Spesso si pone di fronte noi un momento preciso, quello in cui la parola poetica smette di essere un esercizio di stile, canto e si fa cronaca, carne, ferita aperta. Per Salvatore Quasimodo quel momento si è consumato definitivamente il 14 giugno 1968. Si trovava ad Amalfi, presidente della giuria di un premio letterario, quando un ictus lo colpi improvvisamente. La corsa disperata verso la clinica Neapolis di Napoli non servì a salvarlo. Si chiudeva così, all’improvviso, la vita di uno dei tre pilastri del Novecento poetico italiano, lasciando a noi l’eredità di un’opera che ha attraversato le nebbie dell’Ermetismo per schiantarsi, volutamente, contro i muri della grande Storia.
A cinquantotto anni da quel giugno napoletano, la figura di Quasimodo merita un’analisi che vada oltre la sbiadita memoria scolastica del celeberrimo fulmine di Ed è subito sera. Il poeta di Modica è stato un intellettuale scomodo, un traduttore insuperato e, soprattutto, un uomo che ha saputo cambiare pelle quando il mondo intorno a lui stava crollando.
L’Eden perduto: la Sicilia e la parola nuda
Nato a Modica nel 1901, figlio di un capostazione delle ferrovie, Quasimodo trascorre l’infanzia spostandosi di continuo tra i paesaggi aridi e accecanti della Sicilia orientale. Sarà il catastrofico terremoto di Messina del 1908 a segnarlo profondamente: i primi anni passati in un vagone ferroviario parcheggiato tra le macerie diventeranno l’archetipo di una precarietà esistenziale mai più superata.
La Sicilia di Quasimodo non è folklore; è un mito geometrico, una terra di acque e di pietre calcinate dal sole, un Eden perduto da cui il poeta si sente esiliato. Quando nel 1930 pubblica la sua prima raccolta, Acque e terre, grazie all’interessamento del cognato Elio Vittorini, il panorama letterario italiano capisce di trovarsi di fronte a una voce radicalmente nuova.
Insieme a Giuseppe Ungaretti ed Eugenio Montale, Quasimodo diventa il vertice del triangolo dell’Ermetismo. Ma la sua è una scelta stilistica ben precisa: la parola deve essere ridotta all’essenziale, privata di ogni fronzolo retorico, isolata nella sua purezza quasi sacrale. Opere come Oboe sommerso (1932) ed Erato e Apollion (1936) rappresentano il culmine di questa ricerca. La poesia si fa formula magica, evocazione di un mondo interiore che rifiuta il dialogo con la realtà circostante, specialmente con quella, soffocante, dell’Italia fascista.
La svolta civile: quando la poesia si sporca le mani
«E come potevamo noi cantare / con il piede straniero sopra il cuore, / tra i morti abbandonati nelle piazze / sull’erba dura di ghiaccio…». Se Quasimodo fosse rimasto confinato nella torre d’avorio dell’Ermetismo, oggi ricorderemmo solo un grande stilista della parola. Ma arriva la Seconda Guerra Mondiale. Le bombe su Milano, l’occupazione nazista, le notizie dei campi di sterminio spazzano via ogni velleità purista.
Nel 1947 pubblica Giorno dopo giorno. È un terremoto letterario. Il poeta ermetico, accusato fino a quel momento di estetismo e disimpegno, scende in strada. La sua poesia si sporca di fango, di sangue, del “rombo di ferro” dei carri armati. Quasimodo capisce che l’intellettuale non può più tacere, che l’isolamento è una colpa. I testi di questo periodo diventano un grande reportage in versi sul dolore collettivo. La metrica si allarga, il tono si fa epico e civile, quasi biblico. Quasimodo non parla più a se stesso, ma per tutti.
È questa svolta, tanto contestata da una parte della critica quanto amata dal pubblico, a ridefinire il suo ruolo nella cultura europea. Il poeta diventa la coscienza critica di una nazione che cerca di risorgere dalle proprie macerie.
I Lirici Greci e il Nobel della discordia
Non si può comprendere la grandezza di Quasimodo senza citare il suo lavoro di traduttore. Nel 1940 pubblica i Lirici Greci. Non si tratta di una semplice operazione accademica, ma di una vera e propria reinvenzione linguistica. Quasimodo restituisce Saffo, Alceo e Anacreonte alla contemporaneità, liberandoli dalle incrostazioni del neoclassicismo. Quei frammenti greci suonano improvvisamente come poesie scritte il giorno prima.
È forse anche grazie a questa straordinaria capacità di rendere universale la parola che l’Accademia di Svezia decide, nel 1959, di assegnargli il Premio Nobel per la Letteratura.
L’assegnazione è un trionfo internazionale, ma scatena in patria una delle stagioni più velenose della critica letteraria italiana. Montale e Ungaretti, convinti di meritare il premio prima di lui, non nascondono il proprio risentimento. Quasimodo viene accusato di essere un abile costruttore di versi, un “finto moderno”, un politico della cultura. Eppure, le motivazioni del Nobel parlavano chiaro: il premio gli veniva conferito “per la sua lirica poetica, che con ardente classicità esprime le tragiche esperienze del nostro tempo”. Il tempo darà ragione a Stoccolma: la voce di Quasimodo, con la sua fusione unica di classicità e cronaca, era quella che meglio risuonava oltre i confini italiani.
L’eredità di una sera infinita
A distanza di decenni dalla sua scomparsa, l’opera di Salvatore Quasimodo conserva una freschezza terapeutica. In un’epoca dominata dal rumore di fondo dei social network, dalla frammentazione del linguaggio e dalla mercificazione del pensiero, la sua ossessione per la “parola esatta” e per la responsabilità civile della scrittura rappresenta un punto di riferimento etico.
Quasimodo ci ha insegnato che la poesia non è un rifugio per anime fragili, ma uno strumento di indagine della realtà, capace di passare dal sussurro lirico all’urlo di protesta senza perdere un briciolo di dignità formale. Quel 14 giugno 1968, l’uomo che aveva cantato l’isola di fango e di sole si spegneva all’ombra del Vesuvio. Ma il suo viaggio verso il cuore dell’uomo profondo non si è mai interrotto.
Roberto Greco
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