Nato a Lentini, in provincia di Siracusa, il 15 settembre 1935, Aparo incarnava la figura del poliziotto siciliano che tornava nella propria terra con la missione di difenderla. Dopo le prime esperienze in polizia che lo portarono lontano dall’isola, il suo trasferimento a Palermo coincise con l’ascesa di una nuova generazione di investigatori alla Squadra Mobile. Entrato inizialmente nella sezione antirapina, passò presto a quella che sarebbe diventata la leggendaria sezione “Catturandi”, il reparto d’élite incaricato di scovare i latitanti che godevano di una rete di protezione quasi impenetrabile nei quartieri popolari della città.
Aparo si distinse immediatamente per una dote rara: il “cervello fotografico”. In un’epoca in cui le indagini si basavano su pedinamenti infiniti e scatti rubati con teleobiettivi, la sua capacità di memorizzare migliaia di volti tratti dai fascicoli segnaletici e riconoscerli in mezzo alla folla lo rendeva un pericolo costante per l’anonimato dei boss. Questa abilità gli valse la stima incondizionata di Boris Giuliano e di Bruno Contrada, i quali gli affidavano le indagini più delicate riguardanti gli organigrammi delle cosche palermitane. All’interno di Cosa Nostra, la sua fama era altrettanto vasta, ma declinata in termini di odio e timore: i mafiosi lo chiamavano, con un misto di rispetto e rancore, “il Segugio”.
L’eccellenza della Squadra Mobile e il metodo Giuliano
La Squadra Mobile di Palermo degli anni Settanta era un ufficio di frontiera che operava con mezzi limitati ma con una visione investigativa all’avanguardia. Boris Giuliano, il dirigente che Aparo coadiuvava con dedizione assoluta, aveva introdotto una metodologia basata sull’incrocio dei dati economici e sulla cooperazione internazionale con le agenzie federali americane. Aparo era il braccio operativo di questa visione, l’uomo che traduceva le intuizioni strategiche in riscontri sul campo.
La sezione Catturandi, sotto la guida di Giuliano e con il contributo fondamentale di Aparo, iniziò a mappare sistematicamente i territori di influenza mafiosa. Non si trattava più solo di reprimere i singoli reati, ma di comprendere la geografia del potere criminale, identificando i legami di sangue e di affari che tenevano uniti i mandamenti. Questo lavoro di analisi molecolare stava portando la polizia a sfiorare i centri nevralgici del comando mafioso, in particolare nel territorio di Ciaculli e Brancaccio, feudi storici dei Greco e dei Prestifilippo.
La sfida a Michele Greco e l’umiliazione del “Papa”
Il momento che segnò irrevocabilmente il destino di Filadelfio Aparo è legato a un episodio di cronaca investigativa che rivela quanto l’efficacia del vice brigadiere fosse diventata insopportabile per i vertici di Cosa Nostra. Nel corso di un’operazione finalizzata alla cattura di latitanti eccellenti, Aparo riuscì a intercettare Michele Greco, il potentissimo boss di Ciaculli soprannominato “il Papa” per la sua capacità di mediazione tra le varie famiglie.
Secondo le ricostruzioni fornite anni dopo dai collaboratori di giustizia, Aparo aveva sorpreso Greco in una situazione di vulnerabilità. Il boss, per sfuggire all’arresto, fu costretto a una fuga indecorosa: abbandonò la propria auto in mezzo alla strada, si lanciò sui tetti delle abitazioni circostanti e dovette scavalcare un alto muro di cinta per far perdere le proprie tracce. Per un uomo della statura di Michele Greco, che regnava sovrano sul proprio territorio, quell’inseguimento non fu solo un rischio sventato, ma un’umiliazione pubblica inflitta da un sottufficiale di polizia. Fu allora che Greco e il suo fedelissimo Pino Prestifilippo decisero che Aparo doveva morire, chiedendo alla Commissione provinciale di Palermo, presieduta da Stefano Bontate, il “permesso” formale per procedere all’esecuzione.
Il verdetto della Commissione: Il patto tra Bontate e i Corleonesi
L’omicidio di un servitore dello Stato del calibro di Aparo non poteva essere un atto impulsivo di una singola famiglia. Nel sistema gerarchico di Cosa Nostra, la decisione di eliminare un rappresentante delle forze dell’ordine richiedeva l’unanimità o, quantomeno, il benestare dei capi mandamento più influenti. Stefano Bontate, pur essendo all’epoca il leader della fazione “moderata” o aristocratica della mafia, non poté o non volle opporsi alla richiesta di Michele Greco, che era uno dei suoi alleati più stretti.
Questo episodio dimostra come la Commissione funzionasse come un tribunale clandestino, capace di emettere sentenze di morte basate sulla tutela dell’onore e sulla necessità di preservare il regime di latitanza dei propri membri. Il via libera all’omicidio Aparo fu anche un momento di convergenza tra la vecchia mafia palermitana e l’emergente fazione corleonese: entrambi i gruppi avevano interesse a neutralizzare un poliziotto che conosceva troppo bene le loro facce e i loro nascondigli.
L’esecuzione di piazza Tenente Anelli: ricostruzione di un agguato
L’11 gennaio 1979 era un giovedì. Filadelfio Aparo stava godendo gli ultimi istanti di una licenza premio che gli era stata concessa proprio per celebrare la sua recente promozione a vice brigadiere. Intorno alle 8:30, uscì dalla sua casa situata nei pressi di Piazza Tenente Anelli per dirigersi verso la sua auto. Quella mattina, la routine familiare si mescolò tragicamente con l’orrore mafioso: la moglie Maria e il figlio primogenito Vincenzo, che all’epoca aveva appena dieci anni, si erano affacciati al balcone per salutarlo, un gesto d’affetto quotidiano che si trasformò in una condanna a testimoniare la morte violenta del proprio caro.
Il commando omicida era composto da quattro sicari arrivati a bordo di una Fiat 128 di colore rosso. Non appena Aparo fu identificato, i killer aprirono il fuoco con una ferocia inaudita. Utilizzarono un fucile a canne mozze (lupara) e pistole P38, scaricando sul poliziotto una pioggia di piombo che lo raggiunse al volto, alle spalle, all’addome e a un fianco. La rapidità dell’azione fu tale che Aparo, nonostante fosse un tiratore abile e addestrato, non ebbe il tempo materiale di estrarre l’arma d’ordinanza per tentare una difesa. Morì sul colpo, davanti agli occhi dei suoi familiari, mentre i sicari si dileguavano nel labirinto di strade della periferia palermitana.
Le indagini orfane e il muro di gomma dell’omertà
L’immediatezza delle indagini si scontrò con le difficoltà strutturali della polizia dell’epoca e con il terrore che Cosa Nostra era in grado di incutere nei potenziali testimoni. Nell’agguato rimase ferito anche un civile, Cosimo Tarantino, un vicino di casa di Aparo che si trovava casualmente sul posto. Nonostante la gravità dell’accaduto e il coinvolgimento di testimoni innocenti, le prime fasi dell’inchiesta non portarono all’identificazione dei mandanti reali.
L’omicidio Aparo divenne presto un “cold case” ante litteram. Solo quattro anni dopo, la magistratura fu costretta ad archiviare il fascicolo contro ignoti per mancanza di prove schiaccianti. L’unica figura che finì nelle maglie della giustizia fu Giuseppe Ferrante, un piccolo pregiudicato che venne accusato di aver svolto il ruolo di “palo” per il commando. Ferrante fu condannato all’ergastolo, ma la sua posizione rimase per anni un enigma processuale; dal carcere di Favignana continuò a proclamarsi innocente, sostenendo di essere stato un capro espiatorio in una vicenda molto più grande di lui.
La verità dei collaboratori: Mutolo e il teorema del “segugio”
La verità storica sull’omicidio di Filadelfio Aparo iniziò a emergere solo negli anni Novanta, grazie alle rivelazioni dei grandi collaboratori di giustizia che avevano vissuto dall’interno la strategia stragista di Cosa Nostra. Gaspare Mutolo, uomo d’onore della famiglia di Partanna-Mondello, fornì dettagli fondamentali durante le audizioni della Commissione parlamentare antimafia e nei vari processi derivati dal Maxiprocesso.
Mutolo spiegò che in Cosa Nostra il nome di Aparo era pronunciato con estremo timore. “In Cosa Nostra lo chiamavano il Segugio”, raccontò il pentito, aggiungendo che la sua capacità di identificare i latitanti era diventata un ostacolo insormontabile per la gestione degli affari quotidiani delle famiglie. Le dichiarazioni di Mutolo permisero di inquadrare l’omicidio non come una vendetta privata dei Greco, ma come una scelta strategica di tutta l’organizzazione per lanciare un segnale agli investigatori della Squadra Mobile: nessuno era intoccabile, nemmeno chi godeva della protezione di capi come Boris Giuliano.
Il legame con Boris Giuliano: due destini incrociati
Non si può analizzare la figura di Aparo senza comprendere il suo rapporto simbiotico con Boris Giuliano. I due non erano solo colleghi, ma condividevano una passione quasi etica per la legalità, intesa come difesa dei cittadini più deboli. Lavoravano fianco a fianco in indagini che stavano iniziando a scoprire i flussi di denaro sporco tra la Sicilia e l’America. La morte di Aparo fu un colpo devastante per Giuliano, che si sentì privato del suo miglior “sensore” sul territorio.
Si può ritienere che l’omicidio del vice brigadiere fosse anche un avvertimento diretto a Giuliano, un tentativo di isolarlo e di fargli capire che la sua Squadra Mobile era stata infiltrata o, quantomeno, era sotto osservazione ravvicinata da parte della mafia. Purtroppo, la storia avrebbe confermato questa tesi: solo sei mesi dopo la morte di Aparo, anche Boris Giuliano sarebbe stato ucciso in un agguato vile, lasciando la Squadra Mobile di Palermo decapitata dei suoi elementi più brillanti.
Le ombre istituzionali e il caso Contrada
Un aspetto inquietante che emerge dai documenti processuali successivi riguarda la presunta “permeabilità” della Questura di Palermo in quegli anni. Bruno Contrada, superiore diretto di Aparo e figura centrale della polizia palermitana dell’epoca, fu successivamente condannato per concorso esterno in associazione mafiosa. Le sentenze hanno stabilito che in quegli anni delicate informazioni riservate riguardanti indagini e operazioni di polizia venivano fornite ad esponenti della Commissione Provinciale di Cosa Nostra. Secondo i giudici di Strasburgo, cui fece ricorso, Bruno Contrada non doveva essere condannato per concorso esterno in associazione mafiosa perché, all’epoca dei fatti (1979-1988), il reato non “era sufficientemente chiaro e il ricorrente non poteva conoscere nello specifico la pena in cui incorreva per la responsabilità penale che discendeva dagli atti compiuti”
In questo contesto di sospetto e tradimento, l’efficacia di un poliziotto onesto e instancabile come Aparo diventava doppiamente pericolosa. Se da un lato i mafiosi lo temevano per la sua memoria fotografica, dall’altro lato chi all’interno delle istituzioni manteneva rapporti opachi con la mafia poteva vedere in lui un elemento di disturbo imprevedibile, capace di scoprire collegamenti che avrebbero dovuto restare occulti. L’indagine sulla morte di Aparo, quindi, si intreccia inevitabilmente con la storia dei depistaggi e delle collusioni che hanno rallentato per decenni la lotta alla criminalità organizzata in Sicilia.
Il sacrificio di una famiglia: Maria, Vincenzo, Francesca e Maurizio
L’omicidio di Filadelfio Aparo lasciò una vedova giovanissima e tre figli orfani. Maria, a soli 36 anni, dovette farsi carico di una famiglia distrutta dal dolore e dalla violenza. I figli Vincenzo (10 anni), Francesca (5 anni) e Maurizio (appena 1 anno) crebbero con il peso di una perdita ingiusta, ma anche con l’orgoglio di un padre che non aveva mai chinato la testa.
Francesca Aparo, in numerose occasioni pubbliche, ha ricordato la figura del padre come quella di un uomo attento e presente, nonostante i rischi del mestiere. La sua testimonianza è diventata un pilastro delle attività di associazioni come Libera, contribuendo a mantenere viva la memoria non solo del “poliziotto-eroe”, ma dell’uomo semplice che amava portare i figli al cinema e che sognava una Sicilia libera dal giogo mafioso.
Il valore civile della Medaglia d’Oro
Lo Stato italiano ha onorato il sacrificio di Filadelfio Aparo conferendogli la Medaglia d’Oro al Valor Civile alla memoria. La motivazione sottolinea la “serena dedizione” con cui il vice brigadiere assolveva ai suoi compiti, pur consapevole dei rischi personali connessi alla “recrudescenza degli attentati contro rappresentanti dell’ordine“. Questo riconoscimento non è solo una formalità burocratica, ma l’attestazione che Aparo scelse consapevolmente di rimanere al suo posto, rifiutando trasferimenti o compiti meno rischiosi per non tradire la fiducia dei suoi colleghi e della cittadinanza.
La sua storia insegna che la lotta alla mafia non è fatta solo di grandi gesti eclatanti, ma di una resistenza quotidiana basata sulla professionalità e sull’onestà intellettuale. Aparo è caduto perché faceva bene il suo lavoro, perché non accettava compromessi e perché credeva che la conoscenza della verità fosse l’arma più potente contro l’oppressione criminale.
Un’eredità che sfida il tempo
La morte di Filadelfio Aparo non è stata invano. Sebbene i nomi di tutti gli esecutori materiali non siano stati scritti in una sentenza definitiva con la precisione che una democrazia richiederebbe, il suo esempio ha forgiato intere generazioni di investigatori. Oggi, la sezione Catturandi della Polizia di Stato opera con tecnologie che Aparo non avrebbe potuto nemmeno immaginare, ma lo spirito del “Segugio” vive ancora in ogni poliziotto che dedica la propria vita alla ricerca della giustizia nei territori più difficili.
Palermo e Lentini non hanno dimenticato il loro figlio. Piazza Tenente Anelli, un tempo teatro di un eccidio brutale, è oggi un luogo di memoria dove i cittadini possono riflettere sul prezzo della libertà. Il sacrificio di Filadelfio Aparo, consumato sotto gli occhi della sua famiglia, rimane un monito per le istituzioni e una fonte di ispirazione per la società civile: la mafia può uccidere l’uomo, ma non può cancellare la memoria del suo dovere compiuto fino all’ultimo respiro.
Roberto Greco