Cos’è il CBAM?
Il Meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere (CBAM) è uno strumento introdotto dall’Unione Europea per affrontare il problema delle emissioni di CO₂ legate ai prodotti importati da Paesi extra-UE. Entrato in vigore il 16 maggio 2023 con il Regolamento (UE) 2023/956, il CBAM fa parte del Green Deal europeo, in particolare del pacchetto di misure Fit for 55, pensato per ridurre le emissioni di gas serra del 55% entro il 2030, rispetto ai livelli del 1990.
L’obiettivo principale è quello di evitare che le industrie europee, obbligate a rispettare regole ambientali sempre più rigide, siano penalizzate rispetto a quelle di Paesi dove queste regole non esistono o sono meno severe. Senza questo meccanismo, molte aziende potrebbero decidere di spostare la produzione all’estero, dove inquinare costa meno, fenomeno definito “carbon leakage”.
Per contrastare questo rischio, il CBAM prevede che gli importatori di alcuni beni ad alta intensità energetica paghino un prezzo per le emissioni generate nella loro produzione, simile a quello pagato dalle imprese europee. In questo modo, si garantirebbe una concorrenza più equa tra prodotti UE e importati.
Come funziona?
Il CBAM è collegato al Sistema europeo di scambio di quote di emissione (ETS), introdotto con la Direttiva 2003/87 dell’allora Comunità Europea ed entrato in vigore nel 2005.
L’ETS consiste nel primo mercato di carbonio d’Europa e uno dei più grandi a livello globale (dopo quello Californiano), pensato per ridurre progressivamente le emissioni sul territorio europeo. Nell’ETS, le aziende devono acquistare dei permessi per poter emettere CO₂, con l’obiettivo di incentivare investimenti in tecnologie più pulite.
Il CBAM applica una logica simile, ma alle merci che arrivano da fuori Europa: se un prodotto importato è stato realizzato generando emissioni, chi lo importa deve comprare certificati CBAM, il cui prezzo è collegato a quello del mercato ETS.
Sia il CBAM che l’ETS hanno lo stesso obiettivo: ridurre gradualmente le emissioni di carbonio. Tuttavia, il primo è destinato a sostituire il secondo. Infatti, a partire dal 2026, il CBAM inizierà ad applicare i suoi obblighi in modo completo, mentre l’ETS ridurrà progressivamente i “permessi” gratuiti per le aziende europee.
Attualmente, il CBAM si applica solo ai settori del ferro e acciaio, alluminio, cemento, fertilizzanti, elettricità e idrogeno. I settori sono stati scelti perché presentano le emissioni più elevate in termini assoluti, ad alto rischio di carbon leakage e già regolati dall’ETS. Per identificare in modo preciso i prodotti interessati, il Regolamento CBAM (2023/956) li elenca nell’Allegato I, usando appositi codici chiamati codici di nomenclatura (NC).
Per quanto riguarda la tipologia di emissioni, il CBAM tiene conto principalmente delle emissioni di CO₂, ma anche, dove presenti, del protossido di azoto e dei perfluorocarburi. Inoltre, si considerano sia le emissioni dirette, generate durante la produzione del bene, sia quelle indirette, legate al consumo di energia elettrica. Tuttavia, per alcuni materiali come ferro, acciaio e alluminio, le emissioni indirette non sono ancora prese in considerazione.
Come mostrato dalla Figura 1, il meccanismo si sviluppa in più fasi:
- Fase transitoria (dal 1° ottobre 2023 al 31 dicembre 2025): in questo periodo non ci sono costi per gli importatori, ma è richiesto di raccogliere e comunicare i dati sulle emissioni dei beni importati. Serve per prepararsi e costruire una base solida di informazioni.
- Fase definitiva (dal 1° gennaio 2026): gli importatori inizieranno a pagare acquistando i certificati CBAM, in base alle emissioni incorporate nei beni importati.
A partire dal 2030, la Commissione Europea prevede di estendere il CBAM ad altri settori, dopo aver testato il funzionamento del sistema su quelli già inclusi e aver risolto eventuali difficoltà applicative che emergeranno. L’obiettivo è creare uno strumento stabile, efficace e flessibile, che possa essere usato anche per altri settori regolati dall’ETS. In questo modo si punta a rendere la lotta alle emissioni più uniforme ed equa, anche a livello di commercio internazionale.
Infine, dal 2034, il CBAM dovrebbe sostituire del tutto il sistema ETS per i settori coinvolti, portando alla fine delle quote gratuite attualmente concesse alle aziende europee.
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Figura 1. Cronoprogramma applicativo del CBAM.
Il CBAM rappresenta uno strumento di politica climatica senza precedenti. Tuttavia, proiettando le ambizioni climatiche europee al di fuori del territorio UE, le critiche sul meccanismo sono numerose.
Dal punto di vista giuridico, alcuni osservatori mettono in discussione la compatibilità del CBAM con le regole del commercio internazionale, in particolare con quelle dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC). Sebbene l’UE sostenga che il meccanismo sia pensato per evitare la concorrenza sleale e per proteggere il clima, altri lo interpretano come una forma di protezionismo ambientale mascherato.
Ci sono poi criticità tecniche: misurare con precisione le emissioni incorporate nei beni importati non è semplice, soprattutto quando le filiere produttive sono complesse o poco trasparenti. Questo può creare incertezze per le imprese e disuguaglianze tra produttori, in base alla loro capacità di fornire dati affidabili, specialmente laddove le infrastrutture di monitoraggio, verifica e reporting non sono ancora pienamente sviluppate.
Infine, il CBAM applica un prezzo uniforme sul carbonio ai beni importati, senza distinguere tra il diverso grado di sviluppo dei Paesi extra europei. Questo approccio ignora le profonde disuguaglianze economiche e tecnologiche che caratterizzano molte economie in via di sviluppo, e rende più difficoltoso l’adeguamento per le Nazioni più in difficoltà.
A complicare ulteriormente il quadro è la destinazione dei ricavi: il 25% delle entrate generate dal CBAM sarà trattenuto dalle autorità nazionali degli Stati membri, mentre il restante 75% confluirà nel bilancio dell’Unione Europea. Nessuna quota viene direttamente destinata ad aiutare i Paesi terzi nell’affrontare la transizione ecologica, rischiando di aumentare il divario tecnologico e finanziario esistente.
Il rischio concreto è che il CBAM finisca per penalizzare proprio quei Paesi che, pur contribuendo in misura minima al cambiamento climatico globale, si troveranno a dover sostenere costi elevati per esportare nell’UE.
Quali effetti sulla regione del Mediterraneo?
Per capire come il CBAM influenzerà i Paesi in via di sviluppo, non serve guardare troppo lontano. La regione mediterranea – in particolare i Paesi del Sud come quelli del Nord Africa – sarà tra le prime ad affrontare direttamente gli effetti di questo nuovo strumento climatico.
La sponda sud del Mediterraneo gode di forti legami economici e commerciali con i Paesi dell’Unione Europea, in particolare quelli dell’Europa meridionale. Basti ricordare che l’UE importa circa il 35% del proprio gas naturale e il 22% del petrolio dalla regione mediterranea meridionale. Allo stesso tempo, le economie dei Paesi del Sud del Mediterraneo dipendono fortemente dalle esportazioni verso l’UE, che costituiscono una delle principali fonti di reddito.
Per quanto riguarda i beni inclusi nel CBAM, l’Egitto (21%) e l’Algeria (20%) sono tra i maggiori esportatori di fertilizzanti verso l’UE. Nel settore del cemento, Algeria (6%), Marocco (5%) e Tunisia (3%) figurano tra i principali fornitori. Per l’acciaio, invece, la Tunisia e l’Egitto occupano rispettivamente il 17º e il 21º posto tra i 30 maggiori esportatori verso l’Unione Europea. L’Egitto esporta inoltre fertilizzanti, ferro, acciaio e prodotti in alluminio, che insieme rappresentano quasi il 15% delle sue esportazioni totali verso l’UE. A questo si aggiungono l’industria dei fertilizzanti in Algeria e Marocco e la produzione di acciaio in Tunisia.
Oltre alle implicazioni di natura commerciale, la regione mediterranea risente degli ostacoli di natura geopolitica, normativa, istituzionale e finanziaria, ma anche di natura climatica e sociale, che rallentano i suoi percorsi di decarbonizzazione. Infatti, il Mediterraneo è considerato tra le zone più a rischio a causa del riscaldamento globale. Negli anni, le ondate di calore sono diventate sempre più frequenti e intense, la siccità è aumentata in un clima già molto secco, e i pericoli di inondazioni lungo le coste sono cresciuti. Ad esempio, l’acqua disponibile per ogni persona è diminuita molto, soprattutto nel Sud e nell’Est della regione, e si prevede che la situazione peggiorerà ancora, anche se si riuscirà a limitare il riscaldamento globale a 1,5°C. Per questo motivo, la zona è considerata un “hotspot” del cambiamento climatico.
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Figura 2. Area geografica identificata come “hotspot” del cambiamento climatico. Fonte: Giorgi, 2006.
Non può parimenti essere trascurato che la sponda sud del Mediterraneo ha contribuito solo in minima parte alle emissioni globali di gas serra. In altre parole, la responsabilità storica nella crisi climatica è molto ridotta. Al contrario, le grandi economie mondiali di oggi, come Stati Uniti, Cina e India, sono tra le principali responsabili delle emissioni attuali di CO₂, che continuano a crescere rapidamente, contribuendo in modo significativo al cambiamento climatico (vedi figura 3).
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Figura 3. Emissioni annuali di CO2 derivanti da carbone, petrolio, gas, flaring (combustione in torcia), cemento, acciaio e altri processi industriali. Fonte: www.ourworldindata.org
Quali sfide e opportunità?
Anche se i settori coinvolti dal CBAM non rappresentano la fetta principale delle esportazioni dei Paesi del Mediterraneo, la regione è particolarmente esposta ai suoi effetti. Fragilità economiche, sociali e climatiche, unite a una forte dipendenza da industrie ad alte emissioni, rendono il Nord Africa vulnerabile alla normativa europea, che si accinge a entrare nella sua fase definitiva.
In mezzo alle difficoltà si aprono, però, anche grandi opportunità. Il clima della regione, particolarmente soleggiato e ventoso, offre condizioni ideali per produrre energia rinnovabile a basso costo. Investire in queste fonti pulite non solo aiuterebbe i Paesi mediterranei a rimanere competitivi sul mercato europeo, ma permetterebbe anche di abbassare i costi energetici, creare nuovi posti di lavoro, favorire l’inclusione sociale e rafforzare la cooperazione tra Europa e Nord Africa.
L’idrogeno verde, in particolare, è al centro dell’attenzione dell’UE: si tratta di un vettore energetico considerato essenziale per decarbonizzare settori difficili come l’industria pesante, la navigazione e l’aviazione. L’Unione si è posta l’obiettivo ambizioso di produrre 40 GW di idrogeno verde entro il 2030, metà dei quali provenienti da Paesi partner. In questo contesto, Marocco ed Egitto stanno diventando protagonisti, anche grazie a investimenti europei come quelli del Global Gateway.
Il Marocco, ad esempio, ha firmato un accordo con l’UE da 624 milioni di euro per sviluppare progetti legati all’idrogeno verde. L’Egitto, invece, ha attirato oltre un miliardo di euro di impegni da partner europei e ha siglato un memorandum d’intesa con la Germania durante la COP27 per facilitare la produzione di idrogeno verde.
Tuttavia, puntare solo sull’export di energia potrebbe generare una competizione tra i Paesi nordafricani per accaparrarsi fondi europei e accesso ai mercati. Per evitare ciò, sarebbe più lungimirante sviluppare anche una filiera industriale locale legata all’energia pulita. Così facendo, l’idrogeno verde non servirebbe solo all’Europa, ma aiuterebbe anche i Paesi produttori a decarbonizzare le industrie pesanti, come quella dell’acciaio, riducendo l’impatto del CBAM sulle loro esportazioni.
Combinare la produzione di energia verde con lo sviluppo industriale locale rappresenta quindi una strategia win-win: facilita l’integrazione nel mercato europeo, rende le esportazioni più sostenibili e crea nuove opportunità economiche condivise.
Altri passi importanti verso il Mediterraneo sono la nuova Direzione Generale per il Medio Oriente, il Nord Africa e il Golfo (DG MENA) e la Nuova Agenda per il Mediterraneo, promosse con l’obiettivo di rafforzare una cooperazione energetica più equilibrata e duratura.
Infine, per limitare l’esposizione al CBAM, i Paesi del Nord Africa potrebbero introdurre una propria tassa sul carbonio: questo permetterebbe di abbassare le emissioni interne e ridurre i costi per esportare verso l’UE. tra questi, il Marocco ha già fatto il primo passo, inserendo una tassa sul carbonio nella Legge di Bilancio 2025, con l’obiettivo di spingere le imprese verso tecnologie più verdi e rafforzare l’uso delle rinnovabili.
Riflessioni conclusive
Nel tentativo di contrastare il rischio di “carbon leakage”, il CBAM si presenta come uno strumento pensato per incentivare indirettamente la decarbonizzazione anche oltre i confini europei. Tuttavia, così come è stato concepito, il CBAM rischia di ampliare il divario tra Nord e Sud globale, penalizzando in particolare quei territori, come il Mediterraneo meridionale, che già oggi subiscono gli effetti più gravi del cambiamento climatico.
Una delle principali critiche mosse al meccanismo riguarda il rischio che esso sposti ingiustamente il peso della transizione climatica sui paesi in via di sviluppo, in apparente contraddizione con il principio delle responsabilità comuni ma differenziate sancito dal Protocollo di Kyoto e ribadito nell’Accordo di Parigi. Secondo questo principio, i Paesi industrializzati dovrebbero assumere un ruolo guida nella riduzione delle emissioni, riconoscendo la loro responsabilità storica nel riscaldamento globale.
Il caso del Mediterraneo è emblematico. Sebbene l’area possieda un enorme potenziale per sviluppare una transizione energetica basata su fonti rinnovabili come il sole e il vento, la progettazione del CBAM ha trascurato il contesto sociale, istituzionale ed economico che incide profondamente sulle emissioni persistenti di CO₂. In molti paesi nordafricani, infatti, la transizione verde è ostacolata da costi infrastrutturali elevati, incertezza normativa, fragilità istituzionale, scarso accesso al credito internazionale e limitata capacità tecnologica.
Per evitare che questi ostacoli si traducano in una nuova forma di esclusione, è essenziale accompagnare le misure climatiche europee con politiche di supporto concrete. La transizione energetica nel Mediterraneo non deve limitarsi a una logica di partnership commerciale: deve includere trasferimenti di tecnologia, condivisione di competenze e conoscenze, programmi di assistenza tecnica e meccanismi di sostegno finanziario mirati. Solo in questo modo la decarbonizzazione potrà essere vissuta non come un’imposizione calata dall’esterno o come un’opportunità esclusivamente economica, ma come una responsabilità comune, legata alla necessità di affrontare il cambiamento climatico.
In questo senso, destinare una quota dei proventi del CBAM ai paesi del Sud globale – come quelli nordafricani – potrebbe rappresentare una svolta. Questi fondi dovrebbero essere vincolati a obiettivi precisi di transizione climatica, con particolare attenzione alla decarbonizzazione dei settori industriali più energivori. Una simile misura consentirebbe non solo di integrare concretamente i principi della transizione giusta, ma anche di rafforzare la legittimità e l’accettazione sociale del CBAM.
La capacità di risposta dei partner commerciali dell’UE dipenderà dalla solidità del loro quadro normativo e dal grado di supporto politico disponibile per accelerare la decarbonizzazione. La sfida è duplice: da un lato, rafforzare il dialogo e la cooperazione tra le due sponde del Mediterraneo; dall’altro, incentivare la riconversione industriale verso modelli produttivi più sostenibili, promuovendo l’uso di energie rinnovabili e tecnologie pulite.
In assenza di strategie inclusive, il rischio è che le esportazioni ad alta intensità di carbonio vengano semplicemente dirottate verso mercati meno regolamentati, compromettendo sia l’efficacia ambientale del CBAM che la credibilità dell’azione climatica europea sul piano globale.
Maurizio Cellura, Simona Sagone
Centro di Sostenibilità e Transizione Ecologica, Università di Palermo
Fonti:
- Caria R., Valaguzza R. (2024). EU CBAM. Kickster Group.
- Commissione Europea (2020). A hydrogen strategy for a climate-neutral Europe. https://energy.ec.europa.eu/system/files/2020-07/hydrogen_strategy_0.pdf
- Commissione Europea. Regolamento (UE) 2023/956 del Parlamento europeo e del Consiglio del 10 maggio 2023 che istituisce un meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere. eux-lex.eu
- Giorgi, F. (2006). Climate change Hot-spots. Geophys. Res. Lett. 33, L08707.
- Gritz, A., & Wolff, G. B. (2024). CBAM, Hydrogen Partnerships and Egypt’s Industry: Potential for Synergies. Intereconomics, 59(2), 92–97. https://doi.org/10.2478/ie-2024-0020
- Jacob et al. (2024). Implementing the CBAM: how are the EU’s southern neighbours preparing and what can the EU do to help? https://www.euromesco.net/publication/implementing-the-cbam-how-are-the-eus-southern-neighbours-preparing-and-what-can-the-eu-do-to-help/
- Lange A. (2020). Climate Change in the Mediterranean: Environmental Impacts and Extreme Events. IEMed Mediterranean Yearbook. https://www.iemed.org/publication/climate-change-in-the-mediterranean-environmental-impacts-and-extreme-events/
- Knaepen H., Emran S. (2025). A new chapter in the EU-North Africa partnership on climate and energy. European Think Tanks Group. https://ettg.eu/eu-north-africa-partnership-climate-energy/
- Our World in Data (2024). Annual CO₂ emissions. https://ourworldindata.org/co2-and-greenhouse-gas-emissions
- The African Climate Foundation, The London School for Economics and Political Science (2023). Implications for African countries of a Carbon Border Adjustment Mechanism in the EU. https://www.lse.ac.uk/africa/assets/Documents/AFC-and-LSE-Report-Implications-for-Africa-of-a-CBAM-in-the-EU.pdf
- Van Bael & Bellis (2022). The EU Carbon Border Adjustment Mechanism in Seven Questions for MENA Industries. https://www.vbb.com