C’è un fenomeno di cui in pochi si stanno accorgendo perché è, per definizione, silenzioso: l’estate 2026 rischia di essere la prima, nella storia recente, a non avere un tormentone. Non nel senso che manchino le canzoni, ne escono a decine ogni settimana, tra featuring costruiti a tavolino e ritornelli pensati per durare quindici secondi su TikTok. Nel senso che manca la canzone, singola, capace di occupare per settimane la vetta della classifica e imporsi come colonna sonora obbligatoria per tutti, dal juke box del bar della Riviera fino al megafono dello stabilimento balneare.
Per capire la portata del problema serve guardare ai numeri. Il 2022 è stato l’anno de La dolce vita di Fedez, Tananai e Mara Sattei, prima in classifica FIMI per undici settimane su dodici dall’uscita. Il 2023 ha risposto con Italodisco dei The Kolors, sette settimane consecutive al primo posto della classifica FIMI e dieci settimane di dominio al Power Hits Estate di RTL 102.5, l’evento che dal 2017 ha di fatto sostituito il Festivalbar come tribunale ufficiale del tormentone. Il 2024 è stato il trionfo assoluto di Sesso e samba di Tony Effe e Gaia, uscita il 22 maggio e in vetta alla classifica FIMI per dodici settimane consecutive fino a fine agosto, quando ha ceduto il primato a 30°C di Anna: un regno quasi biblico, se paragonato agli standard recenti. Poi, nel 2025, il vuoto. A fine giugno nessun brano riusciva a imporsi, e i critici musicali si interrogavano pubblicamente se il tormentone fosse ancora un genere vivo o un ricordo. Il 2026 non conferma il vuoto, ma lo aggrava in una forma più subdola, non perchè ci sia carenza di candidati, ma perchè ce n’è fin troppi, e nessuno riesce a seminare gli altri. In testa alle classifiche streaming c’è La testa gira di Fred De Palma, Anitta ed Emis Killa, tallonato a ruota da Al mio paese di Serena Brancale con Levante e Delia, disco d’oro FIMI a fine giugno e già bersaglio di polemiche per il suo folklore meridionale un po’ troppo caricato. Poco più indietro si accalca un plotone che comprende Costiera Amalfitana, l’insolito trio formato da Fabio Rovazzi, Arisa e Nino D’Angelo, oltre a Canzone estiva di Annalisa, Buon vento di Jovanotti e Alfa, Cabana di Irama e una decina di altri pezzi che si contendono le stesse settimane in classifica senza che nessuno riesca a staccare gli altri di più di una manciata di posizioni.
Chi ha più di trent’anni sa che il tormentone, quello vero, funzionava come una monarchia assoluta, e aveva anche una data di nascita precisa. Nel 1990 Un’estate italiana di Gianna Nannini ed Edoardo Bennato, colonna sonora dei Mondiali di casa, diventa l’ultimo 45 giri a raggiungere un massiccio riscontro commerciale prima della sparizione del vinile come formato di massa. La fine di un’epoca coincise, non a caso, con l’inizio del genere che l’avrebbe sostituita. Da lì in poi il tormentone si istituzionalizza: il Festivalbar, che fino ai primi anni Duemila sforna ogni estate le sue compilation ufficiali (la “compilation blu”, la “compilation rossa”, vendute su CD e cassetta nei negozi di dischi e nelle edicole di tutta Italia), diventa il tribunale supremo che certifica quale canzone ha vinto la stagione. Vamos a Bailar di Paola e Chiara, uscita nel 2000, verrà eletta nel 2009 dai lettori di TV Sorrisi e Canzoni come il miglior tormentone di sempre.
Negli anni Duemila il modello si affina ulteriormente, con Dammi tre parole di Giusy Ferreri a fare da capofila di un decennio in cui la hit estiva diventa una vera e propria religione laica. Ma è proprio in quel meccanismo di rotazione regolare, di appuntamento fisso e prevedibile, che si annidava la sua fragilità. È un sistema costruito per funzionare solo finché esisteva un unico canale, la radio, la televisione, lo scaffale del discount con le compilation ammucchiate vicino alla cassa, capace di raggiungere tutti allo stesso modo.
Quel canale unico oggi non esiste più, ed è qui che casca l’asino. Le piattaforme di streaming, i trend di TikTok e le playlist personalizzate hanno smontato pezzo per pezzo l’unica cosa che rendeva il tormentone un fenomeno culturale prima ancora che commerciale: la sua universalità forzata. Il risultato, statisticamente misurabile, è quello osservato nel 2025 e confermato quest’anno, con canzoni che sì, scalano le classifiche, ma per periodi più brevi, in competizione con dozzine di altri brani che nello stesso momento dominano nicchie parallele altrettanto convinte di avere trovato la hit dell’estate.
Resta, sullo sfondo, la grande ipocrisia dei featuring, ormai strutturali quanto un tempo lo era la partecipazione al Festivalbar. Tutti li criticano come operazione commerciale spudorata, un modo per sommare i pubblici di due o tre artisti come si sommano gli azionisti in un’OPA, e puntualmente tutti li ballano al matrimonio di fine agosto. È lo stesso vizio con cui gli italiani trattano l’abusivismo edilizio: basta un condono morale.
Quello che emerge, alla fine di questa ricognizione tra classifiche e cassette Festivalbar ormai da modernariato, è che il problema non è la qualità delle canzoni. Manca l’unico elemento che rendeva un brano qualunque un vero tormentone, ossia il fatto di essere di tutti, anche di chi lo detestava con tutto se stesso. La compilation venduta in edicola non aveva bisogno di piacere, aveva bisogno di essere inevitabile. E l’inevitabilità, in un’epoca in cui perfino la musica da spiaggia viene profilata su misura dall’algoritmo, è diventata la vera merce rara di questa estate italiana, più ancora del fresco.
Samuele Arnone
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