Agatha e i suoi volti è la mostra di Renato Zacchia a Catania dedicata a Sant’Agata: fotografie in bianco e nero che raccontano devozione, volti e città nel centenario della Patrona
Una mostra su Sant’Agata. Ma soprattutto è una mostra sulla devozione. Sui volti. Sulla fatica umana che attraversa il rito. Nel centenario di Sant’Agata, Catania accoglie il progetto fotografico di Renato Zacchia nella Chiesa di San Francesco Borgia, in via Crociferi. Un luogo carico di memoria che diventa spazio di osservazione silenziosa. Qui la festa perde il clamore e rivela la sua dimensione più intima.
La mostra, promossa dal Parco archeologico e paesaggistico di Catania e della Valle dell’Aci, con il patrocinio della Delegazione FAI Catania e del Comitato per la Festa di Sant’Agata e il Giubileo Agatino, nasce come omaggio laico al culto della Patrona. Un progetto che sceglie di non rappresentare la Santa ma ciò che la Santa genera. Renato Zacchia fotografa l’uomo. Fotografa l’attesa. Fotografa lo sguardo che si tende verso qualcosa di più grande. Oltre quaranta immagini in bianco e nero, tra stampe e gigantografie, raccontano cinque anni di immersione totale nei riti agatini. Non c’è distanza. Il fotografo è dentro la folla. Condivide il ritmo, la pressione dei corpi, il respiro collettivo. Ogni scatto nasce da una prossimità reale.
La scelta del bianco e nero è radicale. Elimina il folklore cromatico. Spoglia la festa. Costringe a guardare l’essenziale. I volti emergono come paesaggi interiori. La luce scolpisce la pelle. La devozione diventa materia visiva. La città di Catania non è sfondo. È protagonista. Le pietre laviche. Le architetture barocche. I muri che sembrano assorbire la preghiera. Le gigantografie avvolgono lo spettatore. Non si osserva la mostra. La si attraversa. Si entra nel rito. Si diventa parte di un’esperienza collettiva che supera il tempo e il singolo individuo.
Abbiamo intervistato il fotografo della mostra, Renato Zacchia che ci fa entrare nel vivo dei suoi scatti e ci fa apprezzare ciò che ha voluto rendere nella mostra “Agatha e i suoi volti”.

Catanese, scenografo di formazione, Renato Zacchia ha costruito una carriera internazionale. È stato ritrattista di protagonisti assoluti della scena artistica mondiale, da Rudolf Nureyev a Richard Avedon. Ha lavorato sul set con Michelangelo Antonioni. È stato fotografo ufficiale per Ferrari e Maserati e ha collaborato con i più importanti teatri d’opera internazionali.
Dopo decenni di attività negli Stati Uniti, torna a Catania con un progetto intimo e necessario. Un ritorno alle origini che diventa gesto artistico e civile. Con Agatha e i suoi volti, Zacchia restituisce alla sua città un racconto essenziale, profondo, senza tempo.
In Agatha e i suoi volti lei sceglie di non mostrare mai direttamente la Santa, ma solo ciò che la sua presenza genera nei volti e nei corpi dei devoti. Cosa accade, secondo lei, quando l’immagine sacra scompare e resta solo l’essere umano?
«È vero, il mio è un approccio laico: chi viene alla mia mostra per vedere il simulacro o il fercolo rimarrà deluso. Sant’Agata appare poco, ma la si avverte chiaramente senza mai vederla. La mia è una mostra di sguardi, ed è proprio attraverso quegli sguardi che si comprende la devozione.
In questo processo, il sacro smette di essere un oggetto esterno e diventa un fatto puramente umano. Quando l’immagine della Santa scompare dall’inquadratura, la sua presenza non svanisce, ma si riflette, quasi per induzione, sui volti, modificandone profondamente le espressioni.
Ciò che resta è l’essere umano nel suo stato più puro: non più semplice spettatore di un rito ma protagonista di un afflato collettivo. Spogliando la scena dal folclore e dal colore, emerge la struttura profonda della fede: un’emozione che non ha bisogno di essere ostentata, perché è già scritta sulla pelle».
La scelta del bianco e nero elimina il colore della festa e mette in primo piano fatica, silenzio e intensità. In questo processo di sottrazione, cosa ha scoperto di nuovo sulla devozione agatina e sul suo stesso sguardo di fotografo?
«Cercavo l’essenza. Ho scelto un bianco e nero dai forti contrasti per pulire la festa dal colore del folclore, che spesso distrae e confonde. Come diceva Wim Wenders, “il mondo è a colori, ma la realtà è in bianco e nero”.
Eliminando il colore, ho cercato di far emergere la verità cruda: la trama delle rughe, la forza degli sguardi e quel senso di appartenenza che unisce migliaia di persone».
Dopo una lunga carriera internazionale, questo progetto segna un ritorno a Catania e alle sue radici. In che modo raccontare Sant’Agata, nel suo centenario, è diventato per lei un gesto non solo artistico, ma anche profondamente personale?
«Dopo aver cercato la bellezza in ogni angolo del mondo, ho capito che la sfida più grande è riuscire a guardare casa propria con occhi nuovi. Non è un traguardo, ma la scoperta di un linguaggio inedito: la consapevolezza che per raccontare l’universale, a volte, bisogna tornare a osservare il cortile dove si è nati.
Questa mostra rappresenta la chiusura di un cerchio e, al tempo stesso, l’apertura di un nuovo orizzonte. Esporre in un luogo della mia infanzia mi ha fatto comprendere che il mio viaggio non è mai stato lontano da Catania, ma un lungo percorso di avvicinamento verso Catania. È l’inizio di una narrazione più intima, dove la disciplina visiva imparata oltreoceano si mette finalmente al servizio della mia identità più vera».
Il messaggio della mostra è chiaro. La devozione non è spettacolo. Non è immagine patinata. È esperienza condivisa.
Agatha e i suoi volti non celebra l’icona, ma il legame profondo tra la Santa, la città e chi la attraversa. Nel centenario di Sant’Agata, la mostra di Renato Zacchia propone uno sguardo contemporaneo e necessario sul culto, restituendolo alla sua dimensione più autentica: quella umana.
Una mostra che non chiede di guardare Sant’Agata. Ma di riconoscerla nel volto degli altri.
Federica Dolce