Anestesia, lo studio: la nostra coscienza dove va quando il cervello si spegne?

La risposta arriva da uno studio recente, pubblicato il 29 settembre 2026 su Nature Neuroscience. Ecco cosa hanno scoperto i ricercatori

0
66
anestesia
Reading Time: 2 minutes

L’anestesia è una tra le più grandi conquiste della medicina moderna. Infatti permette di affrontare interventi chirurgici senza provare dolore, e, quando è necessario, senza essere coscienti di quello che accade. Non tutte le anestesie sono uguali: c’è quella locale, che serve a rendere insensibile una piccola parte del corpo o quella regionale, che serve invece ad interrompere la sensibilità di una zona più estesa e poi c’è quella generale, attraverso la quale, con l’uso di determinati farmaci, viene prodotto uno stato reversibile di incoscienza, unito ad altri effetti necessari all’intervento, quali il controllo del dolore e le risposte dell’organismo. Non si tratta di un sonno molto profondo. Mentre nel sonno naturale  il cervello attraversa diverse fasi e si può risvegliare in risposta agli stimoli, con l’anestesia generale si modifica attraverso i farmaci il funzionamento delle reti nervose, che sono quelle che ci permettono di essere vigili, di percepire l’ambiente e di reagire.

Si pone allora una domanda: i farmaci come fanno a interrompere la nostra esperienza cosciente? La risposta arriva da uno studio recente, pubblicato il 29 settembre 2026 su Nature Neuroscience.

I ricercatori hanno confrontato l’attività del sistema nervoso sia durante la veglia e sia nel corso  dell’anestesia in sei specie molto differenti, dall’essere umano fino a piccoli organismi, con lo scopo di capire se, al di là delle differenze tra i cervelli, esistesse un cambiamento comune. Da qui hanno osservato che sotto anestesia, l’attività nervosa diventa più breve e meno coordinata tra aree distanti.

E ancora, gli studiosi hanno fatto un esperimento su due macachi anestetizzati. E hanno notato che, stimolando elettricamente una piccola struttura profonda del cervello, appartenente al talamo, hanno fatto ricomparire risposte agli stimoli: questo  mentre il farmaco anestetico continuava a essere somministrato. È chiaro che non significa che gli scienziati siano riusciti a trovare un interruttore capace di accendere e spegnere la coscienza perché, reagire ad uno stimolo, non comporta necessariamente che sia tornata un’esperienza cosciente completa. Cosa questa che negli animali, ad esempio, non è possibile verificare con precisione.

Anche nell’essere umano la situazione risulta complessa dal momento che le persone sottoposte ad anestesia generale non conservano ricordi dell’intervento, almeno nella maggior parte dei casi. Questo non significa che l’assenza di memoria corrisponda ad un’assenza di esperienze. Ci sono infatti rari casi in cui durante l’anestesia generale si verifica una consapevolezza.

Lo studio dimostra quanto sia importante ciò che è stato scoperto, in quanto in futuro le applicazioni potrebbero estendersi anche ai pazienti con gravi lesioni cerebrali e disturbi della coscienza. Oggi, a distanza di due secoli, siamo in grado di controllare il passaggio dalla presenza cosciente all’incoscienza e il ritorno alla veglia. E la scienza sta cercando non solo di capire come farlo ma anche perché accade.

Serena Marotta