A Vizzini, sulle colline del Catanese, il tempo sembra essersi arrestato. Ma dopo essersi fermato, decide improvvisamente di ripartire.
Bisogna lasciare il paese e scendere verso una valle per arrivare alla Cunziria, un antico borgo nato attorno al lavoro dei conciatori. Per decenni è stato un luogo quasi fantasma, consumato dall’abbandono e dalla vegetazione, con le sue costruzioni di pietra rimaste a custodire una vita che non c’era più.
Oggi, invece, quelle stesse pietre hanno ricominciato a raccontare.
La cosa sorprendente è che non ci si trova davanti alle rovine di un’antica città, né a un borgo medievale rimasto intatto. La Cunziria appartiene a una Sicilia molto più quotidiana: quella del lavoro, dell’artigianato, delle piccole comunità costruite attorno a un mestiere.
Il nome stesso viene dalla conceria, l’attività che per secoli ha caratterizzato questo angolo di territorio. Qui acqua e vegetazione offrivano condizioni favorevoli alla lavorazione delle pelli, mentre il sommacco, pianta diffusa nella zona, forniva il tannino utilizzato nel processo di trasformazione della pelle in cuoio. Attorno alle concerie si sviluppò un vero villaggio.
Non soltanto luoghi di lavoro, dunque, ma case, spazi comuni e ambienti nei quali si svolgeva la vita di una piccola comunità. Gli edifici seguivano la conformazione della valle e si raccoglievano attorno alla chiesa di Sant’Eligio, creando un paesaggio nel quale lavoro e abitazione erano praticamente inseparabili.
Poi il mondo cambiò.
La concia artigianale entrò progressivamente in crisi e il borgo cominciò a perdere i suoi abitanti. Nel corso del Novecento la Cunziria si svuotò fino all’abbandono. Il villaggio rimase lì, quasi invisibile, mentre la natura riconquistava lentamente gli spazi che un tempo appartenevano agli uomini.
Ed è proprio questo il momento nel quale la storia della Cunziria diventa ancora più interessante. Perché un luogo abbandonato può avere due destini: diventare una rovina oppure diventare memoria.
La Cunziria ha rischiato a lungo il primo. Poi qualcuno ha deciso che quelle pietre non dovevano essere semplicemente conservate, ma riportate dentro la vita contemporanea.
Nel 2024 è partito il grande intervento di rigenerazione finanziato nell’ambito del PNRR. In circa due anni il borgo è stato recuperato e rifunzionalizzato: dodici edifici sono tornati utilizzabili, con decine di ambienti destinati a funzioni culturali, formative ed espositive, compresi gli spazi ipogei legati all’antica lavorazione delle pelli.
Il risultato è quasi spiazzante. Si arriva in un luogo che per anni era stato associato all’abbandono e ci si trova davanti a un borgo nuovamente abitabile, attraversabile, utilizzabile. Non è una ricostruzione di fantasia. È la seconda vita di un luogo che aveva già avuto una prima vita molto precisa.
E c’è un’altra storia che rende la Cunziria ancora più siciliana. Quella di Giovanni Verga.
Il borgo è infatti legato alle ambientazioni delle sue opere veriste e in particolare all’immaginario di Cavalleria rusticana e La Lupa. Nel tempo la Cunziria è diventata anche scenario cinematografico: qui furono girate le trasposizioni delle due novelle verghiane, compresa la celebre Cavalleria rusticana di Franco Zeffirelli del 1982.
È curioso pensare che un luogo nato per un’attività apparentemente lontanissima dalla letteratura sia finito per diventare uno degli scenari più evocativi del mondo verghiano.
Le pietre che avevano visto passare conciatori e lavoratori sono diventate, attraverso la letteratura e il cinema, lo sfondo di passioni, tradimenti, gelosie e duelli.
Ma oggi la Cunziria non vuole vivere soltanto della propria memoria. Il progetto di recupero l’ha trasformata in un polo culturale nel quale trovano spazio esposizioni, attività formative, laboratori, iniziative artistiche e nuovi percorsi dedicati alla storia del luogo. Le antiche strutture dialogano con strumenti contemporanei e tecnologie multimediali, creando un incontro abbastanza insolito tra archeologia industriale e innovazione.
È questo, forse, l’aspetto più bello. La Cunziria non è stata riportata indietro nel tempo. È stata portata nel presente. E proprio qui sta la sorpresa.
Perché quando si parla di recupero di un luogo abbandonato si rischia di immaginare un restauro che lascia tutto immobile, come se il passato dovesse essere protetto sotto una campana di vetro.
Qui invece l’obiettivo è diverso: conservare le tracce di ciò che è stato e contemporaneamente dare agli edifici una nuova funzione.
Così una conceria diventa memoria. Un villaggio abbandonato diventa spazio culturale. Una valle che sembrava appartenere soltanto al passato torna a essere attraversata.
E una parte della Sicilia che per anni sembrava destinata a scomparire ricomincia a essere raccontata.
Dunque la Cunziria stupisce. Perché nessuno si aspetterebbe di trovare, nelle campagne di Vizzini, un piccolo villaggio industriale nato attorno alla lavorazione del cuoio, diventato scenario della letteratura verghiana, abbandonato per decenni e oggi restituito a una nuova vita.
La Sicilia sorprende anche così. Non soltanto quando costruisce qualcosa di straordinario. Ma quando riesce a far tornare straordinario ciò che sembrava perduto.
E alla Cunziria, dopo tanto silenzio, le porte sono tornate ad aprirsi.
Federica Dolce
