La Commissione europea ha avviato una procedura d’infrazione nei confronti di tutti i 27 Stati membri per il mancato pieno recepimento della direttiva (UE) 2024/1275 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 24 aprile 2024, sulla prestazione energetica nell’edilizia (EPBD), più comunemente nota come “direttiva delle case green”. Il termine generale fissato per la trasposizione della normativa negli ordinamenti nazionali era il 29 maggio 2026. Il 15 luglio 2026 la Commissione ha però comunicato che nessuno dei 27 Stati membri aveva completato il pieno recepimento delle disposizioni della direttiva e ha quindi inviato a ciascun Paese una lettera di costituzione in mora, primo atto formale della procedura d’infrazione. Gli Stati membri hanno due mesi per rispondere alla Commissione, presentare le proprie osservazioni, completare il recepimento e notificare le misure adottate. Se le risposte non saranno considerate soddisfacenti o la trasposizione resterà incompleta, Bruxelles potrà procedere con un parere motivato, che rappresenta il secondo passaggio formale dell’iter. In caso di persistente inadempimento, la Commissione potrà infine decidere di deferire lo Stato interessato alla Corte di giustizia dell’Unione europea, con possibili ulteriori conseguenze anche sul piano finanziario. L’apertura della procedura non modifica gli obiettivi della direttiva, ma aumenta la pressione sui singoli governi nazionali affinché traducano rapidamente le disposizioni europee in un sistema di regole, requisiti tecnici, strumenti di verifica e politiche di sostegno applicabili a livello nazionale.
Un nuovo modello per il patrimonio edilizio europeo
Il cuore della nuova disciplina europea è la trasformazione progressiva del patrimonio immobiliare verso edifici più efficienti, meno emissivi e maggiormente integrati con le fonti energetiche rinnovabili. L’obiettivo finale è arrivare entro il 2050 a un parco edilizio europeo a emissioni zero, intervenendo contemporaneamente sui nuovi edifici e sul vastissimo patrimonio immobiliare esistente. La strategia non riguarda quindi soltanto il consumo di energia, ma coinvolge progressivamente involucro edilizio, impianti, produzione energetica, materiali, sistemi di automazione, mobilità, qualità degli ambienti interni e impatto ambientale dell’edificio lungo il suo intero ciclo di vita. La sfida è particolarmente rilevante considerando che gli edifici rappresentano circa il 40% del consumo energetico dell’Unione europea e il 36% delle emissioni di gas a effetto serra legate all’energia.
Lo ZEB diventa il nuovo riferimento verso cui dovrà evolvere il settore.
Uno dei cambiamenti più significativi introdotti dalla direttiva, riguarda il passaggio dagli “nZEB – nearly Zero-Energy Buildings”, gli edifici a energia quasi zero già entrati negli ultimi anni nella legislazione e nella progettazione europea, agli “ZEB – Zero-Emission Buildings”, gli “edifici a emissioni zero”. Un edificio a emissioni zero deve presentare una prestazione energetica molto elevata, richiedere una quantità di energia estremamente ridotta e non produrre in loco emissioni di carbonio derivanti da combustibili fossili. Le emissioni operative di gas a effetto serra devono essere pari a zero o comunque molto basse, mentre il fabbisogno residuo dovrà essere coperto sempre più attraverso fonti rinnovabili o altre forme di energia prive di emissioni di carbonio. Le prime scadenze sono già fissate: dal 1° gennaio 2028 i nuovi edifici di proprietà di enti pubblici dovranno essere a emissioni zero, mentre dal 1° gennaio 2030 il requisito si estenderà, salvo le eccezioni previste dalla direttiva, a tutti i nuovi edifici. Dunque, non sarà più sufficiente progettare un edificio che “consuma poco”. Occorrerà verificare il comportamento dell’intero sistema edificio–impianto, considerando contemporaneamente fabbisogno, efficienza degli impianti, fonti energetiche utilizzate, automazione, produzione da rinnovabili e impatto climatico.
La direttiva interviene anche sul patrimonio esistente, ma con modalità differenti a seconda della destinazione d’uso. Per gli edifici non residenziali, gli Stati membri dovranno introdurre standard minimi di prestazione energetica basati su soglie definite a livello nazionale. Il sistema dovrà portare a intervenire sul 16% degli edifici con le prestazioni peggiori entro il 2030 e sul 26% entro il 2033. Per il settore residenziale, invece, la direttiva non introduce l’obbligo generalizzato per ogni singola abitazione di raggiungere una specifica classe energetica entro il 2030. Ogni Stato dovrà definire una propria traiettoria nazionale capace di ridurre il consumo medio di energia primaria del patrimonio residenziale del 16% entro il 2030 e del 20-22% entro il 2035, rispetto ai livelli del 2020. Almeno il 55% della riduzione dovrà derivare dalla ristrutturazione degli edifici con le prestazioni peggiori. Il recepimento nazionale sarà quindi determinante per capire quali strumenti, priorità, incentivi e requisiti verranno utilizzati concretamente in Italia.
Dalla sola prestazione energetica al ciclo di vita dell’edificio
La novità probabilmente più importante per progettisti, imprese, produttori di materiali e componenti, sviluppatori immobiliari e gestori del patrimonio è però rappresentata dall’ingresso sempre più deciso del ciclo di vita dell’edificio nella valutazione della sua prestazione ambientale. Un edificio può infatti avere consumi operativi estremamente bassi e presentare, contemporaneamente, un rilevante impatto climatico dovuto alla produzione dei materiali, alla costruzione, alla manutenzione, alla sostituzione degli impianti e dei componenti o alla gestione del fine vita. Per questo la EPBD introduce il life-cycle Global Warming Potential – GWP, cioè il potenziale di riscaldamento globale dell’edificio valutato lungo il ciclo di vita. Dal 1° gennaio 2028, il GWP di ciclo di vita dovrà essere calcolato e indicato nell’attestato di prestazione energetica per tutti i nuovi edifici con superficie utile superiore a 1.000 m². Dal 1° gennaio 2030 l’obbligo sarà esteso a tutti i nuovi edifici. Ancora prima, entro il 1° gennaio 2027, gli Stati membri devono pubblicare e notificare alla Commissione una roadmap per l’introduzione di valori limite del GWP totale cumulativo lungo il ciclo di vita dei nuovi edifici, stabilendo obiettivi applicabili dal 2030 e prevedendo una progressiva riduzione dei valori limite. È uno dei passaggi destinati ad avere l’impatto più profondo sull’intera filiera delle costruzioni.
Perché la LCA diventa strategica
È in questo contesto che assume un ruolo centrale la Life Cycle Assessment – LCA, la valutazione ambientale del ciclo di vita di prodotti e servizi. La EPBD introduce specificamente il calcolo del GWP lungo il ciclo di vita, quindi un indicatore focalizzato sul contributo al cambiamento climatico espresso in emissioni equivalenti di CO₂. Una valutazione LCA completa può invece prendere in considerazione una gamma più ampia di categorie d’impatto ambientale. Il GWP di ciclo di vita rappresenta però un passaggio fondamentale verso un approccio di tipo whole-life carbon, nel quale le emissioni non vengono considerate soltanto nel momento in cui l’edificio è utilizzato, ma dall’origine dei materiali fino al termine della sua vita utile.
La valutazione dovrà quindi progressivamente prendere in considerazione:
- estrazione e produzione delle materie prime;
- produzione dei materiali e dei componenti;
- trasporto al cantiere;
- attività di costruzione;
- consumi durante la fase d’uso;
- manutenzione;
- riparazioni e sostituzioni;
- componenti impiantistici;
- demolizione o decostruzione;
- trasporto e trattamento dei rifiuti;
- possibilità di riutilizzo, recupero e riciclo.
Questo significa che struttura, involucro e impianti non potranno più essere valutati come sistemi separati, ma dovranno essere analizzati in relazione all’impatto complessivo generato durante l’intera vita dell’immobile.
Cosa cambia per l’Italia e per le imprese
Per l’Italia, il recepimento della EPBD significherà tradurre gli obiettivi europei in nuovi criteri tecnici, strumenti di verifica e percorsi di riqualificazione del patrimonio edilizio. Per imprese, progettisti e produttori, la vera sfida sarà però adottare un approccio più ampio alla prestazione dell’edificio. Non basterà più valutare soltanto i consumi energetici: sarà necessario considerare materiali, impianti, durabilità, manutenzione, riuso e fine vita. In questo quadro, la LCA diventa uno strumento strategico di progettazione, perché consente di confrontare soluzioni diverse e ridurre l’impatto ambientale complessivo dell’edificio lungo tutto il suo ciclo di vita. È questo il cambio di paradigma più rilevante introdotto dalla nuova EPBD.
Mara Antonella Cigno