Beppe Alfano, giornalista ucciso dalla mafia: la storia di un delitto irrisolto

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Negli anni ’90 Barcellona Pozzo di Gotto, in provincia di Messina, era da tempo un feudo della mafia. Le cosche locali, legate al boss catanese Nitto Santapaola e al suo luogotenente Giuseppe Gullotti, avevano consolidato un potere “granitico” fin dagli anni ’70. Le autorità stesse hanno evidenziato che la criminalità organizzata barcellonese era capillare: la popolazione viveva in condizione di omertà, mentre infiltrazioni mafiose si intrecciavano con politica e massoneria locale. Solo dopo il delitto di Alfano la stampa nazionale si accorse del problema e per la prima volta la Commissione Antimafia visitò la città. Intanto, anche fra gli inquirenti erano segnalate intimidazioni: il giudice Olindo Canali, titolare delle indagini sulla mafia barcellonese, era già sotto tiro nel 1992.

Beppe Alfano e il suo giornalismo d’inchiesta

Giuseppe “Beppe” Alfano era un giornalista molto noto in città. Insegnante di educazione tecnica di professione, non si iscrisse mai all’Albo dei giornalisti per principio ma collaborò a lungo con alcune tv locali (Canale 10 e Tele News) e con il quotidiano catanese La Sicilia. Alfano era soprannominato “rompicoglioni” per il suo stile libero e indipendente: denunciava senza paura abusi nella pubblica amministrazione e intrecci tra mafia e politica, e indagava persino sulle logge massoniche del territorio. Fu tra i primi a scoprire gli illeciti di un’associazione di assistenza locale (AIAS) con probabili legami politico-mafiosi e a documentare la presenza di Cosa nostra a Barcellona. Denunce dettagliate che svelavano scandali amministrativi e collusioni mafiose, raccontati nei suoi servizi giornalistici, gli valsero gravi minacce. La sua intensa attività, raccontata da fondazioni anti-mafia e dalla figlia Sonia Alfano, mirava a «raccontare l’altra faccia» della Sicilia.

Mafia a Barcellona Pozzo di Gotto

Negli anni Ottanta e Novanta Barcellona Pozzo di Gotto (ME) fu teatro di sanguinose faide mafiose e di pesanti infiltrazioni criminali. Le cosche barcellonesi, spesso definite la “mafia del Longano”, si contrapponevano fra loro ma erano tutte ben radicate nel territorio. Nei primi anni ’80 il riferimento principale era Carmelo “Milone” Milone, capo di circa 15 uomini a Barcellona. Il suo clan (della cosiddetta “Nuova Camorra peloritana”) colludeva con Cosa Nostra, la Camorra e la ’ndrangheta per il traffico di droga. Verso metà anni ’80 esplose una violenta guerra fra il gruppo di Milone e quello di Giuseppe “Pino” Chiofalo (di Terme Vigliatore). Questi ultimi, inizialmente alleati con i “cursoti” di Catania (i boss protetti da Nitto Santapaola), sferrarono un attacco per il controllo degli appalti pubblici. Dopo l’arresto di Chiofalo nel 1987 prevalsero i Milone, alleati alla famiglia mafiosa di Santapaola (Catania) e ai clan di Tortorici, eliminando il gruppo di Chiofalo.

Con gli arresti negli anni Novanta emersero nuovi capi delle “famiglie barcellonesi”. Giuseppe Gullotti, imprenditore ed ex sindaco, prese il comando dopo il carcere di Milone. Gullotti era vicino a Nitto Santapaola (boss di Catania) e collocato nella sfera di influenza dei Corleonesi palermitani. Altri leader furono l’avvocato Rosario Pio Cattafi (ritenuto boss locale) e famiglie mafiose legate ai centri vicini (Tindari, Mazzarrà Sant’Andrea, Tortorici). Cattafi, già collaboratore dell’allora Procuratore Cassata, risultò in seguito sottoposto a sorveglianza speciale per “legami con boss del calibro di Rampulla, Santapaola ed Epaminonda”. I clan barcellonesi erano storicamente alleati con la Cosa Nostra palermitana e catanese: furono descritti come “storicamente legati a Cosa nostra palermitana”, ricevendo forniture di droga dalla ’ndrangheta calabrese e collaborando con i clan di Messina e Catania.

Le cosche di Barcellona svolgevano ogni genere di attività mafiosa. In primo luogo gestivano estorsioni sistematiche su commercianti, imprenditori, enti e attività locali (dai vivaisti al settore funerario), chiedendo il pizzo con minacce e violenza. Contemporaneamente si infiltravano negli appalti pubblici: cercarono di appropriarsi di subappalti ferroviari (Milazzo-Barcellona) e stradali, forniture di materiali e cantieristica (movimento terra, cave, discariche). Per esempio, Nitto Santapaola stesso intervenne per “proteggere i cantieri del cavaliere del lavoro Carmelo Costanzo” impegnato nel raddoppio ferroviario Messina-Palermo. In quegli anni centinaia di milioni di fondi pubblici scorrevano sotto il controllo mafioso. Inoltre i clan trafficavano stupefacenti (cocaina, hashish, marijuana) nell’area tirrenica e nelle Isole Eolie: si rifornivano anche dalle ‘ndrine calabresi. Grazie alle loro alleanze con i clan di Messina, Catania e Palermo, le cosche barcellonesi avevano canali di approvvigionamento della droga. Altra fonte di guadagno era il riciclaggio del denaro sporco (ad es. capannoni e società fittizie), spesso legato a grandi investimenti immobiliari e infrastrutturali. Inchieste recenti hanno inoltre documentato traffici d’armi e frodi su pubblici lavori (usura, intestazione fittizia di imprese, tangenti) nel decennio successivo. In sintesi, le cosche barcellonesi dominavano estorsioni e racket, controllavano appalti e movimentavano droga e capitali illeciti in stretta cooperazione con la mafia siciliana maggiore.

Mafia, politica, imprenditoria e massoneria

A Barcellona Pozzo di Gotto mafiosi e potere economico-politico erano strettamente intrecciati. Un segno eloquente fu la presenza di logge massoniche di alto bordo infiltrate dalla mafia. Il circolo culturale “Corda Fratres” di Barcellona riuniva politici, magistrati e professionisti locali: il boss Gullotti ne fu socio fondatore, accanto al futuro procuratore generale Antonio Cassata e a politici come Domenico Nania (DC). Questo circolo svolgeva anche una funzione di intermediazione di affari: Alfano documentò come il boss Gullotti fosse in lista elettorale del MSI all’epoca presieduto da Nania. Dal rapporto Cassata–Gullotti emerse che Gullotti fu espulso solo nel 1993, dopo che la Commissione Antimafia lo segnalò come capomafia.

Anche il mondo imprenditoriale e politico locale fu toccato. All’epoca si narravano legami tra gli affari pubblici (infrastrutture ferroviarie e portuali) e personaggi come il “cavaliere” Carmelo Costanzo (grandi appalti) o l’ex presidente della Provincia Giuseppe Buzzanca, chiacchierati per rapporti con le cosche. La mafia barcellonese poi appoggiò candidati politici: ad esempio la famiglia Nania (Domenico e il figlio Candeloro, ex sindaco) ha sempre avuto accuse di contatti ambigui con i boss locali (testimoniato negli anni ’90 e 2000 dalle indagini).

Inoltre, nel territorio agirono “peones” organici alla mafia: imprenditori compiacenti e funzionari collusi. Ad esempio, i fratelli Ofria, vicini a Gullotti, gestivano appalti comunali come i rifiuti. La Magistratura, su segnalazione della Commissione Antimafia, mise sotto esame i rapporti tra magistrati (Cassata) e mafiosi. Nel complesso, le cosche barcellonesi seppero mimetizzarsi dietro rispettabilità (importanti partecipazioni politiche, iscrizioni massoniche) per acquisire appalti e influenzare la politica locale.

L’omicidio dell’8 gennaio 1993

La sera del 8 gennaio 1993, intorno alle 22:00, Alfano fu assassinato in pieno centro a Barcellona Pozzo di Gotto. Rientrava a bordo di una Renault 9 rossa verso, casa in via Marconi, quando alcuni sicari gli spararono tre colpi di pistola calibro 22 alla testa e al torace. La moglie Mimma Barbaro, che lo attendeva in casa, riferì che poco prima dell’agguato il giornalista le aveva detto di aver visto qualcosa di strano e la invitò a chiudersi in casa. Dopo gli spari i killer fuggirono facendo perdere le loro tracce. In pochi minuti, circolò la notizia che “la mafia aveva ucciso il cronista Giuseppe Alfano”. Il delitto ebbe un forte impatto sul territorio: subito dopo la polizia rivelò una minaccia inviata agli investigatori, “questo è solo il primo”, e la città piombò nel terrore.

Indagini, processo e responsabilità accertate

Le indagini portarono all’apertura di un lungo processo che, fra accuse e polemiche, si protrasse per anni. Nel 1995 furono accusati due presunti mandanti (fra cui il boss locale Giuseppe Gullotti) e l’esecutore materiale Antonino Merlino. Nel 2006 il tribunale di Messina condannò Merlino a 21 anni di reclusione per l’omicidio, mentre gli altri imputati furono inizialmente assolti. In appello quella sentenza fu confermata e si aggiunse la condanna definitiva a 30 anni per Giuseppe Gullotti come mandante. A distanza di trent’anni il quadro giudiziario resta però frammentario: come ricorda la figlia Sonia, «ancora oggi non si conosce tutta la verità sugli esecutori materiali e occulti». Cosa nostra aveva persino tentato di corrompere Alfano con una tangente, pari a 40 milioni di lire, per farlo smettere, offerta che il giornalista rifiutò. Malgrado pentiti come Carmelo D’Amico abbiano raccontato scenari alternativi, accusando altri sicari, le nuove versioni giudiziarie sono state scartate come «troppo generiche». Nel 2016 la Corte d’Assise d’Appello rigettò una richiesta di revisione del processo, confermando di fatto i verdetti precedenti. La Corte di Reggio Calabria ha ribadito che le «nuove prove» addotte, e basate su dichiarazioni di Giovanni Brusca, non erano sufficienti a smontare la verità processuale. Gli inquirenti locali sottolineano da anni che il delitto Alfano è ancora «un crimine di altissimo livello e almeno in parte un delitto di Stato», segnalando numerosi depistaggi: dall’arma del delitto mal analizzata alla sparizione di documenti chiave. E chiedendo ulteriore chiarezza.

Testimonianze, famiglia e memoria civica

Il ricordo di Alfano è stato alimentato dalle numerose testimonianze di familiari e amici. La figlia Sonia ha raccolto il testimone del padre nel denunciare la verità: racconta che Alfano temeva di essere ucciso – “Mi uccideranno prima del giorno di San Sebastiano” – e rivela come alla moglie e alla figlia avesse confidato di aver fatto importanti scoperte sui boss locali. Sonia ha sempre denunciato interferenze nelle indagini: a suo dire, alcuni documenti sulla presunta tratta di armi e uranio su cui indagava il padre sarebbero spariti dopo l’agguato. I familiari si sono opposti con forza alle revisioni giudiziarie: «È doloroso ammettere che vi siano stati livelli dello Stato che hanno tentato di smontare la verità», ha dichiarato Sonia Alfano dopo l’ultima sentenza di conferma. Anche i colleghi giornalisti e associazioni antimafia mantengono alta l’attenzione: Barcellona Pozzo di Gotto ricorda Alfano con iniziative pubbliche. Ogni anno il Comune organizza incontri nelle scuole con figure dell’antimafia per “non lasciare l’oblio” sulla vicenda. Nel 2013 una piazza è stata intitolata alla memoria di Alfano, e il suo caso fa parte dei pannelli commemorativi delle vittime della mafia.

Roberto Greco

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