È stato definitivamente condannato dalla Cassazione per diffamazione a mezzo stampa il giornalista Pino Maniaci, per vicende che risalgono ad oltre dieci anni fa. Questa sentenza negativa nei suoi confronti arriva in periodo già delicato per il frontman di Telejato, che recentemente si è visto anche revocare l’affidamento di un bene confiscato alla mafia che lui aveva denominato “Villa della Legalità”. Anche il futuro dell’emettente televisiva a lui legata sembra adesso vacillare, perché Maniaci potrebbe finire sotto la sorveglianza dei servizi sociali. Nonostante ciò, il giornalista assicura: «Telejato continuerà a tramettere senza interruzioni». Ma è bene a questo punto riavvolgere il nastro per capire cosa gli è successo in questo ultimo decennio.
Assoluzione per estorsione
Le vicende che portano alle odierne condanne hanno origine tra il 2014 e il 2015, in cui l’attività giornalistica di Pino Maniaci diventa particolarmente aggressiva nei confronti di alcuni soggetti pubblici e colleghi giornalisti, che alla fine lo hanno denunciato per diffamazione a mezzo stampa. Inoltre, Maniaci ha dovuto rispondere anche del reato di estorsione nei confronti dell’ex sindaco di Borgetto, Gioacchino De Luca, e dell’ex sindaco di Partinico, Salvatore Lo Biundo. La Procura generale aveva chiesto in appello una condanna severa a 9 anni e sei mesi di carcere.
Le accuse di estorsione contro Pino Maniaci sono nate da un’indagine della Direzione Distrettuale Antimafia di Palermo originariamente incentrata sui clan mafiosi di Borgetto. In questo contesto, sono stati intercettati una serie di passaggi di denaro, tra cui uno registrato dalle telecamere nascoste dei Carabinieri nella stanza del sindaco, in cui si vedeva Maniaci ricevere 466 euro. Secondo l’accusa, il denaro serviva a evitare ritorsioni mediatiche, ma per la difesa (poi accolta dai giudici), si trattava del pagamento di spazi pubblicitari comprensivi di IVA per il negozio della moglie di De Luca.
Relativamente a Lo Biundo invece era stato ipotizzato che Maniaci avesse fatto pressioni per ottenere un contratto d’inserimento lavorativo per la propria compagna. Tuttavia, lo stesso Lo Biundo in tribunale ha dichiarato apertamente di non aver mai subito minacce o estorsioni da parte del giornalista. Dunque, i giudici hanno stabilito in via definitiva che quei passaggi di denaro erano legati a normali rapporti commerciali di compravendita pubblicitaria per l’emittente Telejato, escludendo qualsiasi condotta estorsiva e assolvendo Maniaci con formula piena perché “il fatto non sussiste”.
Condanne per diffamazione aggravata
Da questo rapporto conflittuale con Gioacchino De Luca ha origine una delle due condanne per diffamazione a mezzo stampa inflitte recentemente a Maniaci. Tra agosto e settembre del 2014, infatti, durante una trasmissione di Telejato, il giornalista ha letto il «contenuto di una missiva anonima e diffamatoria, senza avere in alcun modo verificato la fonte della lettera e la veridicità delle informazioni contenute». La Cassazione ha precisato che la lettera offendeva e denigrava non soltanto la reputazione dell’ex sindaco di Borgetto, ma anche del vice sindaco Vito Spina e di Elisabetta Liparoto, all’epoca presidente del consiglio comunale di Borgetto.
In quel periodo, i tre hanno effettuato un viaggio istituzionale negli Stati Uniti, ma secondo la lettera anonima in quell’occasione avrebbero incontrato in aeroporto i figli del boss Ciccio Rappa. Adesso Elisabetta Liparoto, che ha sporto denuncia, dovrà essere risarcita da Maniaci con 4mila euro. Dovrà darne, inoltre, anche 5mila euro a Michele Giuliano, Nunzio Quatrosi e Gaetano Porcasi. Secondo la Cassazione i tre sarebbero stati accusati di fatti determinati risultati non veri, ma pubblicati con l’unico intento di denigrare i colleghi.
Sentenza a favore degli altri giornalisti
«È sempre doloroso vedere un collega condannato per diffamazione – afferma a l’altroparlante il giornalista Michele Giuliano -. Ma ci sono limiti che non devono mai essere travalicati, e Pino Maniaci lo ha fatto senza alcun ritegno, senza seguire la benché minima regola deontologica. Questo non è concesso né a lui, né a nessun altro iscritto. Dire, come ha fatto Maniaci attraverso la sua emittente, che un collega è pazzo o che scrive articoli inventati, quando ovviamente è tutto falso, non può essere concesso. La giustizia ha fatto il suo corso, è giusto che adesso paghi per il male che ha fatto, diffamando non solo me ma diverse altre persone come riconosciuto dai giudici supremi».
La sentenza di condanna riposta alcuni stralci della trasmissione di Maniaci in cui sosteneva che Nunzio Quatrosi fosse uno pseudo-giornalista in quando nemmeno tesserato. «Dipendente comunale ed evasore fiscale perché al comune fa cose che non dovrebbe fare» disse all’epoca Maniaci. L’artista Porcasi è stato definito da Manici «imbrattatele a pagamento e finto pittore antimafia».
Infine per Michele Giuliano le parole più dure: «È semplicemente un po’ spirciatu di ciriveddu, ma che vuoi? Ti dobbiamo dare la scorta perché hai problemi di inferiorità e credo che tu hai bisogno di fare riaprire i manicomi e farti ricoverare» ha continuato a ripetere da dicembre del 2014 a febbraio del 2015. Per questi motivi è stata confermata la responsabilità penale per i reati di diffamazione. La pena complessiva è stata ricalcolata in via definitiva a un anno e 6 mesi di reclusione. Al momento, però, la pena è stata sospesa. Nei prossimi mesi il tribunale di sorveglianza valuterà l’istanza per l’affidamento ai servizi sociali.
La giustificazione di Pino Maniaci
«Su oltre 300 denunce ricevute da Telejato in questi anni sono stato condannato solo in queste occasioni, per cui vado ad ampliare le fila dei giornalisti condannati come Travaglio, Sallusti e tanti altri, che continuano a fare comunque il proprio lavoro. D’altronde è una percentuale bassissima, Telejato può tranquillamente continuare a tramettere» assicura Maniaci, che attende di sapere in che modo dovrà espletare la misura cautelare prevista per lui.
In ogni modo, è finito un ciclo di vita del giornalista antimafia, ma soprattutto è la sua immagine patinata che ne esce molto stropicciata. Questa condanna, infatti, arriva al culmine di un periodo già difficile del cronista, che si è visto ritirare l’affidamento della “Villa della Legalità” a causa di violazioni di natura fiscale, legale e amministrativa. La villa di Borgetto confiscata all’imprenditore edile Gaetano Lunetto, ritenuto vicino al boss Giovanni Brusca, secondo quanto annunciato da Pino Maniaci avrebbe dovuto ospitale una scuola di giornalismo per i giovani, invece è stata creata una sede di Telejato, non conforme alle regole. Dimenticando i giovani a cui il progetto era destinato, evidentemente soltanto sulla carta.
Eppure, forse a Maniaci non è chiaro di aver perso il bene più prezioso, cioè la stima di quei giovani giornalisti o aspiranti tali che a lui guardavano come un modello. Tutti durante la sua battaglia contro Silavana Saguto lo abbiamo sostenuto, applaudito e abbiamo tifato per lui. Ma lui ha preso questa fiducia e ne ha fatto carta straccia, sentendosi al di sopra delle legge e diventando ciò che ha sempre criticato dallo scranno di Telejato.
Sonia Sabatino