Catania, 13enne adescato parlando di calcio. Meter: «Tutto può iniziare da una semplice conversazione»

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L’adescamento di un minore può cominciare da una conversazione apparentemente innocua, un interesse condiviso o una parola capace di conquistare la fiducia. È il punto da cui parte l’allarme lanciato dall’associazione “Meter” dopo il caso di Catania, dove un uomo di 36 anni è stato arrestato con l’accusa di aver adescato un ragazzo di 13 anni usando la scusa del calcio per avvicinarlo. lo avrebbe poi convinto a salire in auto, per portarlo in una zona appartata.

Secondo quanto riferito dalla procura della città etnea, pochi giorni dopo l’uomo avrebbe tentato di avvicinare con modalità simili un altro minore, riuscito a fuggire e ad avvisare i genitori. A rendere ancora più delicato il quadro ci sono i precedenti specifici dell’arrestato per reati sessuali ai danni di minori.

Imparare a riconoscere una situazione di pericolo

Una vicenda che, per “Meter”, mostra quanto sia difficile riconoscere immediatamente una situazione di pericolo. «Chi adescando cerca un minore non sempre si presenta con comportamenti immediatamente riconoscibili come pericolosi» ha sottolineato l’associazione. Il primo passo può essere, infatti, la costruzione rapida di una relazione di fiducia, sfruttando la vulnerabilità del ragazzo.

È proprio il tema dell’ascolto a rappresentare uno dei fili conduttori del lavoro di “Meter”. Nel dossier Fragili voci, pubblicato dall’associazione guidata da don Fortunato Di Noto, fanno il bilancio di 25 anni di attività del loro centro di ascolto, restituendo una fotografia delle fragilità che attraversano l’infanzia e l’adolescenza. Dal 2002 a oggi sono state gestite 3.013 richieste d’ascolto, spesso legate a sofferenze difficili da riconoscere anche per gli adulti più vicini ai minori.

Dal disagio psicologico agli abusi: le fragilità del 2025

Nel 2025 il Centro ha seguito 110 casi clinici complessi. Il 37%, pari a 41 casi, riguarda disturbi psicologici acuti: soprattutto stati ansiosi e depressione, ma anche dipendenze da sostanze, disturbi del neurosviluppo, attacchi di panico e disturbi borderline. Un altro 32%, 35 casi, riguarda invece abusi e violenze. Ventuno sono riconducibili ad abusi sessuali diretti, dieci a traumi emersi dal passato, mentre gli altri casi riguardano violenze psicologiche o maltrattamenti in famiglia. Seguono le difficoltà emotivo-relazionali, con 18 casi, pari al 16%, e i rischi legati all’universo digitale, che rappresentano il 15% dei casi, con 16 situazioni riconducibili a pedopornografia, cyberbullismo, sextortion, adescamento e dipendenza dalla rete.

Se si considera l’ultimo decennio, dal 2015 al 2025, la sola area della violenza sessuale raggiunge 393 casi complessivi: 211 abusi consumati ai danni di minori, 111 traumi emersi a distanza di anni e 62 forti sospetti di violenza. Numeri che raccontano una difficoltà spesso nascosta. Il disagio, infatti, non passa necessariamente attraverso una denuncia esplicita o una richiesta d’aiuto. Può manifestarsi attraverso il silenzio, un cambiamento improvviso nelle abitudini, il rifiuto del cibo, comportamenti autolesivi o segnali apparentemente secondari che possono invece rappresentare la spia di una sofferenza più profonda.

Il grooming corre anche sui videogiochi

Tra i dati raccolti da “Meter” emerge anche il peso crescente dell’ambiente digitale. Una ricerca condotta su 467 bambini tra i 9 e gli 11 anni evidenzia come il 45% abbia dichiarato di aver subito tentativi di adescamento all’interno delle piattaforme di gioco online. Ancora più significativo è il dato sulla consapevolezza, perché soltanto il 10% dei bambini coinvolti nella ricerca ha riconosciuto realmente ciò che stava accadendo, mentre la manipolazione può essere interpretata come un semplice furto d’identità.

A complicare ulteriormente la situazione c’è il silenzio. I minori, secondo il dossier, spesso non raccontano ai genitori ciò che accade online per paura che vengano sequestrati loro lo smartphone o la console. Il risultato è che proprio gli strumenti attraverso i quali cercano socialità e relazione possono trasformarsi in luoghi nei quali la vulnerabilità viene sfruttata. Il caso di Catania, pur maturato in un contesto diverso, riporta così al centro lo stesso meccanismo, perché la costruzione di una relazione apparentemente normale può essere il primo passo verso una situazione di pericolo. Per questo, secondo Meter, ragazzi e famiglie devono imparare a riconoscere i segnali e, soprattutto, i minori devono sapere di poter parlare con un adulto senza paura di essere giudicati.

Il 44% dei ragazzi sente il bisogno di essere ascoltato

Il tema dell’ascolto emerge con forza anche dallo studio pilota Ascoltare e Ascoltarsi, realizzato su 1.098 studenti italiani tra gli 11 e i 18 anni. Il 44% dichiara di sentire un forte bisogno di essere ascoltato. La maggioranza individua nei genitori, nell’87% dei casi, e nei docenti, nel 72%, un punto di riferimento. Ma il 37% ritiene che gli adulti non riescano a comprendere le proprie emozioni. Ancora più significativo il dato relativo ai traumi: il 22,4% degli studenti, pari a 246 ragazzi, dichiara di averne subito uno. Tra questi, il 45,7% non ne ha mai parlato con nessuno.

Sono numeri che aiutano a comprendere perché l’intercettazione precoce del disagio sia decisiva. Le storie raccolte nel percorso clinico di “Meter” mostrano infatti come dietro sintomi diversi possano nascondersi traumi non elaborati. Nel dossier vengono raccontati, tra gli altri, i casi di Anna, a lungo trattata per una grave anoressia nervosa e ideazione suicidaria prima che emergesse il ricordo di abusi sessuali subiti durante l’infanzia.

«Il minore deve sentirsi accolto e protetto»

Per “Meter”, ascoltare non significa soltanto lasciare parlare un bambino o un adolescente, ma creare un ambiente nel quale possa sentirsi accolto e al sicuro, entrare nel suo mondo senza giudicarlo, rispettarne i tempi e i silenzi ed evitare reazioni che possano interrompere la confidenza. Il dossier indica sette principi per l’ascolto: accoglienza, ascolto interessato, protezione, comprensione degli stati emotivi, assenza di reazioni d’impatto, centralità della tutela del minore e ricorso agli esperti quando è necessario approfondire una situazione.

L’adulto, in questo percorso, non deve trasformarsi in investigatore. Il compito di genitori, insegnanti ed educatori è innanzitutto accogliere la confidenza e proteggere il minore, mentre gli approfondimenti devono essere affidati ai professionisti, anche per evitare il rischio di suggestionare il bambino. «I bambini non inventano il dolore, lo subiscono e spesso se ne attribuiscono la colpa» ribadisce don Fortunato Di Noto, presidente del Centro Ascolto “Meter”. Da qui la necessità di costruire un’alleanza tra famiglie, scuola e istituzioni capace di intercettare il malessere prima che si trasformi in isolamento o in condotte autodistruttive.

È anche per questo che, sottolinea Di Noto, l’attività di ascolto non si ferma durante l’estate. I mesi delle vacanze possono significare maggiore libertà e occasioni di socialità, ma anche solitudine e isolamento per quei ragazzi che non hanno accanto qualcuno disposto ad ascoltarli. Il messaggio dell’associazione è quindi quello di una porta che resta aperta anche ad agosto, perché un ragazzo che si trova in difficoltà deve sapere di non essere solo e di poter chiedere aiuto. «Meter non chiude in estate – conclude Di Noto -. Perché la bella stagione può essere veramente l’occasione buona per poter dire a se stessi non sono solo, non sono abbandonato, non sono isolato e se ho bisogno posso chiedere aiuto. Non possiamo abbassare la guardia».

Sonia Sabatino 

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