Ciminna: il borgo che Visconti trasformò in Donnafugata

Ciminna, il borgo siciliano scelto da Luchino Visconti per Il Gattopardo, custodisce chiese, tradizioni, riti popolari e una cucina che racconta l’identità della comunità.

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Ciminna, prima ancora di diventare Donnafugata, aveva già imparato a raccontarsi. Lo faceva attraverso le sue chiese, le feste, le processioni, le ricette preparate nelle case e quei gesti quotidiani che, generazione dopo generazione, diventano memoria. Lo raccontava anche la campagna intorno al paese, con i suoi mestieri e la sua vita contadina.

Poi arrivò il cinema e cambiò per sempre il modo in cui il mondo avrebbe guardato questo piccolo centro della provincia di Palermo. Nel 1962 Luchino Visconti trasformò Ciminna nella Donnafugata de Il Gattopardo, scegliendola come uno dei luoghi principali delle riprese. Ma ridurre il paese al set significherebbe fermarsi proprio sulla soglia della sua storia.

Le origini di Ciminna attraversano i documenti medievali e un antico insediamento nell’area di contrada Cernuta, prima del trasferimento, intorno al XIII secolo, verso la zona dell’attuale abitato, in prossimità del castello sul colle di Santa Anania. Nei secoli successivi il paese conobbe diverse dominazioni feudali e visse tra Cinquecento e Seicento una stagione particolarmente intensa, quando chiese, conventi e palazzi contribuirono a costruire quella ricchezza artistica che le avrebbe procurato il soprannome di «Palermu lu nicu», Palermo la piccola.

È un patrimonio che non si esaurisce nelle architetture. Le chiese, le confraternite e le opere d’arte raccontano una comunità che per secoli ha affidato alla religione, alle feste e ai riti una parte importante della propria identità. E raccontano anche la vita di persone comuni, raccolta con attenzione da Vito Graziano, medico e studioso della cultura popolare ciminnese che, sulla scia di Giuseppe Pitrè, annotò usi, proverbi, canti, leggende e rituali. Una memoria preziosa proprio perché conserva ciò che più facilmente rischia di scomparire: parole, gesti e consuetudini.

Tra le tradizioni più suggestive c’è U Triunfu ra Marunnuzza, legato alla festa dell’Immacolata. La storia vuole che nel 1781 una statua lignea dell’Immacolata, destinata alla chiesa di San Francesco d’Assisi, arrivasse a Ciminna in ritardo rispetto alla data prevista. La comunità ne attese l’arrivo durante la notte e quell’attesa è diventata il cuore simbolico della festa, ancora oggi accompagnata da luci, torce, falò e canti.

Anche la tavola entra nel rito. Durante la notte si prepara l’nfriulata, ricetta tramandata nelle famiglie e legata alla festa dell’Immacolata. È uno degli esempi più evidenti di come, a Ciminna, la cucina non sia soltanto gastronomia, ma una forma di memoria condivisa. Lo stesso vale per il cuddiruni, nelle sue versioni bianca e rossa, oggi protagonista anche di un festival arrivato alla undicesima edizione.

E poi c’è il Gattopardo. Le riprese del 1962 lasciarono nel paese non soltanto le immagini del film, ma anche i ricordi degli abitanti che prestarono le proprie case, lavorarono sul set o parteciparono come comparse. Una memoria ancora viva e documentata da una grande esposizione fotografica dedicata alla lavorazione del film, presso il Museo Civico “Filippo Meli”. Nel 2025, durante il Gattopardo Cinefestival, tornarono a Ciminna anche Ida Galli, interprete di Carolina, e Daniela Garbuglia figlia dello scenografo Mario Garbuglia e Giancarlo Giannini.

Il rapporto con il cinema, però, non è rimasto una fotografia del passato. Nel 2026 il Gattopardo CineFestival è arrivato all’ottava edizione, con la direzione artistica di Sergio D’Arrigo, portando nel borgo attori, registi, musica e incontri. L’edizione del 2026 ha avuto tra i suoi protagonisti Maria Grazia Cucinotta, insieme ad altri nomi del cinema e dello spettacolo, e si è conclusa con l’Orchestra Sinfonica Siciliana in piazza Matrice. Accanto al festival, il Ciminna CortoFest guarda alle nuove generazioni e alla possibilità di riportare il paese dentro nuove produzioni cinematografiche.

A spiegare identità e tradizioni ciminnesi è Vito Filippo Barone che, Sindaco di Ciminna dal giugno 2022, guida l’amministrazione comunale impegnata nella valorizzazione del patrimonio culturale, delle tradizioni e dell’identità del paese.

La cucina è una parte importante dell’identità ciminnese, dall’nfriulata al cuddiruni. Quanto è ancora viva questa tradizione nelle case e quali iniziative state portando avanti per farla conoscere anche fuori dalla Sicilia, senza trasformarla in una semplice attrazione gastronomica?

«Ciminna è ancora oggi nota in Sicilia e visitata anche da persone che arrivano da fuori proprio per conoscere e assaggiare queste specialità. L’anfulata non è una semplice pietanza tipica, ma mantiene un legame religioso con la festa “ra Marunnuzza du Triunfu”. Il sabato successivo all’8 dicembre viene preparata nelle case dei ciminnesi seguendo ricette tramandate di generazione in generazione. È una consuetudine familiare e religiosa che ancora oggi viene rispettata. Lo stesso vale per il cuddiruni che cerchiamo di promuovere anche grazie alle degustazioni annuali, organizzate  per il Cuddiruni Festival, giunto all’undicesima edizione, dove ogni estate mostriamo ai visitatori come viene preparato. Cerchiamo di portarlo anche nei ristoranti, nelle sue due versioni, bianca e rossa, perché possa essere conosciuto senza perdere il legame con la comunità».

Abbiamo incontrato anche l’ Assessore della Giunta comunale dal 2022, Michele Avvinti che ha tra le sue deleghe beni culturali, attività produttive, pubblica istruzione, lavori pubblici, servizi a rete e servizi PNRR. Dal marzo 2025 è inoltre componente del CdA del Teatro Biondo di Palermo.

Ciminna è entrata nell’immaginario internazionale grazie a Luchino Visconti e al Gattopardo, ma esiste una Ciminna precedente al cinema, fatta di riti, tradizioni e memoria popolare. Quali sono oggi le testimonianze più importanti da salvaguardare e trasmettere alle nuove generazioni?

«Ciminna non è solo il Gattopardo. È uno scrigno d’arte, il paese delle chiese. Abbiamo tante opere d’arte, molte delle quali siamo riusciti a recuperare e rendere nuovamente fruibili. Cinquecento e Seicento sono stati un periodo fondamentale e Ciminna era chiamata “la piccola Palermo” proprio per la ricchezza che possedeva. Questo patrimonio è stato possibile anche grazie ai benefattori privati, alle confraternite e agli ordini religiosi. Le nostre chiese hanno ospitato artisti importanti e ci hanno tramandato opere di grande valore. Il Gattopardo è stata la ciliegina sulla torta: Visconti si è innamorato di Ciminna proprio vedendo tanta ricchezza e tanta bellezza»

Il paese conserva una documentazione straordinaria degli usi e dei costumi raccolti da Vito Graziano e, allo stesso tempo, una memoria cinematografica legata al Gattopardo. Come immaginate il futuro di Ciminna affinché queste due eredità possano dialogare e far conoscere il borgo anche all’estero?

«Le tradizioni continuano ancora oggi grazie anche all’impegno delle confraternite e della parrocchia. Sono feste antichissime che suscitano emozione e partecipazione tra i ciminnesi, anche tra quelli che vivono all’estero e tornano appositamente per riviverle. La stessa cosa vale per il cinema, che può essere un volano per far conoscere Ciminna a livello nazionale e internazionale. Per questo promuoviamo il festival e il Ciminna CortoFest, cercando di attrarre attori, registi e case di produzione. Ultimamente il regista Aurelio Grimaldi ha già realizzato a Ciminna un film e un cortometraggio interamente girati qui. Non possiamo vivere di ricordi: dobbiamo andare avanti, valorizzando l’attrattività del paese e le sue bellezze. E in questo il cinema può essere molto utile»

Ciminna, dunque, non è rimasta una scenografia dentro un film. La Donnafugata di Visconti è una parte importante della sua storia, ma intorno a quelle immagini continuano a vivere chiese, riti, sapori, parole e tradizioni. È proprio nel dialogo tra questa memoria e ciò che ancora deve accadere che il borgo può continuare a raccontarsi, a costruire la propria storia, senza smettere di essere se stesso.

Federica Dolce