Caso Shalabayeva, la Cassazione prende tempo: la Procura Generale chiede un nuovo appello per i 5 poliziotti

La Cassazione rinvia al 22 ottobre la decisione sul caso Shalabayeva. Durante l'udienza, la Procura Generale ha chiesto un nuovo processo d'appello per i cinque poliziotti coinvolti, sollecitando la prescrizione per il sequestro della madre e la rideterminazione della pena per quello della figlia. Si attende il verdetto su oltre dieci anni di vicenda giudiziaria

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Cassazione Shalabayeva Improta Cortese
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Nessuna decisione, ieri, della Cassazione. Il verdetto definitivo dovrày attendere ancora 48 ore. Al termine dell’udienza la Corte di Cassazione ha rinviato a giovedì 22 ottobre la decisione finale sul caso Shalabayeva. Si chiude così l’ennesima giornata cruciale per una vicenda giudiziaria e diplomatica drammatica, che da oltre tredici anni trascina con sé il peso di un vero e proprio “rapimento di Stato” e il destino professionale di altissimi vertici della Polizia italiana.

Durante l’udienza della Suprema Corte, il Procuratore Generale ha sollecitato un nuovo processo d’appello per i cinque poliziotti imputati, tra i quali spiccano Renato Cortese, ex capo della Squadra Mobile di Roma ed ex questore di Palermo, e Maurizio Improta, all’epoca alla guida dell’Ufficio Immigrazione. Insieme a loro restano coinvolti i funzionari Luca Armeni, Francesco Stampacchia e Vincenzo Tramma.

La richiesta della Procura Generale e i nodi prescrittivi

Al centro della richiesta avanzata dal PG c’è un distinguo giuridico di notevole rilevanza: la necessità di rideterminare la responsabilità penale per il reato di sequestro di persona riguardante esclusivamente la figlia minorenne di Alma Shalabayeva, la piccola Alua di soli 6 anni al momento dei fatti, invocando contestualmente il proscioglimento per intervenuta prescrizione in relazione al sequestro della madre.

La posizione espressa in aula dalla Procura Generale riapre parzialmente un quadro che sembrava essersi stabilizzato dopo la sentenza pronunciata dall’Appello-bis di Firenze nel novembre 2025, dove erano state confermate le condanne per falso ideologico e sequestro di persona nei confronti degli agenti e dei funzionari. Se i giudici di piazza Cavour dovessero accogliere l’impostazione del PG, le condanne inflitte a Firenze verrebbero annullate con rinvio ad un’altra sezione d’appello, chiamata a ricalibrare le singole posizioni e l’effettivo dolo degli investigatori. Tuttavia, per la parola fine sarà necessario attendere l’esito della camera di consiglio prevista per giovedì.

Il blitz a Casal Palocco e l’espulsione lampo

Per comprendere la gravità delle implicazioni istituzionali e umane, occorre fare un passo indietro fino alla notte tra il 28 e il 29 maggio 2013. Un blitz della polizia fece irruzione in una villa a Casal Palocco, alle porte di Roma. L’obiettivo primario dell’operazione era Mukhtar Ablyazov, dissidente politico, oligarca ed ex ministro kazako, ricercato dal regime di Astana e figura chiave di uno scontro durissimo con il governo dell’allora presidente Nursultan Nazarbayev.

Ablyazov, tuttavia, non si trovava nell’abitazione. Nella villa i poliziotti rintracciarono soltanto la moglie Alma Shalabayeva e la loro bambina. Alla donna venne contestato l’uso di un passaporto centrafricano presunto falso e, nel giro di appena 48 ore, con una rapidità senza precedenti e bypassando le consuete garanzie sul diritto d’asilo, le procedure d’espulsione vennero istruite, convalidate e portate a compimento. Un aereo charter fatto giungere appositamente all’aeroporto di Ciampino decollò alla volta del Kazakistan con a bordo madre e figlia.

Lo scandalo internazionale e l’avvio dell’inchiesta

L’episodio divenne immediatamente uno scandalo di proporzioni internazionali. Già nel luglio del 2013 il governo italiano fu costretto ad ammettere la presenza di gravissime anomalie e ad annullare in autotutela i decreti di espulsione. Successivamente, Shalabayeva e la figlia riuscirono a lasciare il Kazakistan, fare ritorno in Italia e ottenere lo status di rifugiate politiche. Parallelamente, la Procura avviò un’inchiesta complessa nei confronti di funzionari e diplomatici, configurando l’ipotesi che l’apparato investigativo dello Stato fosse stato asservito agli interessi di una dittatura straniera, in palese violazione dei diritti umani garantiti dalla Costituzione.

Un decennio di altalena giudiziaria

L’iter processuale si è così trasformato in un tormentato labirinto legale prolungatosi per oltre un decennio. Nel 2020 il Tribunale di Perugia emise severe condanne di primo grado, parlando esplicitamente di rapimento di Stato. Due anni dopo, nel 2022, la Corte d’Appello della stessa città ribaltò completamente la sentenza, assolvendo tutti gli imputati perché il fatto non costituisce reato. La storia non si fermò lì. Nel 2023 la Cassazione annullò quelle assoluzioni disponendo il rinvio a Firenze per un Appello-bis, conclusosi nel 2025 con la riaffermazione della colpevolezza e pene fino a cinque anni di reclusione per gli agenti.

I confini dell’azione di polizia e l’attesa del verdetto

Oggi il processo al caso Shalabayeva non rappresenta soltanto la cronaca giudiziaria di un’espulsione illegittima, ma un punto nevralgico sui confini del potere di polizia e sul rispetto delle garanzie democratiche. Da un lato vi è la difesa dei diritti fondamentali della persona di fronte alla consegna di una famiglia a un regime autoritario. Dall’altro si collocano le tesi difensive degli ufficiali coinvolti, sostenuti anche oggi in aula da numerosi colleghi giunti da varie parti d’Italia e da personalità del mondo civile come don Luigi Ciotti, i quali ribaliscono di aver agito nell’ambito dei propri doveri d’ufficio e sulla base delle informazioni disponibili al momento dell’intervento.

La sospensione annunciata oggi dalla Suprema Corte rinvia di due giorni una decisione destinata a segnare la storia recente della magistratura e delle istituzioni italiane. Giovedì 22 ottobre si scoprirà se la vicenda scriverà finalmente la parola fine o se per i cinque poliziotti si aprirà un ennesimo capitolo giudiziario.

Roberto Greco