De Dua Lipa e Palermo

Ciò che merita una chiosa, una vera e propria decodifica semiotica, non è l’evento in sé, che appartiene alla cronaca rosa e all'industria del glamour, ma la fenomenologia della reazione palermitana

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Se un osservatore distaccato, magari un antropologo marziano o, più semplicemente, un lettore di trapassate cronache villane, si trovasse a scorrere le bacheche digitali della Palermo di questi giorni, trarrebbe una conclusione desolante: che l’arrivo di una stella del pop globale sia una minaccia all’ordine pubblico, un insulto alla miseria o, viceversa, l’epifania di un riscatto che la città attendeva dai tempi dei Vespri.

La notizia, ormai masticata e risputata dal tritacarne del web, è nota: Dua Lipa ha scelto Palermo per celebrare le sue nozze. Un evento privato, sfarzoso, legittimo nell’era del capitalismo dello spettacolo. Ciò che invece merita una chiosa, una vera e propria decodifica semiotica, non è l’evento in sé, che appartiene alla cronaca rosa e all’industria del glamour, ma la fenomenologia della reazione palermitana. Una reazione che oscilla tra il provincialismo più retrivo e un livore sociale mascherato da finta coscienza civica.

La sindrome del feudo e il riflesso condizionato

Esiste una tendenza, tipica delle comunità che Umberto Eco avrebbe iscritto nella categoria degli “imbecilli del web”, coloro che prima parlavano al bar dopo un bicchiere di vino e ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel, a trasformare ogni evento esogeno in un tribunale morale. L’annuncio del matrimonio ha attivato due fazioni contrapposte, entrambe specchio di una medesima immaturità culturale.

Da un lato, abbiamo assistito all’esplosione dell’orgoglio identitario da bacheca. “Dua Lipa sceglie noi perché siamo la terra del sole, della cultura, dell’accoglienza”. È il riflesso condizionato del provinciale che ha bisogno del blasone straniero per sentirsi autorizzato a esistere. Come se la bellezza della Martorana o la complessità stratificata di una città millenaria avessero bisogno del timbro di garanzia di una popstar anglo-albanese per essere validate. È la cultura del vassallaggio estetico: esistiamo solo se i riflettori di Instagram si accendono su di noi.

Dall’altro lato, ed è qui che il taglio si fa inevitabilmente polemico, si è sollevata la coltre della frustrazione sociale, traducendosi in un odio digitale tanto feroce quanto sterile. “Con tutti i problemi che ha Palermo, pensiamo a Dua Lipa”, “Le strade sono piene di spazzatura e questi fanno i matrimoni dei ricchi”, “Vergogna, la città muore e si pensa alle canzonette”.

Qui la logica formale salta, sostituita da quel cortocircuito cognitivo che confonde i piani della realtà.

Il benaltrismo come anestesia dell’intelletto

Il meccanismo retorico utilizzato dai detrattori è il più antico e usurato dei sofismi: il benaltrismo. C’è sempre “ben altro” di cui occuparsi. Se si parla di cultura, mancano gli ospedali. Se si parla di ospedali, mancano le strade. E quindi se una cantante di rilievo internazionale si sposa a Palermo, la colpa dell’inefficienza della raccolta dei rifiuti viene traslata, per una misteriosa proprietà transitiva del risentimento, sulle spalle degli invitati al banchetto nuziale. Questo atteggiamento non è una critica politica consapevole. È, al contrario, un’anestesia dell’intelletto. È l’incapacità cronica di scindere l’iniziativa privata di un’artista dalle responsabilità storiche di una classe dirigente locale.

Pretendere che il matrimonio di una celebrità diventi l’occasione per sanare le piaghe sociali di una metropoli mediterranea è un’operazione di un’ingenuità disarmante, o più probabilmente di una profonda malafede intellettuale. Si confonde il diritto alla privacy e al business (perché di questo si tratta) con una forma di prevaricazione coloniale.

L’odio sociale che ne deriva non è una spinta rivoluzionaria, non è la piazza che insorge per i propri diritti; è il rancore della tastiera, il livore di chi osserva dal buco della serratura digitale la festa a cui non è stato invitato, legittimando la propria invidia attraverso il paravento dell’indignazione etica.

L’iperfetazione del dibattito e il silenzio necessario

Il vero dramma di questa vicenda è la perdita del senso della misura. Viviamo in una società iper-connessa in cui l’opinione ha sostituito il fatto, e l’intensità dell’urlo ha sostituito la qualità dell’argomentazione. Palermo, che ha vissuto tragedie immense e rinascite straordinarie, si ritrova oggi ostaggio di una polemica sul nulla.

Se fossimo una comunità matura, l’evento verrebbe accolto per quello che è: un’ottima operazione di marketing territoriale indiretto, un fatto di costume che porterà lavoro all’indotto (alberghi, maestranze, trasporti) e che, una volta spenti i riflettori, lascerà la città esattamente con i problemi che aveva prima, né più né meno. La spazzatura non sparirà per via del sì di Dua Lipa, ma non è nemmeno colpa sua se si trova ancora lì.

Invece, si preferisce la sineddoche culturale: prendere la parte (il matrimonio di lusso) per giudicare il tutto (la condizione della città). È il trionfo di quel provincialismo che Umberto Eco individuava nell’incapacità di accettare la complessità del mondo, preferendo ridurlo a una narrazione binaria: ricchi cattivi contro poveri virtuosi, o viceversa, influencer salvatori della patria contro cittadini ingrati.

Sarebbe necessario, ogni tanto, il recupero di una virtù dimenticata: il silenzio della totale indifferenza critica nei confronti di ciò che non richiede una presa di posizione morale. Dua Lipa si sposa a Palermo? Bene. Auguri ai novelli sposi. Il resto è solo rumore di fondo di una provincia che, non sapendo come risolvere i propri drammi, preferisce trasformare una canzonetta in una guerra di classe virtuale. E questa, purtroppo, è la vera sconfitta culturale di Palermo, ben più grave di qualsiasi buca stradale.

Roberto Greco

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