Un posto che non ti aspetti: il laboratorio artigiano del Giunco a Catania

Nel cuore di Catania, accanto al Teatro Massimo Bellini, un piccolo laboratorio artigiano continua a far vivere un antico mestiere: lavorare vimini, giunco e canna secondo un’antica arte siciliana.

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catania giunco artigianato
Cesteria-e-sig-Impellizzeri, foto tratte da Facebook
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A Catania basta arrivare dalle parti del Teatro Massimo, attraversare il via vai del centro e imboccare via Michele Rapisardi per imbattersi nella Cesteria di Pietro Impellizzeri, un luogo che sembra appartenere a un’altra epoca.

Un piccolo laboratorio. Dentro, qualcuno intreccia ancora. Non fili tecnologici, non materiali industriali, non oggetti prodotti in serie. Si tratta di Giunco, vimini e canna.

Materiali semplicissimi, quasi poveri, che tra le mani di un artigiano diventano cesti, contenitori, panieri e oggetti destinati alla vita quotidiana. È la bottega della famiglia Impellizzeri, una delle realtà catanesi che continuano a custodire l’antica arte dell’intreccio.

Ed è proprio la posizione a rendere tutto più sorprendente.

Perché l’immaginazione porta naturalmente questo mestiere altrove. Lo si potrebbe cercare in un paese dell’entroterra, in una casa di campagna, in una bottega rimasta aperta per miracolo in qualche vicolo di un borgo.

Invece è qui. A pochi passi dal Teatro Massimo Bellini.

Da una parte la città contemporanea, con le automobili, i negozi, i locali e la vita veloce del centro. Dall’altra una lavorazione nella quale il tempo non sembra avere la stessa velocità.

L’intreccio è uno dei mestieri più antichi legati alla cultura materiale siciliana. Prima che arrivassero la plastica, i contenitori industriali e gli oggetti usa e getta, fibre vegetali e legno rispondevano a una quantità enorme di necessità quotidiane.

Si intrecciava perché serviva. Per raccogliere. Per trasportare. Per conservare. Per lavorare. E proprio perché nasceva dalla necessità, ogni territorio sviluppava forme e tecniche proprie. La Sicilia ha trasformato questo sapere in un vero patrimonio di gesti.

Il cufinaru, il liamaru, il curdaru, il passaturi, il fasciddaru erano figure legate a lavorazioni differenti dell’intreccio e della trasformazione delle fibre vegetali. Non erano semplicemente “artigiani”: erano persone che conoscevano la materia e sapevano riconoscere quale fibra fosse adatta a un determinato utilizzo, come prepararla e come piegarla senza spezzarla.

Quello che oggi può sembrare un gesto quasi decorativo era dunque, un tempo, una vera competenza professionale.

E c’è qualcosa di affascinante nel vedere quella competenza sopravvivere proprio dentro una grande città.

Perché un mestiere antico non vive soltanto quando viene esposto in un museo. Vive quando qualcuno continua a farlo. La differenza è enorme.

In un museo possiamo osservare un cesto costruito decenni fa e immaginare le mani che lo hanno realizzato. In una bottega, invece, possiamo vedere quelle mani muoversi ancora.

È il rumore del materiale che si piega. È la fibra che cambia forma. È il gesto ripetuto centinaia di volte fino a diventare quasi istintivo. È soprattutto la capacità di sapere quanto stringere e quanto lasciare andare.

Ed è proprio questo che rende l’artigianato così diverso dalla produzione industriale. Un oggetto fatto a mano porta con sé piccole differenze, imperfezioni, variazioni. Nessun intreccio è davvero identico a quello precedente perché nessuna fibra è identica all’altra e nessun gesto può essere ripetuto esattamente allo stesso modo. In una società che tende a rendere tutto uguale, questa differenza diventa quasi una forma di resistenza.

La bottega Impellizzeri racconta anche una storia familiare. L’attività è legata alla trasmissione di un sapere che passa attraverso le generazioni, mantenendo vivo un mestiere che altrove rischia di essere ricordato soltanto attraverso fotografie, attrezzi conservati e ricostruzioni museali.

E allora viene da chiedersi quante persone passino davanti a quella porta senza sapere cosa stia accadendo dall’altra parte.

Catania è una città che tutti associano alla pietra lavica, al barocco, all’Etna, ai mercati, alla Pescheria, al Teatro Massimo. Ma c’è anche una Catania fatta di mani. Di piccoli laboratori. Di mestieri che non fanno rumore. Di persone che continuano a lavorare materiali che sembrano ormai appartenere a un mondo scomparso.

È una Sicilia meno appariscente, ma forse proprio per questo più sorprendente. Perché non chiede di essere fotografata. Chiede di essere osservata. E mentre fuori la città corre, dentro quella bottega una canna diventa un bordo, un filo di vimini diventa una trama, un pezzo di giunco trova lentamente la propria forma.

Alla fine rimane un oggetto. Ma dentro quell’oggetto c’è molto di più. C’è un mestiere. C’è una famiglia. C’è una città. E c’è una Sicilia che continua a vivere non perché qualcuno l’abbia trasformata in attrazione, ma perché qualcuno, semplicemente, ha continuato a lavorare con le proprie mani.

Forse è proprio questo il genere di luogo che merita di essere cercato. Non quello davanti al quale tutti si fermano. Ma quello davanti al quale quasi tutti passano. E che, quando finalmente lo scopri, ti fa pensare a una cosa molto semplice: “Com’è possibile che io non ne sapessi niente?”

Federica Dolce