’esistenza di raffinatrici di droga collegate direttamente al mercato statunitense, avviando quello che sarebbe diventato il filone investigativo della “Pizza Connection”.

Seguendo il flusso di quel denaro, Giuliano individuò un canale di riciclaggio colossale che passava per la Sicilcassa e per vari istituti bancari svizzeri controllati dal banchiere Michele Sindona. Appena tre mesi prima di essere assassinato, nell’aprile del 1979, Giuliano trasmise alla Procura della Repubblica un rapporto esplosivo in cui segnalava dettagliatamente come le banche elvetiche di Sindona venissero utilizzate da Cosa Nostra come canali privilegiati per il pagamento e il trasferimento dei proventi del traffico di droga. Questa scoperta confermava drammaticamente un vecchio allarme dell’Interpol statunitense che, fin dal lontano novembre del 1967, aveva segnalato alla polizia italiana come il banchiere di Patti fosse il probabile intermediario finanziario del narcotraffico tra l’Italia e gli Stati Uniti.

Il riscontro decisivo di questo intreccio emerse il 30 maggio 1978, quando in via Libertà a Palermo fu assassinato il boss di Riesi Giuseppe Di Cristina, soprannominato “la tigre”. Perquisendo il cadavere del capomafia, Giuliano e i suoi uomini trovarono degli assegni bancari firmati da Domenico Balducci, noto usuraio ed esponente di spicco della nascente Banda della Magliana a Roma. Gli accertamenti su quegli assegni portarono gli investigatori a individuare un libretto al portatore presso il Banco di Napoli, con un deposito di ben trecento milioni di lire intestato a un nome di fantasia, che era stato utilizzato direttamente da Michele Sindona per le sue spregiudicate manovre finanziarie.

Nel frattempo, le indagini sul territorio si facevano sempre più pressanti: la Squadra Mobile stringeva il cerchio attorno ai latitanti, rintracciando alleati storici dei clan come Biagio Martello e giungendo all’arresto, nel covo di via Pecori Giraldi, di Antonino Marchese e Antonino Gioè. In quel rifugio, oltre ad armi e a quattro chilogrammi di eroina purissima, fu scoperta una carta d’identità contraffatta con la foto di Leoluca Bagarella, cognato di Salvatore Riina, confermando che la Mobile stava toccando il cuore militare e finanziario della fazione corleonese.

L’asse Palermo-Milano: l’incontro con Giorgio Ambrosoli

Le indagini sugli assegni di Di Cristina e sul sistema bancario di Sindona spinsero inevitabilmente Giorgio Boris Giuliano a cercare una sponda investigativa al Nord, dove l’avvocato milanese Giorgio Ambrosoli stava operando in condizioni di estrema solitudine e pericolo. Nominato nel settembre del 1974 dal Governatore della Banca di Italia Guido Carli come commissario liquidatore della Banca Privata Italiana, Ambrosoli aveva il compito di districare il dissesto finanziario causato da Sindona. Già nel settembre di quell’anno, l’amministratore delegato Giovanbattista Fignon aveva consegnato ad Ambrosoli un rapporto dettagliato sul sistema contabile parallelo del banchiere. Analizzando la galassia societaria della “Fasco”, la holding di riferimento del gruppo, l’avvocato milanese portò alla luce una fitta rete di falsificazioni contabili, esportazioni illecite di capitali e clamorose connivenze di pubblici ufficiali.

Ambrosoli subiva costanti pressioni politiche e tentativi di corruzione volti a fargli avallare la “buona fede” di Sindona, operazione che avrebbe costretto lo Stato italiano a farsi carico dei debiti della banca, sollevando il finanziere da responsabilità civili e penali. Privo di scorta ufficiale e assistito unicamente dal maresciallo della Guardia di Finanza Silvio Novembre, che fungeva da collaboratore e guardia del corpo informale, Ambrosoli subì una pesante campagna di intimidazione. Ricevette numerose telefonate minatorie da un uomo con accento siciliano, inizialmente definito “picciotto” e successivamente identificato in Giacomo Vitale, massone e cognato del boss palermitano Stefano Bontate. In una drammatica telefonata del 9 gennaio 1979, Vitale giunse a fare esplicitamente il nome del Presidente del Consiglio in carica, Giulio Andreotti, intimando ad Ambrosoli di cedere poiché il quadro politico era pronto a salvare Sindona e l’unico ostacolo restava lui. Le minacce culminarono il 12 gennaio 1979 con un avvertimento definitivo, in cui Vitale preannunciò ad Ambrosoli che sarebbe morto “ammazzato come un cornuto”.

In questo clima di accerchiamento, che vide anche l’incriminazione strumentale dei vertici della Banca d’Italia Paolo Baffi e Mario Sarcinelli nel marzo del 1979, l’incontro tra Giorgio Boris Giuliano e Giorgio Ambrosoli rappresentò una straordinaria ma pericolosissima convergenza investigativa. Giuliano si recò a Milano per consultare Ambrosoli, mettendo a confronto i dati sugli assegni sequestrati a Palermo con le carte della liquidazione milanese.

Le tracce di questo contatto sono certificate negli atti giudiziari e storici. L’esistenza del colloquio fu inizialmente negata e poi pienamente ammessa da Orlando Gotelli, ex maresciallo della Guardia di Finanza e stretto collaboratore di Ambrosoli. Tali dichiarazioni trovarono riscontro indiretto nelle testimonianze dell’avvocato Giuseppe Melzi, legale dei creditori delle banche sindoniane, e dell’agente della DEA Charles Tripodi.

La prova più struggente di questa sinergia emerse durante i dibattimenti del processo a carico di Bruno Contrada. Un testimone riferì che, cinque o sei giorni dopo l’assassinio di Ambrosoli, un Giorgio Boris Giuliano visibilmente scosso e addolorato gli confidò al telefono di aver incontrato personalmente il liquidatore a Milano soltanto due giorni prima del delitto. In quell’ultimo incontro, i due si erano scambiati informazioni decisive sui canali di riciclaggio della mafia tra la Sicilia e il Nord, siglando inconsapevolmente la comune condanna a morte da parte di un sistema criminale-finanziario integrato.

La doppia esecuzione: Milano e Palermo a dieci giorni di distanza

La reazione del sistema criminale fu spietata e fulminea, colpendo i due investigatori a distanza di appena dieci giorni l’uno dall’altro. Il primo a cadere fu Giorgio Ambrosoli, la sera dell’11 luglio 1979. Di ritorno a casa, in via Morozzo della Rocca 1 a Milano, l’avvocato fu avvicinato da uno sconosciuto che, dopo aver pronunciato la frase “Mi scusi, signor Ambrosoli”, esplose tre colpi di pistola calibro .357 Magnum al torace. L’esecutore materiale dell’omicidio fu William Joseph Aricò, noto come “Bill l’esterminatore”, un sicario italo-americano ingaggiato direttamente da Michele Sindona dietro il pagamento di venticinquemila dollari in contanti e un bonifico di novantamila dollari su un conto svizzero. Il contatto tra il banchiere e il killer era stato mediato da Robert Venetucci, un trafficante di eroina legato a Cosa Nostra americana, mentre il latitante Giacomo Vitale aveva partecipato ai sopralluoghi logistici a Milano per preparare l’agguato.

Ai funerali di Ambrosoli si registrò la totale assenza delle autorità pubbliche e politiche dell’epoca, con l’unica nobile eccezione del Governatore della Banca d’Italia Paolo Baffi. Le indagini sul delitto, condotte dai giudici istruttori Gherardo Colombo e Giuliano Turone, portarono successivamente alla perquisizione degli uffici di Sindona e alla clamorosa scoperta degli elenchi della loggia massonica segreta P2 di Licio Gelli, svelando le trame eversive che univano criminalità, finanza e pezzi deviati dello Stato. William Joseph Aricò morì in circostanze misteriose il 19 febbraio 1984, precipitando nel vuoto durante un tentativo di fuga con lenzuola annodate dal Metropolitan Correctional Center di Manhattan, dove attendeva l’estradizione in Italia. Michele Sindona, condannato all’ergastolo come mandante dell’omicidio nel marzo del 1986, morì due giorni dopo la sentenza nel carcere di Voghera, dopo aver bevuto un caffè avvelenato al cianuro, in quello che gli inquirenti classificarono come un probabile suicidio.

Dieci giorni dopo la morte di Ambrosoli, il 21 luglio 1979, la scure della mafia si abbatté su Giorgio Boris Giuliano. Consapevole del pericolo e del clima opprimente, Giuliano aveva già allontanato la famiglia da Palermo, conducendola a Piedemonte Etneo con la promessa di ricongiungersi dopo una settimana. Quella mattina, uscito di casa in anticipo rispetto al solito, il capo della Squadra Mobile si recò a piedi al Bar Lux, situato in via Di Blasi, per prendere un caffè prima dell’arrivo dell’auto di servizio.

Mentre era di spalle davanti al bancone, il killer Leoluca Bagarella entrò nel locale ed esplose sette colpi di pistola alla schiena, lasciando il funzionario esanime sul pavimento. La dinamica dell’agguato rivelò tutta la codardia del sicario, consapevole che colpire frontalmente un uomo della prontezza fisica e dell’abilità nel tiro di Giuliano sarebbe stato un rischio fatale. Bagarella fuggì a bordo di un’autovettura rubata il 20 giugno precedente a Giuseppe D’Agostino, le cui targhe erano state alterate utilizzando elementi presi da un’altra vettura di proprietà di Cesare Mirelli. La registrazione delle comunicazioni radio della Polizia conserva i secondi drammatici della scoperta, con gli agenti della volante 25 che, giunti sul posto dopo la segnalazione di una sparatoria, passarono dal considerare la vittima un generico avventore armato all’urlo strozzato: “Ripeto: hanno ammazzato Boris Giuliano”.

L’iter processuale e la ricostruzione della verità

Il percorso giudiziario volto ad accertare le responsabilità per l’omicidio di Giorgio Boris Giuliano è stato lungo e complesso, inserendosi nel progressivo cammino dello Stato verso la decodificazione della struttura verticistica di Cosa Nostra. Le indagini iniziali dovettero scontrarsi con depistaggi, reticenze e con le difficoltà oggettive di operare in un territorio in cui l’egemonia corleonese si stava imponendo con inusitata violenza. Solo grazie alle storiche acquisizioni del Pool antimafia e alle dichiarazioni dei primi grandi collaboratori di giustizia fu possibile ricostruire il quadro dei mandanti e l’identità dell’esecutore materiale.

Il processo accertò che la decisione di eliminare il capo della Squadra Mobile era stata assunta collegialmente dalla “Cupola”, la commissione provinciale di Cosa Nostra, per via della pericolosità estrema che le indagini bancarie di Giuliano rappresentavano per la sopravvivenza economica dell’organizzazione. Vennero così condannati all’ergastolo in via definitiva, in qualità di mandanti, i vertici assoluti del sodalizio criminale: Salvatore Riina, Bernardo Provenzano, Michele Greco, Francesco Madonia, Giuseppe Calò, Bernardo Brusca, Nenè Geraci e Francesco Spadaro.

Per quanto riguarda l’esecuzione materiale del delitto, la responsabilità penale di Leoluca Bagarella fu sancita con la condanna all’ergastolo inflitta nel 1995, sentenza che ottenne il suggello definitivo da parte della Corte Suprema di Cassazione nel 1997. Le indagini sulla morte di Giuliano e i suoi legami con la vicenda Sindona emersero inoltre come snodi cruciali nei successivi processi a carico di esponenti delle istituzioni e della polizia, tra cui Bruno Contrada, in cui il dibattito si concentrò a lungo sulla gestione delle informazioni riservate e sul drammatico isolamento in cui il capo della Mobile fu lasciato nelle sue ultime settimane di vita.

La memoria viva e il monito per le future generazioni

Giorgio Boris Giuliano
Giorgio Boris Giuliano e la famiglia

La memoria di Giorgio Boris Giuliano non è rimasta confinata a una fredda commemorazione istituzionale, ma si è trasformata in un’eredità morale attiva, custodita con immenso orgoglio dai familiari e trasmessa come un valore fondante alla società civile e alle nuove generazioni di investigatori. La moglie, Ines Maria Leotta, e i figli Selima, Emanuela e Alessandro hanno saputo trasformare il dolore privato in una testimonianza pubblica di straordinaria dignità. Alessandro Giuliano, intraprendendo a sua volta la carriera in Polizia e diventando un brillante investigatore, celebre per aver assicurato alla giustizia il serial killer Michele Profeta a Padova, ha rappresentato la continuità dello Stato e del metodo paterno sul campo.

La figlia Selima Giuliano, oggi Sovrintendente dei Beni Culturali a Palermo, ha descritto con parole toccanti la ferita mai rimarginata dell’assenza del padre, ricordando come i quarant’anni trascorsi da quella mattina di luglio siano stati densi di scelte di vita improntate all’amore per la propria terra, con la costante speranza che quel sacrificio non sia stato vano e che la Sicilia possa finalmente liberarsi dal giogo mafioso.

L’esempio di Giuliano continua a vivere anche attraverso gesti simbolici di grande impatto emotivo e sociale. In via Di Blasi, davanti al luogo dell’agguato, è stato piantato l’Albero dell’Immortalità, mentre nel 2019, nell’ambito dell’iniziativa “Mare di Legalità”, la barca a vela “Ad Astra”, confiscata alla criminalità organizzata che la utilizzava per il traffico di migranti, è stata affidata alla Lega Navale di Castellammare del Golfo e intitolata alla memoria di Giorgio Boris Giuliano. Questa imbarcazione oggi naviga per insegnare ai giovani delle scuole il valore del rispetto delle regole e del coraggio civile.

Inoltre, l’efficacia del suo metodo investigativo trova costante conferma nella realtà operativa contemporanea: nel 2019, l’allora questore di Palermo Renato Cortese ha voluto dedicare a Giuliano una vasta operazione antimafia che ha portato all’arresto di diciannove esponenti del clan degli “scappati” tra Palermo e New York, dimostrando come le tracce battute dal capo della Mobile quarant’anni prima siano ancora la via maestra per sconfiggere la criminalità transnazionale.

Per i giovani agenti che scelgono di servire lo Stato indossando la divisa della Polizia, la figura di Giorgio Boris Giuliano rimane un monito e un’ispirazione costante. La sua determinazione e la sua modernità investigativa si fondono con una lezione di etica professionale che non conosce usura del tempo. Ai suoi collaboratori, Giuliano lasciava un insegnamento prezioso e quanto mai attuale, che rappresenta l’esatto contrario della cultura dell’omertà e della rassegnazione: “Se venite a conoscenza di un segreto non tenetelo per voi. Scrivetelo, ditelo, telefonatelo, ma non diventatene i depositari”. In questo invito alla condivisione della conoscenza e alla trasparenza istituzionale risiede la chiave per sconfiggere la solitudine dei servitori dello Stato e per abbattere, una volta per tutte, quella parete d’acciaio contro cui Giorgio Boris Giuliano scelse di scagliarsi con la sola forza della sua intelligenza e della sua onestà.

Roberto Greco