Tra Bondì e Pitony: cosa ascolta davvero la Sicilia che ha vent’anni

in Sicilia, mentre qualcuno preferisce nascondersi dietro un'identità posticcia, a pochi chilometri altri artisti scavano, con ossessiva introspezione, nell'identità vera, quella del dialetto e della tradizione orale. Ma entrambi sono alla ricerca del consenso

0
1190
sicilia musica ventenni
Reading Time: 5 minutes

Siamo in presenza di qualcosa di profondamente siciliano nel fatto che il fenomeno musicale dell’Isola nel 2026 porti una maschera. Tony Pitony non fa vedere la faccia da quando ha iniziato, e forse è la mossa più onesta di tutta la scena: nascondersi dietro un’identità posticcia mentre, a pochi chilometri, altri artisti scavano, con ossessiva introspezione, nell’identità vera, quella del dialetto e della tradizione orale, come se fosse un giacimento da cui estrarre l’ultima cosa autentica rimasta. Tra questi due estremi si gioca la musica che la Sicilia ascolta oggi.

Il fenomeno Tony Pitony

Il fenomeno Tony Pitony è nato nel 2020 dall’unione di una delusione artistica e una maschera di Elvis. L’uomo dietro la maschera, secondo alcune fonti, potrebbe essere Ettore Ballarini colui che, nell’anno del Covid, si presentò a una audizione di X Factor E venne rimandato a casa da Emma Marrone. È quello il momento in cuinasce Tony, La parodia di un cantante che fa il giro e diventa campione di stream e biglietti venduti. Domina le classifiche Spotify con più di 2,5 milioni di ascoltatori mensili e oltre 63 milioni di stream registrati, mentre nel 2026 ha aggiunto al suo palmares oltre 30 date e 130mila biglietti venduti nei principali festival italiani. In Sicilia doppia data a Catania, Villa Bellini, 30 luglio e 13 agosto, dopo un sold out fulmineo delle prevendite, più due date a Bagheria (1 e 3 agosto), anch’esse raddoppiate dopo il sold out. Con i suoi testi provocatori e irriverenti ha ammaliato maree di universitari, conquistandoli con sonorità elettroniche mescolate al rock, prendendosi un posto di merito nella Hall of Fame della musica demenziale italiana, insieme a Elio e Le Storie Tese, Skiantos e Squallor.

Marco Castello: nessuna maschera fisica, basta il dialetto

Sì perché Marco Castello gioca un altro campionato, quello di chi non ha bisogno di una maschera perché si nasconde già dietro il dialetto. I suoi testi sono ermetici per pudore, non per posa. Una saracinesca colpita a pallonate, “u scrusciu” delle onde sugli scogli di Siracusa, l’infanzia trattata come una lingua morta da riesumare piano, senza clamore. Castello, siracusano, ha fatto il suo debutto nel 2021 con Contenta tu, ma è col secondo album, Pezzi della sera, che si è fatto conoscere a livello nazionale, per poi affermarsi nel 2025 col suo ultimo album Quaglia sovversiva, pubblicato prima in vinile (andato subito a ruba) e poi in digitale. Laureato in tromba jazz a Milano, ha rimesso negli ultimi anni la Sicilia sul radar del genere indie, infondendo nella sua musica influenze jazz, funk, elettroniche e indie-rock. Castello riesce a dipingere affreschi personali e condivisibili da qualunque ventenne che lo ascolti, con la maestria di un polistrumentista navigato e una leggerezza che ricorda Battisti, Concato o Enzo Carella, traslati in salsa siciliana: e così, con una chitarra distorta da un wahwah e un piatto terzinato, canta di “aretuse e delfini”, di donne indimenticabili e di ricordi di scuola. Con un “minchia” qua e là, che sdrammatizza sempre.

Alessio Bondì, il dialetto siciliano come rito

Alessio Bondì è quello che ha iniziato a “scavare” per primo, prima ancora che scavare diventasse un genere. Palermitano classe ’88, debutta nel 2015 con Sfardo, un disco che parla il palermitano come se fosse l’unica lingua rimasta capace di dire certe cose, tanto da finire in finale al Tenco come miglior album in dialetto. Da lì un disco ogni due o tre anni, Nivuru, Maharia, la colonna sonora di Spaccaossa arrivata fino alla Mostra di Venezia, e infine Runnegghiè, dove il dialetto smette di essere solo lingua e diventa quasi rito, tra percussioni processionali e melodie che sembrano portate in giro da una banda di paese che ha smarrito la strada di casa. Con Lero Lero, il collettivo che ha fondato insieme a Donato Di Trapani e Fabio Rizzo, ha fatto un passo ancora più radicale, andando a recuperare la musica di tradizione orale siciliana prima che sparisca del tutto, non per venerarla ma per farla suonare come se fosse ancora viva. Bondì non fa nostalgia, fa archeologia con le mani sporche.

Delia Buglisi, la riscossa della Sicilia orientale

Delia Buglisi, in arte solo Delia, catanese di Paternò, arriva a X Factor 2025 con dodici anni di conservatorio alle spalle e una cosa che nessun altro concorrente aveva, il coraggio di cantare Rosalía in dialetto siciliano. Basta quello per farsi dare della “leonessa di Catania” da Achille Lauro e arrivare terza in finale. Ma è a Sanremo, qualche mese dopo, in duetto con Serena Brancale e Gregory Porter su Bésame Mucho, che si capisce dove sta andando davvero, con da una parte la disciplina del pianoforte classico e dall’altra un siciliano usato non come colore locale ma come materiale grezzo da fondere con soul e pop internazionale. Se Bondì scava nel passato e Pitony lo seppellisce sotto una maschera, Delia fa una terza cosa, forse la più interessante delle tre. Prende il dialetto e lo porta in un posto dove nessuno se lo aspetta, tra un pianoforte di conservatorio e un featuring americano, senza sentire il bisogno di scegliere da che parte stare.

E poi c’è Ypsigrock

Questa convivenza di registri negli artisti siciliani, del resto, si vede bene anche fuori dai dischi, nei posti dove la Sicilia va ad ascoltare musica dal vivo. A Castelbuono, tra il 6 e il 9 agosto, Ypsigrock arriva alla ventinovesima edizione con la sua regola più snob, un artista può suonarci una volta sola in tutta la carriera, e con una lineup, The Antlers, Black Country New Road, Wednesday, Dry Cleaning, Soulwax, che non assomiglia a niente di quello che passa per radio sull’isola. Non è un festival che fotografa il gusto siciliano, è un festival che lo corregge, lo tiene un passo avanti rispetto a quello che i suoi stessi abitanti ascoltano nella vita reale. Quella vita reale si vede meglio a Palermo, tra luglio e agosto, al Velodromo e al Teatro di Verdura, dove i numeri veri li fanno Sfera Ebbasta, Salmo, Capo Plaza, Alfa, la trap e l’urban che riempiono gli stadi mentre Ypsigrock riempie un borgo di ventimila anime con appassionati arrivati da fuori regione. E poi c’è l’Indiegeno Fest di Patti, che quest’anno si è trasformato in villaggio diffuso gratuito sulle Grotte di Mongiove e investe apertamente su artisti under 35, forse il posto più onesto dell’intera isola per capire cosa suonerà la Sicilia tra cinque anni, prima che diventi un fenomeno o resti un nome dimenticato.

I cantori della malavita

Ma sotto tutto questo, sotto le playlist indie e i tour sold out, scorre una colonna sonora che nessuno di questi palchi racconta, ed è probabilmente la più ascoltata di tutte. A Catania questa primavera due storie hanno tenuto banco senza mai finire su una rivista di musica. Niko Pandetta, nipote del boss Turi Cappello e voce di punta del neomelodico-trap etneo, è finito arrestato a giugno per la seconda volta in pochi mesi, coinvolto in un’inchiesta antimafia sul traffico di cocaina tra Catania e la Calabria, dopo essere uscito dal carcere appena l’autunno scorso. E sempre a Catania, Gianni Celeste, settant’anni portati su TikTok meglio di molti ventenni, si è ritrovato improvvisamente virale grazie a Tu Comm’a Mme, finito nella colonna sonora di decine di migliaia di clip social, riportando in classifica un genere che tutti danno per morto ogni dieci anni e che ogni dieci anni torna. Non è folklore innocuo, è la parte della Sicilia musicale che si rifiuta di stare nella cornice buona del pezzo e dalla parte sbagkliata della società. È quella che vive di matrimoni, di TikTok e, troppo spesso, di cronaca giudiziaria. Ed è forse per questo, più che per ogni altra ragione, che andrebbe raccontata in maniera critica. Perché hanno un pubblico non trascurabile.

Samuele Arnone