Dopo Messina Denaro: equilibri e leadership di Cosa Nostra

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A tre anni dall’arresto di Matteo Messina Denaro, morto poi il 25 settembre 2023, la domanda è sempre quella: «Chi è il nuovo capo dei capi»?

Dopo l’arresto del 16 gennaio 2023 e la morte di Matteo Messina Denaro,avvenuta il 25 settembre 2023, Cosa Nostra si è trovata in una fase di “riassetto” senza un capo chiaro. Negli ultimi due anni le forze dell’ordine hanno arrestato o indagato decine di esponenti dei mandamenti tradizionali e dei loro fiancheggiatori, ma non è emerso un successore unico. LaDIAe laDDA di Palermorilevano che il vuoto di potere sta generando tensioni interne: i boss anziani, in larga parte detenuti, sono ansiosi di tornare attivi, mentre le nuove leve cercano spazi di comando. Nel complesso, gli equilibri rimangonoterritoriali: i vecchi mandamenti palermitani e trapanesi continuano a dominare con famiglie radicate, mentre in Sicilia orientale la mafia appare più “fluida” e “affaristica”.

Mandamenti palermitani

A Palermo città ci sono ancora 8 mandamenti (più 7 in provincia) perfettamente operativi. Le famiglie storiche palermitane conservano vertici ben identificati, e sebbene sia in atto una gestione piùorizzontale(coordinamento fra mandamenti, risoluzione pacifica delle controversie) la struttura resta sostanzialmenteverticale. I magistrati sottolineano che i boss palermitani coltivano da anni il progetto di ricostituire una “cupola” unitaria di vertice, anche se finora ogni tentativo è stato bloccato dalla repressione giudiziaria.

Mandamenti trapanesi

La provincia di Trapani rimane a “alta densità mafiosa”: è storicamente divisa in 4 mandamenti (Castelvetrano, Trapani, Mazara del Vallo, Alcamo) per un totale di 17 famiglie. Qui Messina Denaro era stato “capo della provincia”, e il suo potere continua a produrre effetti «dinastici» nell’economia locale. La DIA segnala che le organizzazioni trapanesi lavorano spesso in rete (spesso in sinergia fra clan) per pilotare appalti e riciclare capitali. Il Sud del Trapanese (Mazara‑Castelvetrano), roccaforte di MMD, resta l’area privilegiata della mafia trapanese.

Agrigento e Catania

Nella Sicilia orientale la mafia assume forme diverse. In provincia di Agrigento continua ad operare, storicamente, laStidda, che oggi ha stipulato intese con Cosa Nostra siciliana. A Catania, più mandamenti di Cosa Nostra convivono con altri clan, ad esempio la Stidda etnea e il clan Santapaola‑Ercolano: ne deriva un assetto “a geometria variabile”. La mafia catanese è descritta come particolarmentedinamicasul piano economico, alternando periodi di convivenza pacifica con frizioni aperte fra clan. In sintesi,in Sicilia occidentaleprevalgono le organizzazioni del passato, Palermo e Trapani, mentrein Sicilia orientaleil potere mafioso è frazionato fra più consorterie con leadership fluide.

Protagonisti emersi nelle inchieste recenti

Le inchieste degli ultimi due anni hanno delineato alcuni nomi chiave del panorama mafioso locale, benché molti fossero già noti o latitanti da tempo:

  • Giovanni Motisi: 63 anni, detto “U Pacchione”, boss di Pagliarelli (Palermo) e killer di fiducia di Riina. Latitante dal 1998, è considerato un potenzialeerede idealedi Messina Denaro. Risulta ancora ricercato ed è indicato come uno dei pochi “big” ancora liberi anche se alcune fonti lo ritengono morto.
  • Stefano Fidanzati: 70 anni, capo della famiglia di narcotrafficanti dell’Arenella (Palermo‑Milano). È stato citato fra i “vecchi” boss in lizza per la successione.
  • Giuseppe “Vassoio” Auteri: latitante da un anno, ex “allievo” di Calogero Lo Presti, è l’attuale tesoriere del mandamento di Porta Nuova (Palermo). Fa parte delle nuove leve attenzionate dagli inquirenti.
  • Sandro Capizzi: figlio di Benedetto Capizzi (storico boss di Santa Maria di Gesù), membro giovane emergente della mafia palermitana.
  • Fausto Seidita: fratello di Giancarlo Seidita, ha preso le redini del mandamento Noce (Palermo) dopo l’arresto del fratello. Le intercettazioni del 2025 confermano che “ha assunto il ruolo di comando” su quella zona. L’ultimo blitz lo ha fermato proprio come capo del clan Noce.
  • Vincenzo Tumminia: fratello del boss Pietro Tumminia (famiglia Altarello di Bagheria). Dopo la morte del reggente Antonio Di Martino, nel 2024 ha ottenuto il comando della famiglia mafiosa di Altarello.
  • Tommaso Lo Presti: boss del mandamento di Porta Nuova (Palermo), già scarcerato per fine pena, è tornato in carcere nel febbraio 2025 durante un maxi-blitz palermitano.
  • Francesco (Francolino) Spadaro: esponente storico di Pagliarelli (Palermo), arrestato nella stessa operazione del 2025.
  • Figli di Giovanni Luppino: Antonio e Vincenzo Luppino sono stati arrestati nell’ottobre 2024. Figli di un medico di fiducia di MMD, erano nell’entourage che aiutava il boss.
  • Altri fiancheggiatori: Andrea Bonafede (il geometra che prestava identità a MMD) è stato condannato a 14 anni, così come la “mamma” Lorena Lanceri, protettrice storica del boss. In tutto la Procura di Palermo ha individuato e mandato a processo una quindicina di persone legate a Messina Denaro.
  • Indagati blitz 2025: una mega-operazione di dicembre 2025 ha coinvolto 50 persone legate soprattutto al mandamento della Noce (Palermo) e alle piazze di spaccio adiacenti. Tra gli arrestati figurano Michele Arena, Giovanni Bagnasco, Vincenzo Bellomonte, Vincenzo D’Angelo e altri, oltre a capi noti come Fausto Seidita e Giuseppe Castigliola.

Questi arresti rivelano dove si concentra oggi il potere mafioso: la presenza contemporanea di boss “storici” (60‑70enni) e “giovani rampolli” suggerisce unacoabitazione generazionale, come dimostrano le riunioni registrate tra padri e figli mafiosi. D’altro canto, sono emerse anche cellula criminalipalermitanededite allo spaccio in collegamento con fornitori campani, confermando intese operative tra Cosa nostra e Camorra sul terreno degli stupefacenti. Insomma, le inchieste descrivono una mafia che resta fedele ai pilastri storici (pizzo, droga, controllo del territorio) ma si adatta con nuovi canali tecnologici (Telegram, criptazione) e nuovi affari.

Collegialità o nuovo “capo dei capi”?

Gli investigatori e i magistratinon danno per scontatol’emergere di un nuovo “capo dei capi” solitario. Al contrario, anche nei mesi seguenti alla cattura di Messina Denaro la valutazione prevalente è che Cosa nostra proceda verso una gestionecollegialedei vertici. Già prima del 2023 laDIAosservava che l’organizzazione era «caratterizzata da un organismo collegiale provvisorio» tra i capimandamento cittadini più forti, e che i boss palermitani «non accetterebbero di buon grado un capo proveniente da un’altra provincia», una notazione valida anche dopo MMD.

Negli ultimi anni i vertici di Palazzo di Giustizia di Palermo hanno confermato questa linea. Il procuratore Maurizio De Lucia ha ricordato che «a differenza delle Camorre, la mafia ha una struttura con una testa sola», ma ha anche ribadito che molti boss palermitani covano il «vecchio sogno» di ricostituire la commissione provinciale, pur «senza riuscirci» per l’intensa azione antimafia. Il Procuratore Generale Lia Sava, nell’aprile 2025, ha affermato che nel cosiddetto «post Messina Denaro» vecchi boss detenuti e nuovi emergenti provano a riorganizzarsi, male procure si impegnanoa «impedire la ricostruzione di quella “cupola palermitana” indispensabile alla mafia». In breve, secondo l’Antimafia i capimandamento palermitani stanno tentando di coordinarsi, anche via summit criptati come intercettato a Palermo, mentre i clan trapanesi rimangono per ora più settoriali nei loro affari.

Gli analisti ritengonoimprobabileche emerga un capo unico riconosciuto, al di fuori di un accordo generale dei clan. D’altronde De Lucia aveva sottolineato a gennaio 2023 che «l’obiettivo della mafia è sempre il solito: individuare nuovi capi e strutture dirigenti», il che implica più linee parallele. In pratica i magistrati considerano più realistico un sistema di reggenza collegiale fra diversi boss di mandamento, con pesi distribuiti tra i grandi boss palermitani e i boss storici del Trapanese, piuttosto che la nomina di un nuovo “capodecapi” incontrastato.

Palermo vs. Trapani, Agrigento, Catania: equilibri regionali

La collocazione geografica gioca un ruolo cruciale: storicamente i bosspalermitanidetengono il controllo formale di Cosa nostra. Anche oggi, nonostante arresti e latitanze, l’influenza dei clan della città rimane alta. La DIA segnala che nei mandamenti di Palermo e provincia la struttura è ancora verticalmente definita, anche se sotto pressione. I magistrati sottolineano che nei quartieri di Palermo la mafia controlla ancora gang di spaccio e imprese («le articolazioni territoriali sono pienamente operative», dice la relazione DIA). In sintesi, al momentoa Palermoi boss hanno identità e territori ben precisi, e continuano a coltivare sinergie (anche con la Camorra) e influenze occulte nelle grandi opere.

IlTrapaneseinvece è la roccaforte economica di Messina Denaro: anni di arresti non hanno annullato l’“anima affaristica” dei clan locali. L’ultima relazione della DIA nota che le mafie trapanesi continuano ad avvalersi di rapporti politico‑mafiosi e a inquinare l’economia agro‑industriale. La zona Sud (Mazara e Castelvetrano) resta il fulcro, dove il potere del boss defunto «continua a produrre effetti» grazie alla gestione ereditata dall’entourage. In sostanza, i clan di Trapani agiscono sostanzialmente autonomi da Cosa nostra palermitana, seguendo interessi locali ereditati.

Neiterritori orientalisi registrano equilibri diversi: in provincia di Agrigento la mafia (soprattutto Stidda) è tradizionalmente meno gerarchica e oggi contratta accordi con Cosa nostra; nel Catanese molte consorterie operano in convivenza con assetti flessibili, con influenze incrociate, ad es. a Siracusa e Ragusa si notano tanto la Stidda gelese quanto la mafia palermitana. In queste aree la mafia catanese sembra interessata soprattutto agli affari, alternando fasi di alleanze e di scontri tra clan.

In definitiva,Palermo rimane il baricentro storicodi Cosa nostra (con i suoi vertici tradizionali), mentre le famiglie trapanesi mantengono peso economico e politico locale. Le province di Agrigento e Catania sono invece caratterizzate da una maggiore frammentazione criminale e da modalità operative più orizzontali. Questi equilibri regionali determinano che, anche nella ricerca del “nuovo capo”, ogni clan cerchi di difendere la propria sfera d’influenza e magari proponga un proprio nome per la guida dell’organizzazione.

Roberto Greco

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